Dall’Italia alla Germania, la scrittrice Ida Ilenia Macera ha creato un progetto nato per contrastare la solitudine: un libro senza proprietario che viaggia sui treni e raccoglie pensieri, emozioni e storie di chi lo incontra
Lasciare il proprio Paese, ricominciare da zero e trasformare un’esperienza personale in un progetto capace di unire le persone. È la storia di Ida Ilenia Macera, scrittrice italiana residente in Germania, che con il suo originale progetto „Il libro che non vuole stare da solo“ invita gli sconosciuti a condividere pensieri ed emozioni attraverso le pagine di un libro lasciato a viaggiare sui treni. In questa intervista racconta il suo percorso di vita, le sfide dell’emigrazione, il valore della scrittura e il desiderio di creare legami autentici in un mondo sempre più digitale.
Ida Ilenia, ho letto la sua storia su un giornale locale e sono rimasta colpita dal suo percorso. Prima di parlare del suo progetto, vorrei che i lettori del Corriere d’Italia la conoscessero meglio. Chi è Ida Ilenia Macera? Da dove viene e qual è stato il suo percorso personale e professionale prima di arrivare in Germania?
Mi chiamo Ida Ilenia Macera e sono una scrittrice italiana. Nel corso degli anni ho pubblicato diversi libri, alcuni dei quali hanno raggiunto posizioni importanti nelle classifiche di Amazon. Ho pubblicato anche opere in lingua tedesca, tra cui un libro che racconta il mio percorso di vita in Germania e l’esperienza di ricominciare da zero in un nuovo Paese.
Tutti i miei libri hanno un filo conduttore: il desiderio di raccontare emozioni e creare un dialogo autentico con chi legge.
Sono nata e cresciuta in Italia, un Paese che porto sempre con me, anche da quando ho scelto di costruire una nuova vita in Germania. Se dovessi descrivermi con una parola sceglierei “curiosa”. Ho sempre avuto il desiderio di osservare le persone, ascoltare le loro storie e cercare un significato anche nelle esperienze più difficili.
La scrittura è nata proprio da questa esigenza: è stata un rifugio personale, ma anche un ponte verso gli altri. Ogni pagina che scrivo nasce dal desiderio di creare una connessione vera.
Prima di arrivare in Germania ho vissuto esperienze diverse, dal mondo della moda alla comunicazione. Ogni percorso mi ha lasciato qualcosa, ma l’esperienza che più mi ha trasformata è stata sicuramente quella di ricominciare in un altro Paese.
Trasferirmi all’estero ha significato lasciare molte certezze e mettermi completamente in gioco. Ho dovuto imparare una nuova lingua, confrontarmi con una cultura diversa e affrontare momenti di solitudine. Ma proprio quelle difficoltà mi hanno fatto capire quanto sia importante sentirsi accolti e quanto un piccolo gesto possa avere un grande valore.
Oggi guardo a quel percorso con gratitudine, perché mi ha portato a realizzare un progetto che nasce proprio dall’idea di creare legami tra persone che non si conoscono.
Credo che, anche in un’epoca dominata dalla tecnologia e dalla velocità, abbiamo ancora bisogno di sentirci vicini. Se una pagina scritta a mano riesce a regalare un sorriso o a far sentire meno sola una persona, allora quel viaggio ha già trovato il suo significato.

In Italia lei ha lavorato nel mondo della moda e del marketing ed è conosciuta anche sui social come influencer. Come è nato il suo interesse per questi settori e come è cambiato nel tempo il suo modo di esprimersi attraverso la scrittura?
La scrittura è entrata nella mia vita molto prima della moda, dei social e delle esperienze professionali. Scrivo da quando ero bambina. È sempre stato il mio primo modo di dialogare con il mondo e, soprattutto, con me stessa. Ci sono emozioni che non sono mai riuscita a spiegare a voce, ma che hanno trovato spazio sulla carta. Ho sempre vissuto le esperienze con grande intensità e credo che siano proprio le emozioni a renderci profondamente umani. Per questo, fin da piccola, ho sentito il bisogno di trasformare ciò che provavo in parole. Scrivere non è mai stato soltanto un passatempo: è stato il mio modo di comprendere quello che vivevo e dare un significato anche ai momenti più difficili.
