Foto simbolica. Foto di ©CHERNYSHart su Pixabay

Non è la prima volta che le nuove dottrine germanistiche – da Claudio Magris, a Marino Freschi, fino a Micaela Latini – ritornino alla Vienna di fine secolo concentrando nel Kaffeehauskultur il cuore di quella irripetibile cultura. Filosofia, letteratura, il legame fra mondo ebraico – tedesco e tradizione austriaca, trovano ancora oggi nel caffè letterario ragion d’essere, come dimostra il n. 67 della prestigiosa rivista Cultura Tedesca, del Gennaio – Giugno 2024. Qui non per caso i tre illustri germanisti riprendono tale realtà, nata a Parigi nel 1689 col caffè Le Procope, il luogo dell’illuminismo radicale e democratico, la Casa delle Libertà, così ora in pericolo come ben sappiamo e temiamo. Letture e presentazioni di libri, spettacoli ed esposizioni d’arte, tutta la cultura liberale e democratica del vecchio continente transiterà proprio dai caffè di Vienna, diventata fra il 1890 ed il 1938 la nuova Casa europea del dialogo e del progresso culturale del ’900, dove sedevano allo stesso tavolo Freud, Musil, Kafka, Lenin, Trotskij, Joseph Roth, Zweig, Hofmannsthal e Jünger, tutti gli intellettuali di destra e sinistra, per mezzo secolo a dibattere di politica, economia e letteratura, non mancando anche politici agitatori di ogni tendenza. Un caffè per tutti: il Griensteidl, luogo di nascita del movimento artistico decadente della Jung Wien, senza contare il Café Central, il Landtmann, lo Sperl, dove si ascoltava la musica dodecafonica; oppure il Café Korb per il teatro, primo palcoscenico di Brecht.

Nondimeno, il Café Bräunerhof, patria di Thomas Bernhard e di Robert Menasse, gli ultimi dioscuri della Vienna del secondo dopoguerra, un crogiolo di ironia e ribellismo sociale non inferiore alle dinamiche politiche della Germania di Weimar. Una continua trasfusione fra Vienna e Berlino su cui ci si fermerà fra poco, non dimenticando una cittadina dell’antica regione della Bucovina, Czernowitz, che non pochi storici della letteratura hanno chiamato piccola Vienna, od addirittura Capitale segreta d’Europa per la sua multietnicità, quasi profetizzandone una futura sede di istituzioni culturali per l’attuale Unione, una scelta che forse rinvigorirebbe la spinta federale dell’Europa classica oggi minacciata dalla rinascita dell’Orso Russo. In un interessantissimo articolo del citato fascicolo, Massimiliano De Villa, si dilunga nel verificare un percorso appena curato dai massimi cultori germanisti di cui si disse, la relazione profonda fra cultura ebraica e Kaffeehauskultur, notando un’ulteriore filo rosso di quel nascosto cenacolo, dove laici e religiosi, di cultura non solo tedesca, dibattevano al caffè modi di convivenza e tolleranza anche col mondo Musulmano.

Vocazioni internazionali soffocate nel secondo dopoguerra dalla politica delle Grandi Potenze vincitrici che non si vergognavano di spartire territori – per esempio fra Ucraina e Romania – che avrebbero potuto meglio conservare quel germe unitario che si disse, anche al fine di contenere la rinnovata fame russa di Imperialismo che oggi si sta osservando dietro la maschera beffarda di Putin. Ma il successivo articolo di Gabriele Guerra riapre la porta dell’Occidente, chiusasi dopo la Rivoluzione Francese per i caffè letterari e riaperta per i salotti letterari, da Noi segnalati a Berlino ed a Milano negli anni liberali fra il 1830 ed il 1860, a guida di Bettina von Arnim e Clara Maffei (un altro percorso di circolo culturale che indagammo su www.storiaverita.org del 14.9.2022). Invero, la moda del caffè letterario prima si aprì con analoghe pretese di discorso culturale aperto al confronto, ma anche come luogo preferito per ritrovare temi letterari a tratti rilevanti, come ci confesserà Joseph Roth che maturerà i suoi racconti sul tavolo di quei caffè viennesi.

