Foto simbolica. ©CdI. Foto creata con AI

Riceviamo e pubblichiamo il pensiero di Gerardo Petta, presidente del Comites di Zurigo, che interviene, a titolo personale, sul funzionamento della rete consolare e sulle sfide ancora aperte per gli italiani all’estero

Leggiamo e ascoltiamo con incredula attenzione gli interventi di Maria Chiara Prodi, segretaria generale del Consiglio generale degli italiani all’estero (CGIE). Nelle sue parole, il CGIE è un modello di partecipazione democratica, assicura infatti il dialogo istituzionale col Ministero degli Esteri, promuove la modernizzazione della rete consolare, si batte per l’innovazione amministrativa. Peccato però che gli italiani residenti all’estero non si siano accorti di tutto ciò.  

Mentre il CGIE discute di reti, processi e governance, migliaia di cittadini continuano a confrontarsi con problemi molto meno teorici e molto più concreti: attese interminabili per ottenere un passaporto o una carta d’identità, servizi notarili congestionati, appuntamenti introvabili, piattaforme digitali spesso inutilizzabili e consolati praticamente irraggiungibili per telefono.

Questioni apparentemente troppo ordinarie per trovare spazio nel dibattito pubblico di un organismo che dovrebbe occuparsi proprio di queste criticità.

Nella azione di raccordo che il CGIE svolge col Ministero degli Esteri, risalta, nel nostro giudizio, il silenzio dei rappresentanti della collettività sulla cattiva organizzazione del lavoro consolare, cosa che chiunque del resto può toccare con mano, mentre nulla si dice d’altra parte sulla mancanza di un progetto credibile di modernizzazione degli uffici all’estero.

Nei discorsi ufficiali, si moltiplicano gli apprezzamenti reciproci tra i membri del CGIE, da una parte, e i consoli e gli ambasciatori, dall’altra, un fatto, questo, che suona in fondo come un esercizio di auto-elogio, mentre sono assenti utili spunti di auto-critica. 

Spiace dirlo, ma non è dato cogliere una seria riflessione sulle inefficienze del lavoro consolare e sui danni così arrecati alle nostre comunità.

La digitalizzazione, per esempio, con gli oscuri algoritmi, viene presentata come una sorta di panacea, ma si tratta per lo più di un progetto a venire, una scommessa su un futuro indeterminato. Chi oggi prova a fissare un appuntamento consolare sa bene che la digitalizzazione annunciata si traduce spesso in una digitalizzazione del disagio: piattaforme opache, disponibilità dei servizi distribuite col contagocce, procedure non intuitive, e cittadini costretti a inseguire gli spazi liberi con la pazienza di chi partecipa a una lotteria.

Oltre a ciò, nessuna pressione significativa per ampliare gli orari di ricevimento del pubblico.  Nessuna proposta concreta per introdurre aperture pomeridiane o servizi il sabato nelle sedi più congestionate. Nessuna particolare insistenza sulla necessità di migliorare la reperibilità telefonica dei consolati, che continua a rappresentare una delle principali fonti di frustrazione per migliaia di utenti.

E, soprattutto, nessuna domanda realmente scomoda sul funzionamento della macchina consolare: organizzazione del lavoro, produttività, tempi effettivi di evasione delle pratiche, standard di efficienza e responsabilità gestionali.

Il risultato è il diffuso malessere dei cittadini e degli utenti, un malessere di cui il CGIE – spiace dirlo- non sembra rendersi conto.

Gerardo Petta- Presidente del Comites di Zurigo.