Il mondo della moda e della comunicazione è arrivato successivamente e mi ha permesso di esprimere un’altra parte della mia creatività. Ho imparato quanto sia importante comunicare, ascoltare e creare un rapporto con le persone. Anche i social mi hanno dato la possibilità di condividere il mio percorso con una comunità che nel tempo è cresciuta insieme a me. Ma con il passare degli anni ho capito che ciò che desideravo davvero non era semplicemente raccontare me stessa, bensì creare uno spazio in cui anche gli altri potessero riconoscersi. Oggi la mia scrittura è più consapevole. Non nasce dal bisogno di essere vista, ma dal desiderio di lasciare qualcosa.
Se una persona, leggendo una mia pagina, si sente compresa, meno sola o trova il coraggio di guardarsi dentro, allora quelle parole hanno raggiunto il loro vero scopo. Credo che le emozioni siano una lingua universale, capace di superare confini e differenze culturali. Ed è proprio questa convinzione che continua a guidare ogni mio progetto.
A un certo punto ha deciso di lasciare l’Italia e trasferirsi in Germania. Quali sono state le motivazioni che l’hanno portata a fare questa scelta e a iniziare un nuovo percorso di vita?
Non credo che si lasci davvero il proprio Paese. Credo che lo si porti dentro, nelle scelte che facciamo, nei ricordi e anche nelle nostalgie che arrivano nei momenti più inaspettati. Quando ho deciso di trasferirmi in Germania non stavo semplicemente cambiando luogo in cui vivere. Stavo affidando la mia vita a qualcosa di nuovo e sconosciuto. Ho lasciato la lingua con cui ero cresciuta, gli affetti, le abitudini e tutto ciò che fino a quel momento aveva rappresentato la mia casa.
Non sapevo esattamente cosa avrei trovato dall’altra parte. Sapevo però che, se fossi rimasta ferma, avrei tradito una parte di me che chiedeva di crescere e di affrontare una nuova sfida. Ricominciare da zero è un’esperienza che ti mette davanti a te stessa. In un Paese nuovo non sei soltanto il lavoro che hai fatto, le persone che conosci o il ruolo che avevi nella società. Devi riscoprire chi sei anche senza quei punti di riferimento.
Ci sono stati momenti difficili, giorni in cui mi sono sentita smarrita e in cui la solitudine sembrava più forte di qualsiasi parola. Ma proprio lì ho imparato una cosa importante: la fragilità non è il contrario della forza. A volte è proprio dalla fragilità che nasce il coraggio di ricominciare. Oggi guardo quel viaggio con occhi diversi. Ho capito che partire non significa abbandonare le proprie radici, ma permettere loro di crescere anche altrove. Forse è proprio questo il senso di ciò che scrivo: ricordare che, anche quando ci sentiamo lontani da tutto, può bastare un incontro, una parola o un gesto per sentirsi nuovamente a casa.
Quando si arriva in un Paese nuovo bisogna spesso ricominciare molte cose da capo. Quali sono state le difficoltà più grandi che ha incontrato nei suoi primi mesi in Germania?
Le difficoltà più grandi non sono state necessariamente quelle che immaginavo. Pensavo che la sfida principale sarebbe stata imparare una nuova lingua, trovare un lavoro o orientarmi in un Paese diverso. In realtà, la parte più difficile è stata attraversare quella fase in cui non appartieni più completamente al luogo che hai lasciato, ma non senti ancora di appartenere a quello che ti sta accogliendo.
Quando si parte non si portano con sé soltanto delle valigie. Si porta una vita intera: gli affetti, i ricordi, le abitudini, i luoghi familiari e le persone che ci conoscevano prima ancora che noi dovessimo presentarci. Poi, improvvisamente, ci si trova in un ambiente nuovo, dove nessuno conosce la nostra storia e il percorso che ci ha portato fin lì. Ci sono stati momenti in cui mi sono sentita invisibile. Non perché nessuno mi vedesse, ma perché avevo la sensazione che nessuno potesse conoscere davvero la persona che ero.