A Zurigo nel Caffè Voltaire e poi nella Berlino di Weimar dal Café Vaterland e nel Café des Westens. Gabriele Guerra ricorda come il pittore Hugo Ball avesse fondato il caffè Voltaire per promuove la rivoluzione storica dell’arte contemporanea in senso espressionista e decadente, con evidenti influssi derivati dal coevo Futurismo italiano. Un luogo di sperimentazione del fermento culturale prodromico alla crisi dell’impressionismo alle soglie della Grande Guerra, una sorta di parata inimitabile di geni artistici, da Picasso a Breton, da De Chirico a Sironi, abituali frequentatori di quel luogo ameno dove amori ed odi si intrecciavano dietro fiumi d’alcol e di birra. Nondimeno, Raul Calzoni ci descrive la Berlino di Weimar e la scoppiettante Potsdamer Platz del primo dopoguerra, dove i contigui Café Vaterland, Josty e des Westens, raccoglievano l’odiosa sinistra post spartachista, prima e dopo la mattanza della guerra civile operata dal Governo socialdemocratico repubblicano di Ebert, narrata con una certo piacere da Thomas Mann nei suoi Diari, benché dallo Stesso frequentati a rischio di venire aggredito dalle bande comuniste perché noto per le sue simpatie nazionaliste.

Ristoranti, grandi magazzini e locali vari spesso equivoci facevano da corona nelle Capitali ex imperiali, ora però vissute come le nuove Firenze delle culture occidentali. In quelle sale, piene di vita sociale, di ironia ed assai simili alla Parigi di Toulouse- Lautrec, trovavano asilo il genio di Brecht, la grandezza di Piscator, la curiosità di Einstein, le battute fulminanti di cabarettisti come Werner Finck, Claire Waldoff e Friedrich Hollaender, autori di testi satirici e colonne sonore cantate da Marlene Dietrich.

Era protagonista una gioventù nostalgica, melanconica, dorata e chic, che il regista Joseph Steinberg immortalerà nel capolavoro assoluto L’angelo azzurro nel 1930, proprio rappresentando un prototipo di caffè berlinese. Anno in cui ogni Caffè teutonico, da Berlino a Vienna, da Zurigo a Praga, diventerà teatro di smarrimento ideologico e morale, finalizzato a metabolizzare, se non a digerire, fra detto e non detto, la tragedia del Nazismo e poi della Guerra. Non più un’area neutrale, un comodo strumento di sosta per ritemprarsi; ma addirittura un confessionale dove scaricarsi per guarire dalle colpe e dalle responsabilità dell’intellettuale per la complicità al male nazionalsocialista cui essi stessi avevano collaborato, coi loro taciti assensi e perfino con la loro approvazione. E fu questo il caso di Gottfried Benn, Ernst Jünger, Moeller van den Bruck e Carl Schmitt. Oppure Ernst von Salomon e Hans Carossa, poeti all’epoca apprezzati per una poetica vicino al terzo Reich, senza contare cultori della Heimat, della Kultur e del Gefühl, legati sentimentalmente a tali coinvolgenti valori.

Sarà pure una letteratura della terra e del sangue: per esempio, il filonazista Karl Aloys Schenzinger, che si dilungherà su un passaggio non singolare della sua ex militanza comunista fino a quella nazista, complice una letteratura critica nazista che vedeva i Rossi diabolicamente perversi. Ed è pure coltivata nei caffè ex democratici, ed ora neutrali dedicati al mito del Nord ed allo spaesamento contemporaneo, come il gruppo di Graz con Peter Handke. Tutti autori che si chiusero su quei tavoli e sui quei caffè sotto le bombe alleate nella primavera del 1945 (letteratura sotto al Nazismo riassunta pregevolmente da Marino Freschi nel saggio La letteratura del terzo Reich, Bonanno, 2017, dove Andreas Paul Weber è l’autore del dipinto sul frontespizio che appunto ritrae i fratelli Jünger nel 1935 intenti a giocare scacchi in un classico caffè di Berlino). Al termine dello splendido fascicolo si ritorna alla Vienna degli anni di fine ‘900 dove, con attente e sarcastiche riflessioni di Robert Menasse, forse il migliore attuale scrittore viennese.

