Lo scisma della Fraternità sacerdotale San Pio X. Che cosa si legge sulla stampa cattolica in Germania.
Il portale Katholisch.de, di informazione e divulgazione sulla Chiesa cattolica in Germania, ha dedicato diversi articoli al tema dello scisma. Essi evidenziano innanzitutto che si tratta di una disputa teologica: la non accettazione del Magistero del Vaticano II da parte della Fraternità sacerdotale San Pio X (FSSPX). Gli articoli documentano la presenza della Fraternità in Germania, riportano la posizione dell’altra Fraternità, quella di San Pietro (che usa la messa tridentina ma è in comunione con la Chiesa). Sempre dal portale cattolico si guarda alle dichiarazioni di vescovi americani e nordeuropei che esprimono preoccupazione pastorale per quei credenti che partecipano alle messe della Fraternità. Interessante è anche il reportage di Domradio sulle reazioni di alcuni fedeli di una comunità della FSSPX. Infine, si farà qui riferimento a letture più teologiche: una è un testo apparso sulla rivista internazionale Communio, di cui riportiamo i passaggi cruciali, rinviando al testo integrale attraverso il link, come anche nel caso degli altri articoli. Senza pretese di esaustività, si intende dare uno sguardo su quali aspetti dello scisma sono stati trattati.
Ricordiamo che l’ordinazione di quattro vescovi a Ecône (Svizzera) lo scorso 1° luglio, senza il mandato del Papa, ha avuto come conseguenza la scomunica dei vescovi ordinati, dei vescovi ordinandi e dei presbiteri della Fraternità. Per i credenti che si affidano alla cura pastorale della FSSPX diventa problematico, anche perché due sacramenti, il matrimonio e la confessione, non saranno più considerati validi se impartiti dalla stessa.
La presenza della FSSPX in Germania
Nella diocesi di Ratisbona (Baviera) esiste un seminario della FSSPX, esattamente a Zaitzkofen, un villaggio di soli 250 abitanti. In una nota della diocesi il vescovo Rudolf Voderholzer (uno dei pochi vescovi dell’ala conservatrice del Synodaler Weg) sconsiglia ai credenti di partecipare alle messe della Fraternità e di prendere in considerazione l’offerta liturgica delle comunità che sono in comunione con la Chiesa cattolica. La messa secondo il vetus ordo (messa tridentina, secondo il messale del 1962) viene celebrata in sette località della diocesi, compresa Regensburg.
Il seminario della FSSPX “Herz Jesu” è diretto da don Pascal Schreiber, uno dei quattro vescovi che hanno ricevuto l’ordinazione a Ecône lo scorso 1° luglio e dunque uno dei vescovi scomunicati. Nel seminario si stanno preparando 54 seminaristi provenienti soprattutto dai Paesi del Nord e dell’Est europeo. Anche recentemente il vescovo di Ratisbona Voderholzer è tornato a ripetere che le ordinazioni presbiteriali non sono consentite.
La reazione di alcuni fedeli della Fraternità
Domradio riporta l’articolo di KNA (Katholische Nachrichtagentur) dal titolo in italiano Scomunica? Ne sono felice, che riprende la battuta di un intervistato. L’autore del reportage, Christopher Beschnitt, è andato ad Affing, vicino ad Augusta, dove c’è una cappella della Fraternità che, assecondando le indicazioni di papa Francesco in Traditionis Custodes, dà poco nell’occhio, assomiglia più a un capannone, scrive. Lì, prima della messa, incontra alcuni dei pochi fedeli.
Maria P., una donna di 45 anni, dice che «gli eventi in Svizzera sono molto, molto positivi per noi perché avevamo un disperato bisogno di vescovi», e che «la reazione di Roma è molto spiacevole soprattutto perché Roma è sempre aperta a tutti, ma non è disposta a riconoscere ciò che un tempo era perfettamente normale nella Chiesa». Le risulta inconcepibile che il Papa rispetti le altre confessioni e non riconosca la Fraternità. L’anziano Günther V., 77 anni, aggiunge che «la scomunica non mi interessa affatto» e che la FSSPX è necessaria «per continuare la vecchia Messa, per perpetuare la fede». Dal Concilio Vaticano II degli anni ’60, «gli eccessi nella Chiesa cattolica sono sfuggiti di mano». Queste reazioni mostrano consapevolezza delle posizioni teologiche della Fraternità. Non si tratta di sensibilità, di gusto liturgico, di abitudine, ma di convinzione.
A Stoccarda la Fraternità di San Pio X celebra tre messe domenicali con una partecipazione tra i 200 e i 300 fedeli. All’agenzia cattolica KNA padre Franz Schmidberger ha dichiarato che la scomunica «è un grande danno per la Chiesa», e che loro non parlano di scisma; anzi, sottolinea Schmidberger, la Fraternità non vuole separarsi da Roma: «noi preghiamo per il Papa, noi rimaniamo fedeli al Papa».