È una sensazione difficile da spiegare: avere dentro un mondo di emozioni e pensieri, ma non avere ancora gli strumenti per raccontarlo. Proprio in quel silenzio ho iniziato a conoscermi meglio. Ho capito che, quando perdi molti punti di riferimento, rimane una domanda fondamentale: chi sei quando nessuno sa ancora chi sei? Credo che quella domanda possa cambiare una persona profondamente.
Oggi non penso che quelle difficoltà mi abbiano indebolita. Al contrario, mi hanno resa più consapevole e più attenta alle storie degli altri. Mi hanno insegnato che dietro ogni persona c’è un vissuto che spesso non conosciamo: una nostalgia, una difficoltà, una battaglia combattuta in silenzio. Ed è forse proprio da questa consapevolezza che nasce tutto ciò che scrivo: dal desiderio che nessuno si senta invisibile.
La lingua è sicuramente una delle sfide principali per chi si trasferisce all’estero. Come sta vivendo il suo percorso di apprendimento del tedesco? E quanto è importante per lei riuscire a comunicare nella lingua del Paese che l’ha accolta?
La lingua è stata una delle sfide più profonde del mio percorso, ma non soltanto perché il tedesco è una lingua complessa. La vera difficoltà è stata accettare che, per un periodo, le parole non sarebbero state più il mio punto di forza. Scrivo da quando ero bambina e le parole hanno sempre rappresentato il mio modo di comprendere il mondo e dare un nome alle emozioni.
Arrivare in un Paese dove non riuscivo a esprimermi come desideravo è stato come sentire una parte di me improvvisamente in silenzio. Ricordo la frustrazione di sapere esattamente cosa avevo dentro, ma di non riuscire a comunicarlo. È una sensazione che ti rende vulnerabile, perché sembra quasi che una parte della tua identità rimanga sospesa tra due lingue. Con il tempo, però, ho scoperto qualcosa di importante: il nostro valore non dipende dalla perfezione con cui parliamo, ma dalla sincerità con cui cerchiamo di entrare in relazione con gli altri.
Ogni nuova parola imparata è stata un piccolo passo verso una nuova possibilità di incontro. Imparare la lingua del Paese che ti accoglie è, secondo me, uno dei più grandi gesti di rispetto. Significa non limitarsi a vivere in un luogo, ma scegliere di conoscerlo davvero, comprenderne la cultura e creare un legame con le persone. Il mio percorso continua ancora oggi. Ogni giorno studio, sbaglio, imparo e ricomincio. Ma ho capito che prima ancora delle parole esiste un linguaggio che tutti possiamo comprendere: quello della gentilezza, dell’ascolto e dell’empatia. Le parole costruiscono frasi, ma sono le emozioni a costruire i ponti.
“Il libro che non vuole stare da solo” è un progetto molto particolare: un libro che non viene venduto, ma trovato sui treni e che passa nelle mani di persone sconosciute. Ci può raccontare come è nata questa idea e che significato ha per lei il viaggio come occasione di incontro tra persone diverse?
L’idea non è nata da un libro, ma da una domanda che mi accompagna da tempo: è ancora possibile creare un legame autentico tra persone che non si sono mai incontrate? Viviamo in un’epoca in cui siamo continuamente connessi, ma spesso sempre più distanti. Possiamo comunicare in pochi secondi con chiunque, ma non sempre troviamo il tempo per ascoltarci davvero.
Sentivo il bisogno di restituire valore alle parole lente, ai gesti semplici e all’incontro umano. Così è nato “Il libro che non vuole stare da solo”. Ho immaginato un libro che non appartenesse a una sola persona, ma che fosse libero di viaggiare. Un libro capace di essere trovato per caso su un treno e di entrare, anche solo per qualche momento, nella vita di qualcuno. Non un libro da conservare su uno scaffale, ma un libro destinato a raccogliere pensieri, emozioni e frammenti di vita.