Tradizionalmente si ripeterà la collauda relazione fra caffè e letteratura. Solo che lo scrittore in parola narra un’ironica e magica vicenda che però può solo svilupparsi in un caffè. E’ la soggettivazione di un luogo sacro, come se un prete uccidesse all’interno di una Chiesa… Certamente Letteratura al Caffè è un prezioso saggio che sarà utile anche per un nuovo fronte operativo per le Associazioni Culturali, oggi in tempesta per gli effetti del Covid, una epidemia, che insieme alle guerre ed alle crisi economiche connesse, costituisce il vero pericolo del giorno di ogni necessità sociale e culturale. Ed in Italia? Diversamente che nei paesi di lingua tedesca, la natura culturale e conviviale del fenomeno si è accompagnata, se non addirittura privilegiata, dall’essere primariamente un centro di dibattito di per sé artistico. Fin dal ‘700 due caffè prendono sede nei palazzi Rococò delle due città italiano più famose: Venezia col suo Gran caffè Florian in piazza S. Marco (1720) e a Roma il Caffè Greco (1760) nella celeberrima via dei Condotti.

Il primo annovera come frequentatori abituali Goethe e Platen, poi Dickens e Proust senza contare, Giacomo Casanova e Carlo Goldoni, colà di casa quando produsse l’opera più congeniale al riguardo, la famosa Bottega del caffè. Il secondo, vedrà anche Wagner e Byron. Ad essi, nel tardo illuminismo, sia aggiungerà Pisa, con il glorioso caffè dell’Ussaro (1775). Anzi, esso diventerà nel primo Romanticismo incline allo Scientismo del precedente secolo e sede del Congresso degli Scienziati italiani (1839), luogo dove partecipò il fior fiore degli scienziati italiani perfino arrivati dalla Sicilia, creduta fino ad allora terra estranea alla cultura specialistica, come il Siracusano Alesandro Rizza – insigne Naturalista – il chimico Palermitano Cristoforo Muratori, nonché i Toscani Carlo Luciano Bonaparte, Filippo Corridi e Ranieri Gerbi, sicuramente la sede più culturalmente avanzata del liberalismo italiano vicino al pensiero di Mazzini e Gioberti. Dopo l’unità del Paese, emersero che il Caffè Gambrinus a Napoli (1860), ritrovo della Intellighènzia progressista campana, da Matilde Serao a Gabriele D’Annunzio, con la visita frequente di Oscar Wilde e Nietzsche. Nondimeno, a Firenze è fondato il Caffè Giubbe Rosse, dove si ebbe la culla delle scuole letterarie radicali e socialiste di fine secolo, da Giovanni Papini a Prezzolini e Soffici, fino al Futurismo di Marinetti.

Caffè sede di furibondi scontri ideologici fra poeti post-decadenti e scrittori nazionalisti e fascisti, fino ad attrarre nuovi autori di correnti alternative al Regime come Pratolini, Malaparte, Tobino e Palazzeschi, con la costante presenza  del giovane Vittorini subito dopo la Prima Guerra Mondiale. E poi al caffè letterario pisano si videro allo stesso tavolo, con accenti alquanto diversi, Carducci e Pascoli. Nel secondo dopoguerra, Roma ritrova anche la sede naturale della cultura neorealista e cinematografica nel Caffè Rosati di Piazza del Popolo, dove si ritroveranno Pasolini, Calvino, Moravia, Flaiano, Sciascia, Fellini e Scola. Mentre a Torino, Al Bicerin, Norberto Bobbio, Camilla Ravera, Cesare Pavese e Beppe Fenoglio ricordavano il comune Maestro Piero Gobetti, uno dei massimi intellettuali del secolo scorso, di cui ricorre quest’anno il centenario della morte violenta causata dal pestaggio subito da una squadraccia fascista. E che dire di Trieste? Certamente, va tenuto presente il caffè più antico, il Tommaseo, aperto nel 1830 e sede dei dialoghi più serrata fra Svevo e Joyce ed ottimo riposo di Saba e di Magris, che qui medita il suo capolavoro Danubio.

Forse l’avere per primo installato l’energia elettrica e per aver importato il gelato al caffè fin dal 1845; lo si qualifica per l’importante titolo di locale storico d’Italia, rilasciato dallo Stato italiano nel 1954, quando per un effetto perverso della Seconda Guerra Mondiale – il conflitto sulla sovranità di Trieste fra Italia e Jugoslavia – diventò sede dell’accordo fra i due Stati che divisero il territorio in zona A – con Trieste all’Italia – e zona B, trasferito alla Jugoslavia. Ci piace immaginare che tali accordi siglati il 5 ottobre dello stesso anno, sia stato raggiunto proprio in un Caffè popolare. E suggeriamo a Zelens’kyj e a Putin di ripeterne l’operazione al caffè scozzese di Leopoli, dove i matematici mondiali fecero la loro Pace al termine del secondo Conflitto Mondiale.