MÜNCHEN – Ricordo di Giuseppe Tumminaro, Gastarbeiter siciliano, scomparso a Monaco tre mesi fa

Recentemente questo giornale ha raccontato alcune testimonianze di italiani venuti molti anni fa a lavorare in Germania. Persone che hanno dato il loro contributo per ricostruirla e trasformarla nella locomotiva d’Europa e nella società multiculturale che poi sarebbe diventata e che è oggi. In quest’articolo riportiamo la storia di Giuseppe Tumminaro, morto il 17 marzo scorso. Il testo è un estratto di un’intervista fatta nell’autunno del 2010 e pubblicata dalla rivista Interventi.

Era partito nel 1962 dalla sua Sicilia, da Marianopoli, dove era nato nel 1933. Marianopoli è un piccolo paese situato sui monti della provincia di Caltanisetta, nel cuore dell’isola, a settecento metri di altezza. “Allora ci vivevano cinquemila persone. Oggi la gente comincia a scarseggiare, saranno 1200 abitanti, (…) molte case sono vuote, molte strade silenziose. Dopo la guerra molti compaesani hanno lasciato la propria terra e se ne sono andati; molti, clandestinamente, sono arrivati in Svizzera, o in Francia. Io volevo andare in Germania.” E così è stato. Per oltre 55 anni anni Giuseppe Tumminaro ha vissuto a Monaco. Molti suoi connazionali lo conoscevano, almeno di vista.

Il signor Giuseppe frequentava convegni e conferenze e partecipava con interesse alle manifestazioni culturali che la comunità italiana organizzava. Da pensionato e poi da vedovo i luoghi di incontro della collettività locale, la Missione Italiana, le sedi dei patronati, l’associazione Rinascita, il Circolo Cento Fiori, EineWelt-Haus, l’Istituto italiano di cultura erano diventati la sua casa. D’altronde fino a pochi mesi fa all’ingresso dell’Istituto c’era la targa “Casa d’Italia”, poi rimossa. Qui il signor Giuseppe trovava anche i suoi giornali e tanti amici che lo salutavano, che gli parlavano, che lo facevano sentire meno solo. L’ infanzia l’aveva vissuta con i genitori e la sorella. Il padre si chiamava Giuseppe anche lui, come il nonno, e faceva il contadino. Un ettaro di terra da coltivare. La madre si chiamava Rosa e faceva la casalinga. A Marianopoli aveva frequentato le scuole fino alle medie. Il servizio militare lo aveva fatto a Trento e a Bolzano come soldato semplice nel Genio pionieri. 17 mesi di addestramento e disciplina dura.

Aver fatto il militare a Bolzano ha avuto influenza sulla sua decisione di emigrare in Germania?
No. A quel tempo non ci pensavo ancora a fare l’emigrante.

Allora la sua prima fidanzata l’ha avuta al paese?
Non ho avuto una vera fidanzata al mio paese. Al paese bisognava stare lontani dalle donne. Te le potevi sognare e basta. Niente di più. Le donne bisognava lasciarle in pace, c’era la gelosia dei fratelli e dei parenti. La mentalità era quella che era. È ancora così.

Ricorda la sua partenza dalla Sicilia e l’arrivo a Monaco?
E certo che me lo ricordo. A Caltanisetta abbiamo fatto la prima visita medica. Dopo la visita medica ho firmato il contratto. Ero già in lista per la ditta di Monaco. La visita medica l’ho fatta anche a Napoli. Questa volta ci hanno fatto spogliare nudi. Il contratto me lo hanno fatto firmare anche a Napoli.

A Monaco Giuseppe arrivò dopo tre giorni di viaggio in treno, era il due o forse il tre di febbraio del 1962. “C’era la neve, tanta neve. Adesso qui non la conoscono più la neve, non sanno più cos’è. Siamo arrivati a Ostbahnhof (una stazione ferroviaria di Monaco, ndr) e di qui ci hanno portato a Cosimastraße, nelle baracche, dove mi hanno mostrato il mio letto. Stavo insieme agli altri. Eravamo in dieci. Il mio contratto era da manovale, dovevo fare tutti i lavori manuali. La Firma (ditta, ndr) si chiamava Littman. Facevano prefabbricati. Mi hanno messo alla gru… perché avevo gli occhi buoni, e anche la testa buona. Manovravo la gru spostando materiale da una parte all’altra del cantiere. Nel 1964 ho avuto un incidente. C’è stato un forte temporale che ha fatto partire da sola la gru. Il vento l’ha spinta e la gru è caduta. Io ero in cabina, a dodici metri di altezza, e sono caduto con tutta la gru. Mi sono aggrappato al tubo nel quale passa il cavo d’acciaio, il cavo che serve per sollevare i carichi. Quel tubo stava in mezzo alla cabina. Ho avuto fortuna. Non mi sono fatto molto male, solo un forte dolore alla schiena. Mi hanno portato all’ospedale, mi hanno fatto i raggi, mi hanno fasciato e poi mi hanno mandato a casa. Ho lavorato per la Littmann per 27 anni fino al 1989, poi ho cominciato a lavorare come elettricista per il Comune di Monaco. Ho lavorato per la U-Bahn (la metropolitana, ndr). Vede io ho un tesserino e viaggio gratis. Ero addetto al servizio di sostituzione e di ricarica delle batterie dei treni della U-Bahn. Quelle batterie pesavano quattrocento chili”.