Il treno è diventato il simbolo perfetto di questo progetto. Ogni giorno migliaia di persone condividono lo stesso vagone, percorrono lo stesso tragitto e poi si separano senza sapere nulla l’una dell’altra. Eppure anche un incontro breve può lasciare una traccia. In fondo, questo libro non parla soltanto di pagine. Parla di persone. È un invito a rallentare, lasciare un segno e avere il coraggio di affidare una parte di sé a qualcuno che forse non incontreremo mai. Perché credo che le storie più belle siano quelle che continuano a vivere attraverso gli altri.
Le pagine del libro sono vuote e aspettano di essere riempite dai lettori con pensieri, emozioni e messaggi personali. Che tipo di parole spera di trovare all’interno del libro? Ha già avuto la possibilità di leggere alcuni dei messaggi lasciati dalle persone che lo hanno trovato?
Quando ho immaginato le pagine vuote del libro, non le ho mai pensate semplicemente come spazi da riempire. Le ho viste come un luogo libero, dove ogni persona potesse lasciare qualcosa di sé senza paura di essere giudicata. Non cerco parole perfette. Al contrario, spero di trovare parole vere: un pensiero scritto velocemente prima di scendere da un treno, un ricordo, una speranza, una paura, un sogno o magari qualcosa che una persona non aveva mai avuto il coraggio di dire a nessuno.
Sono convinta che siano proprio le imperfezioni a rendere autentiche le persone. Ogni volta che qualcuno scrive su quelle pagine, il libro cambia. Non è più soltanto un mio progetto, ma diventa il risultato dell’incontro tra tante storie diverse. La cosa che mi emoziona di più è pensare che persone che probabilmente non si incontreranno mai possano contribuire insieme alla creazione di una storia comune.
Ho già avuto la possibilità di leggere alcuni messaggi lasciati dai lettori e ogni volta è stata un’emozione difficile da spiegare. Ho trovato parole semplici, ma profonde. In alcuni casi mi sono commossa, perché ho percepito una grande fiducia. Affidare un pensiero a uno sconosciuto è un gesto di grande apertura. Significa credere ancora nella possibilità di essere ascoltati, anche da qualcuno che non conosciamo. Il mio desiderio è che questo libro continui a raccogliere piccoli frammenti di umanità. Non importa l’età, la provenienza o la lingua di chi scrive. Davanti a una pagina bianca siamo tutti uguali: persone con ricordi, ferite, speranze e sogni. Forse un giorno, sfogliando tutte quelle pagine, qualcuno non leggerà soltanto un libro, ma troverà la testimonianza che, anche in un mondo sempre più veloce, esistono ancora persone capaci di fermarsi e lasciare un segno nel cammino di qualcun altro.
Attraverso il codice QR è possibile seguire il viaggio del libro e conoscere le tappe che raggiunge. Che emozione prova nel vedere che una sua idea personale sta diventando un’esperienza condivisa da tante persone sconosciute?
Ogni volta che vedo il libro raggiungere una nuova destinazione provo un’emozione che va oltre la semplice soddisfazione. È come se una parte di me stesse viaggiando attraverso le mani, gli occhi e le storie di persone che probabilmente non incontrerò mai. Quando ho iniziato questo progetto sapevo che, nel momento in cui avrei lasciato il libro su un treno, avrebbe smesso di appartenermi. Ed è proprio questo il senso più bello dell’idea: alcune cose acquistano valore quando abbiamo il coraggio di lasciarle andare.
Ogni nuova tappa mi ricorda quanto possa essere straordinario l’essere umano. Mi emoziona immaginare una persona che trova il libro durante una giornata qualsiasi, magari in un momento difficile, e decide di fermarsi qualche minuto per sfogliarlo e lasciare una propria traccia. In un mondo dove tutto sembra scorrere rapidamente, quel gesto rappresenta una piccola rivoluzione silenziosa. A volte immagino il percorso del libro: una persona che torna a casa dopo una giornata pesante, qualcuno che sta affrontando un nuovo inizio, una persona che viaggia per incontrare qualcuno di importante.