C’è una contraddizione che emerge in queste affermazioni. Così il gesuita Pater Stefan Kiechle va al cuore della questione: quelli della Fraternità vorrebbero essere umilmente obbedienti, ma sono disobbedienti in maniera arrogante. A chi sia dispiaciuto per quanto è successo e ritenga che si possa trovare ancora una riconciliazione, padre Kiechle risponde nettamente: «lasciamoli andare (…) vogliono essere una setta, che lo siano».
Il padre gesuita spiega: sono una setta perché rifiutano il mondo di oggi. Il cattolicesimo ha a che fare con una varietà — Kiechle usa la metafora dello zoo, forse poco felice — ma l’idea di fondo è che la FSSPX contesta ad altri l’essere cattolico, e questo non è cattolicesimo. Conclude: «Dopo vari concili — quelli che hanno fatto avanzare la Chiesa — si sono sempre staccati gruppi, per lo più sul versante conservatore, perché rifiutavano le novità. Forse la Chiesa ha bisogno anche di questo, per continuare il suo cammino nella storia. Forse lo Spirito opera proprio così: per creare unità, separa la pula dal grano.»
La disobbedienza al Papa del 1° luglio (le ordinazioni vescovili senza mandato pontificio), che ha fatto scattare le scomuniche, ha la sua radice in questa presunzione di possedere la verità sul cattolicesimo e sull’essere cattolici. Spiega il teologo dogmatico tedesco Jan-Heiner Tück (Vienna) che l’elemento chiave per interpretare il conflitto è «il fatto che Lefebvre e, con lui, la Fraternità San Pio X, restringano la Tradizione al periodo fra Gregorio XVI e Pio XII, cioè dagli anni ’30 dell’Ottocento agli anni ’50 del Novecento. Si ignora invece che prima o dopo quel periodo vi sia qualcosa che appartiene alla tradizione integrale della Chiesa». Prosegue Tück: papa Paolo VI aveva visto lucidamente che Lefebvre ritenesse la Tradizione solo un segmento della tradizione, mentre il Concilio Vaticano II ha attinto alle fonti delle Scritture, alla liturgia, ai padri della Chiesa e alla teologia scolastica per portare a un rinnovamento.
La FSSPX assolutizza dunque un momento della tradizione, espressione di un momento storico particolare della storia della Chiesa, quello antimodernista fra Ottocento e Novecento. Il paradosso è che i tradizionalisti possono sostenere la loro critica della modernità (Vaticano II) solo perché la modernità stessa ha fornito loro gli strumenti concettuali — tradizione, crisi, autenticità, rottura — con cui articolano il proprio rifiuto.
Ancor di più la Fraternità di San Pio X si pone fuori dalla Storia, rifiuta la Storia come luogo della rivelazione, come argomenta il teologo dogmatico viennese Bernard Mallmann nel suo contributo sulla versione in lingua tedesca della rivista internazionale Communio Cattolicità sradicata. Antigiudaismo nella Dichiarazione di fede della Fraternità di San Pio X.
Secondo Mallmann, la Dichiarazione di fede della Fraternità sostiene una posizione antigiudaica e, di conseguenza, anticattolica, dalle quali la Chiesa deve proteggersi. Seguiamo Mallmann in un passaggio cruciale della sua argomentazione: «L’accusa mossa contro la Chiesa romana, in cui vengono citati i temi ricorrenti della libertà religiosa, della liturgia, dell’ecumenismo e della morale sessuale, è introdotta da una concezione teologicamente molto problematica. Davide Pagliarani afferma che Gesù Cristo “ha definitivamente abrogato l’Antica Alleanza” e “con il suo sangue ha istituito la Nuova ed Eterna Alleanza, abrogando quella vecchia”.»
Questa posizione è marcionita, da Marcione (II sec.), il quale escluse il Vecchio Testamento dalla rivelazione cristiana. Mallmann spiega che «Gesù Cristo è il fine e il centro della storia: questo afferma la fede cristiana. Tuttavia, egli non è la fine della Legge nel senso di qualcosa che si chiude e viene abolito, ma è il suo compimento (Rm 10,4). Una meta si caratterizza per il fatto che non elimina il cammino che conduce ad essa, ma è definita proprio da quel cammino. Così l’Antica Alleanza è la condizione e la direzione della Nuova Alleanza, che diventa percepibile nella persona di Gesù Cristo. È un’unica storia della salvezza, nella quale Dio si rivela attraverso suo Figlio. In questa storia, Egli ha parlato per primo al popolo dell’Antica Alleanza. Questa parola rimane.»