Com’è e come è stato il suo rapporto con la lingua tedesca?
Katastrophe!. All’inizio non sapevo dire neanche una parola, i capisquadra erano tedeschi, mi gridavano quello che dovevo fare e si aiutavano a gesti, – prendi quella roba, raccogli quella legna … – Comunque c’era anche un traduttore che ci dava una mano… Non ho mai avuto discussioni con i capisquadra a causa della lingua. Loro lo sapevano che noi non parlavamo tedesco. La lingua tedesca l’ho poi studiata sui libri a scuola, nelle scuole serali. Adesso va un po’ meglio.

I suoi figli parlano l’italiano?
Loro sono tedeschi.

E come ci parla?
Un po’ in tedesco, un po’ in italiano. Certe volte, certe parole le comunico a segnali, a gesti… Io non volevo restare a lungo in Germania. Volevo ritornare a casa, al mio paese. Pensavo di mettere da parte qualche centinaia di lire, ma non ci sono riuscito, non ho risparmiato niente. Tutto quello che guadagnavo lo spendevo. Nel 1964 ho conosciuto mia moglie e subito sono nati i nostri figli. All’inizio non eravamo sposati. Non vivevamo neanche insieme. Quando è nata la mia prima figlia mi hanno chiamato dal tribunale e mi hanno imposto di pagare gli alimenti, altrimenti me li trattenevano dallo stipendio. Ho firmato un protocollo con mia moglie. La figlia più grande si chiama Silvia, ha 46 anni (oggi 53, ndr) e ha due figli. Vive vicino ad Augsburg. Poi c’è Angelica. Ha un figlio. Abita alla periferia di Monaco. E poi c’è Roberto. Sta per avere un figlio. Fa il tassista a Monaco. Quando passa da queste parte si ferma e viene a trovarmi. Ma i miei figli non m’invitano quasi mai.

E sua moglie?
Mia moglie si chiamava Maria. È morta all’improvviso. Una malattia del cuore. Aveva sessantasei anni.

Cos’è per lei la solitudine?
Che mi metto a ricordare, a guardare una fotografia, a pensare al passato, alle persone che c’erano e che non ci sono più….

La sua pensione è dignitosa?
È una pensione che si può vivere.

Che cosa ha mangiato oggi?
Pane e latte. Stasera mi cucino qualcosa.

La casa dove vive è sua?
Era di mia moglie, ora ci vivo io. Sono trenta metri.

Ha amici tedeschi?
Mio figlio. Che è anche il mio miglior amico. Anche i miei generi, ma ci vediamo poco. Poi conosco tanta gente, alla Missione Cattolica, a Rinascita, all’Istituto di Cultura. Qui incontro le persone che conosco. Sono italiani. Quando ci incontriamo parliamo.

Ha mai vissuto una situazione di esclusione, di discriminazione, persino di razzismo da parte dei tedeschi?
No. Mi sono sempre comportato bene con loro e ho avuto gentilezza.

E da parte di italiani?
Nemmeno.

Che cosa vuol dire per lei la parola “amore”?
“Vuol dire soprattutto rispetto”.

E l’onestà?
“È non fare del male”.

E la dignità?
“È il rispetto di se stesso”.

E la paura?
“La paura la conosco: la paura di non avere soldi. Ma anche degli altri, del più forte. Quando andavo il sabato nei locali e mi prendevano per la giacca e mi dicevano <<pidocchioso>>”.

Ha conosciuto la mafia?
“Sì, quando ero giovane, in Sicilia, ma non direttamente”.

Qui in Germania c’è la mafia?
“Certo che qui c’è la mafia”.

Qual è il peggior difetto dei tedeschi?
“Che si sentono superiori a noi italiani e a tutti”.

E degli italiani?
“Che sono chiacchieroni”.

Cosa vuol dire per lei la parola “Europa”?
“Vuol dire libertà e amicizia”.

C’è una domanda che non le ho fatto e alla quale vorrebbe comunque dare una risposta?
“Sì, non mi ha domandato niente del futuro. Vedo cose negative. Qui, e anche in Italia. Mi preoccupa come ci comportiamo con le persone che arrivano da altri Paesi, che arrivano da lontano e non le trattiamo bene e ci dimentichiamo che così eravamo anche noi”.

Negli ultimi anni la migrazione è diventata uno dei problemi principali, in particolare in Europa, tanto da minacciare di sfasciarla. A giudicare da quanto è successo in questi anni e ancora succede, le ultime parole di Giuseppe Tumminaro contengono una visione e un presagio amari e dolorosi. Sette anni fa questo nostro connazionale aveva visto cose che i politici, in Europa come altrove, non hanno saputo vedere. Ma le parole più belle pronunciate dal signor Giuseppe sono state quelle sull’Europa, che secondo lui significava libertà e amicizia. Non credo ci siano parole migliori per esprimere i valori che dovrebbero tenere uniti i cittadini del vecchio continente, in particolare oggi che l’Unione Europea è minacciata da muri e divisioni. “L’Europa è libertà e amicizia”. Se mai un giorno l’UE avrà una vera Costituzione, essa dovrà cominciare con questa frase. Se mai l’UE diventerà una vera unione, dovremo ringraziare i tanti lavoratori migranti come Giuseppe Tumminaro che con i loro sacrifici, con umiltà e dignità hanno contribuito a costruirla.

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