Forse, in quel momento, quelle pagine riescono semplicemente a regalare un sorriso o a ricordare che non siamo soli. Il codice QR racconta il viaggio geografico del libro, ma esiste anche un altro viaggio, più profondo, che nessuna mappa può mostrare: quello che avviene dentro le persone. Nessuna tecnologia può misurare un’emozione, una lacrima o un sorriso nato leggendo una frase lasciata da uno sconosciuto.
Se un giorno questo libro attraverserà città e Paesi diversi, il mio desiderio non sarà soltanto sapere fin dove è arrivato, ma quante persone è riuscito a raggiungere. Perché credo che il valore di un gesto non si misuri dalla distanza percorsa, ma dalle persone che riesce a toccare.
Il suo libro è nato con l’obiettivo di creare un legame tra persone che non si conoscono. Secondo lei, in una società sempre più digitale e veloce, abbiamo ancora bisogno di gesti semplici e umani come lasciare un messaggio scritto a mano per qualcun altro?
Credo che oggi abbiamo bisogno di gesti semplici più di quanto siamo disposti ad ammettere. Viviamo in un tempo in cui tutto è immediato: un messaggio arriva in pochi secondi, una fotografia può raggiungere migliaia di persone in un istante, possiamo comunicare continuamente. Eppure, spesso, manca qualcosa di fondamentale: il tempo per guardarci davvero. Siamo sempre connessi, ma non sempre realmente vicini. Conosciamo molti aspetti della vita degli altri attraverso uno schermo, ma spesso non conosciamo le loro paure, i loro silenzi o le difficoltà che affrontano ogni giorno.
Credo che la solitudine più profonda non sia soltanto quella di chi è fisicamente solo, ma quella di chi sente di non essere visto. Per questo considero importante un messaggio scritto a mano. Non è soltanto inchiostro su un foglio: è tempo dedicato a qualcuno, è attenzione, è il desiderio di fermarsi e dire a una persona sconosciuta: “Anche se non conosco il tuo nome, per un momento ho pensato a te”.
Forse il mio libro non cambierà il mondo, ma non è questo il suo obiettivo. Credo che il cambiamento inizi dai piccoli gesti: ogni volta che qualcuno sceglie di fare qualcosa di buono senza aspettarsi nulla in cambio. Mi piace pensare che, anche tra molti anni, forse nessuno ricorderà chi ha scritto una determinata frase su quelle pagine. Ma qualcuno ricorderà come si è sentito leggendo quelle parole.
E forse questa è la forma più bella di lasciare una traccia: non essere ricordati per ciò che abbiamo avuto, ma per ciò che abbiamo fatto provare agli altri. Alla fine, credo che tutti siamo alla ricerca della stessa cosa: sentirci compresi. Se il mio libro riuscirà anche solo per un momento a far sentire qualcuno meno solo, allora avrà già raggiunto il suo scopo. Perché le parole possono scomparire, i libri possono consumarsi e i viaggi possono terminare. Ma un’emozione sincera, quando arriva al cuore, continua sempre il suo cammino.
Il libro è stato pensato per viaggiare senza una meta precisa e senza una vera conclusione. Pensa che un giorno potrebbe tornare nelle sue mani? E se dovesse accadere, che emozione proverebbe nel rileggere tutti i pensieri lasciati dalle persone che lo hanno incontrato durante il suo viaggio?
Non so se quel libro tornerà mai tra le mie mani. E, sinceramente, non è questo l’aspetto che considero più importante. Quello che mi emoziona davvero è immaginare tutto ciò che accade lungo il suo percorso e che forse io non vedrò mai.
Immagino una persona che lo apre tornando a casa dopo una giornata difficile, qualcuno che lascia un pensiero per una persona amata, una persona anziana che decide di affidare alla carta un ricordo, o un giovane che trova finalmente il coraggio di scrivere qualcosa che non aveva mai detto a nessuno. Forse non conoscerò mai i loro nomi e non vedrò mai i loro volti, ma attraverso quelle pagine le nostre vite si saranno comunque incontrate.