La riforma liturgica e la Fraternità di San Pietro
Il rinnovamento del Concilio Vaticano II, sappiamo, ha portato anche alla riforma liturgica (si veda la Costituzione Sacrosanctum Concilium). Nella Fraternità di San Pietro, che si distaccò nel 1988 da quella di San Pio X perché non voleva la rottura con Roma, convive la liturgia del vetus ordo con il Concilio Vaticano II. Come è possibile?
Padre Sven Conrad, docente di liturgia e dogmatica al seminario di Wigratzbad, nonché presidente del Consiglio accademico della comunità, nell’intervista rilasciata all’agenzia cattolica KNA e ripresa anche da Kirche und Leben, si rammarica che la Fraternità di San Pietro sia considerata tradizionalista: „Purtroppo, anche dopo quarant’anni, alcuni all’interno della Chiesa continuano a considerarci teologicamente e politicamente identici alla Fraternità San Pio X”. Eppure la Fraternità San Pietro ha sempre sottolineato di accogliere il Concilio Vaticano II „alla luce dell’intera Tradizione della Chiesa” alla quale appartengono la Chiesa di oggi e il Magistero di oggi, afferma il presidente della Fraternità di San Pietro e aggiunge che occorre distinguere fra Tradizione e tradizionalismo; quest’ultimo è ideologia perché separa la Tradizione dal Magistero di oggi condannandolo.
Resta tuttavia un non detto nell’intervista a p. Sven Conrad: se c’è il latino nella liturgia riformata perché debbono convivere due liturgie, il VO e il NO, con due calendari liturgici e due lezionari? Si può accogliere il Vaticano II, metterne in pratica le indicazioni ecclesiologiche e liturgiche e nello stesso tempo far ricorso alla liturgia preconciliare?
Ma la riforma liturgica, possiamo obiettare, mantiene anche la lingua latina: e se c’è il latino, perché debbono convivere due liturgie, il VO e il NO, con due calendari liturgici e due lezionari? Si può accogliere il Vaticano II, metterlo in pratica e, nello stesso tempo, far ricorso alla liturgia preconciliare?
Sul mantenimento della messa antica, tridentina, secondo la liturgia preconciliare, si sono espressi vescovi americani e del Nord Europa. In altre parole, l’invito è di stare lontani dalla FSSPX ma di continuare pure a seguire la messa secondo il VO, perché ci sono molte altre possibilità al di fuori della FSSPX.
Anche per il vescovo di Copenaghen, Czesław Kozon, la “Messa antica” dovrebbe rimanere disponibile come opzione pastorale, finché ci sono fedeli legati a questa forma liturgica, lo ha detto in un’intervista a CNA riportata da Katholisch.de. Anche il vescovo di Oslo, Fredrik Hansen, è intervenuto con un messaggio ai fedeli attratti dalla liturgia preconciliare e turbati dagli eventi recenti. Li invita a mantenere l’unità con il Papa e con il proprio vescovo.
La cura pastorale è certamente importante, ma può essere l’unico criterio?
Il cardinale Koch e il nodo della Tradizione
Infine, il cardinale Kurt Koch, Prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani vicino teologicamente a Benedetto XVI, parla in sintesi di tendenze postconciliari da rivedere e correggere. Il cardinale Koch ha fiducia che sarà possibile un dialogo con la Fraternità scismatica, e ha ricordato che nella storia della Chiesa, dopo i concili, si sono sempre verificate delle divisioni perché veniva rimproverata la mancanza di fedeltà alla tradizione: «Mi sembra che il problema fondamentale, anche in questo caso, sia come rimanere fedeli alla Tradizione e allo stesso tempo essere aperti alle nuove sfide». E la tradizione a cui fa riferimento la Fraternità comprende solo frammenti di essa, è incompleta, come si diceva sopra. Nello stesso tempo però — aggiunge il Prefetto dell’Ecumenismo Koch — un confronto con la Fraternità San Pio X sarebbe un’occasione «per battere il petto e riflettere su ciò che deve essere corretto. Solo così possiamo sostenere, nei confronti della Fraternità, che i mali che essa denuncia non sono contenuti nel Concilio, ma sono tendenze sorte dopo il Concilio». È un crinale scivoloso, verrebbe da dire, che non possiamo affrontare qui.
Conclusione
Da questi contributi emerge chiaramente che la disobbedienza al Papa con l’ordinazione dei vescovi a Ecône esprime un conflitto teologico profondo. Come dovranno allora essere trattate le sensibilità e le abitudini dei credenti fedeli al vetus ordo? Come si possono tenere insieme due liturgie quando per i fedeli del vetus ordo è solo questo l’unico modo per esprimere la fede?
Questo scisma della Fraternità fa sorgere domande e ci porta a riconoscere di aver bisogno di comprendere questioni che, forse, non conosciamo bene oppure diamo per scontate senza averle acquisite consapevolmente.



