Se un giorno il libro dovesse tornare da me, credo che lo aprirei con grande emozione. Non leggerei semplicemente delle pagine scritte: leggerei frammenti di vita, pensieri e sentimenti di persone che hanno scelto di affidare una parte di sé a uno sconosciuto. Pagina dopo pagina, probabilmente ritroverei una verità che sento profondamente: alla fine siamo molto più simili di quanto pensiamo.
Tutti cerchiamo amore, tutti abbiamo paure, tutti custodiamo ricordi che ci fanno sorridere e ferite che ancora fanno male. Cambiano le lingue, cambiano i Paesi, cambiano le storie personali, ma il cuore umano parla ovunque la stessa lingua. Se questo libro riuscirà a ricordare anche solo a una persona che non è sola, allora avrà compiuto qualcosa di importante.
Il mio sogno non è che il libro torni da me. Il mio sogno è che, dopo aver viaggiato tra tante mani, lasci nelle persone un po’ più di fiducia negli altri. Perché credo che il bene funzioni proprio così: non fa rumore, non cerca riconoscimenti, ma continua a vivere nel cuore di chi lo incontra.
Dopo questo progetto, che cosa spera possa lasciare “Il libro che non vuole stare da solo” alle persone che lo incontreranno?
Spero soprattutto che lasci un messaggio semplice: nessuno è davvero solo. Viviamo spesso pensando di essere separati dagli altri, chiusi nelle nostre difficoltà e nelle nostre vite frenetiche. In realtà, molte delle nostre emozioni sono condivise da persone che magari non incontreremo mai. Questo libro nasce proprio da questa convinzione: abbiamo più cose in comune di quanto immaginiamo.
Vorrei che chi lo trova si sentisse parte di qualcosa. Vorrei che per qualche minuto potesse fermarsi, respirare e ricordarsi che dietro ogni persona c’è una storia. Forse il gesto di aprire un libro trovato su un treno può sembrare piccolo, ma a volte sono proprio i piccoli gesti a creare nuovi modi di guardarci. Il mio desiderio è che questo progetto continui a viaggiare non soltanto attraverso i luoghi, ma soprattutto attraverso le persone. Che ogni lettore possa lasciare qualcosa e, allo stesso tempo, portare con sé qualcosa ricevuto da qualcun altro.
Alla fine, questo libro non appartiene a me. Appartiene a tutte le persone che lo hanno incontrato e a tutte quelle che lo incontreranno. È diventato una storia scritta da tante mani diverse, unite da un’unica idea: ricordarci che abbiamo ancora bisogno gli uni degli altri.
Un’ultima domanda: cosa direbbe a una persona che oggi vive lontana dal proprio Paese, magari in Germania, e sta affrontando la difficoltà di ricominciare?
Direi di avere pazienza con sé stessa. Ricominciare in un altro Paese non significa soltanto cambiare luogo, ma anche imparare nuovamente chi siamo. Ci sono momenti in cui ci sentiamo fragili, inadeguati o fuori posto, ma sono proprio quei momenti che ci permettono di scoprire risorse che non pensavamo di avere. La nostalgia fa parte del viaggio. Non bisogna combatterla, perché significa che abbiamo amato qualcosa. Ma allo stesso tempo bisogna concedersi la possibilità di costruire nuovi legami, vivere nuove esperienze e aprirsi a ciò che arriva.
Non dobbiamo scegliere tra il luogo da cui veniamo e quello in cui viviamo. Possiamo portare le nostre radici con noi e, allo stesso tempo, far crescere nuovi rami. Ogni persona che lascia il proprio Paese porta con sé una storia, un valore e qualcosa da offrire. A volte basta una parola gentile, un incontro o un piccolo gesto per sentirsi nuovamente accolti.
Ed è proprio questo che vorrei ricordare attraverso il mio libro: siamo tutti viaggiatori, e lungo il cammino abbiamo bisogno gli uni degli altri. Perché alla fine non sono le distanze a separarci, ma la mancanza di incontri. E ogni volta che scegliamo di aprirci agli altri, anche solo attraverso una pagina scritta a mano, costruiamo un piccolo ponte verso qualcuno.


























