Alla luce della visita del Presidente cinese in Italia e dell’espansione di questa nazione, ci si chiede quale sia il rapporto con la Chiesa ed in particolar modo con la Chiesa Cattolica.

Secondo le fonti ufficiali, la Chiesa cattolica in Cina è formata da circa 4 milioni di fedeli. Il dato riguarda gli aderenti all’ “Associazione patriottica cattolica cinese”, la sola Chiesa cattolica riconosciuta dal governo.

Il governo cinese chiede infatti ai cattolici di non riconoscere l’autorità del Papa e di affermare il primato dello Stato sulla propria aderenza confessionale. Eppure la Chiesa cattolica fedele al papa esiste.

Secondo la “Laogai Research Foundation” ed altre organizzazioni estere, o non ufficiali (“Human Rights Watch”, “Asia Watch Committee”), i fedeli della chiesa cattolica detta sotterranea (perché ufficialmente bandita) raggiungerebbero la cifra di 16 milioni. Esistono quindi due forme di cattolicesimo in Cina: l’“Associazione patriottica cattolica cinese”, che non ammette ufficialmente il primato del Papa ed è riconosciuta dal governo; la Chiesa che è in comunione con Roma.

Per la legge cinese questa chiesa non esiste ed è quindi costretta ad operare in totale clandestinità. Lo Stato considera coloro che sono rimasti fedeli al Papa, sia presbiteri che laici, “sovversivi”. La Costituzione (art. 36) afferma che “le organizzazioni religiose e le attività religiose non possono essere soggette ad alcun controllo esterno”. La legge ordinaria (“Documento n° 19”) vieta l’attività religiosa al di fuori dell’associazione patriottica poiché “sovverte il potere dello Stato”. Per i colpevoli sono previste severe condanne penali. Sempre secondo la “Laogai Research Foundation”, (infatti la missione della Laogai Research Foundation è quella di far brillare i riflettori sul brutale e sfrenato sistema carcerario storicamente noto come Laogai (Lao=Lavoro Gai=Riforma) nella Repubblica Popolare Cinese, attraverso la raccolta e la diffusione di prove che confermano le testimonianze personali sugli orrori del sistema Laogai), molti degli aderenti all’Associazione patriottica si riconoscono clandestinamente con la Chiesa rimasta fedele al Papa. Quest’ultima, nonostante sia costretta ad operare nella clandestinità, è quella con la maggiore crescita di fedeli. A partire dal 1980, calcola l’agenzia di stampa AsiaNews, la comunità cresce al ritmo di centomila battesimi all’anno. Bisogna altresì ricordare che la prima opera di evangelizzazione nell’impero cinese da parte di missionari cattolici si ebbe al tempo di Marco Polo. Nel XIII° secolo papa Innocenzo IV e il re di Francia Luigi IX inviarono più volte francescani e domenicani alla corte del Gran Khan, sotto la Dinastia Yuan. Fra essi vanno ricordati: Giovanni da Pian del Carpine, che giunse fino a Karakorum (1245-47), il fiammingo Guglielmo di Rubruck (1253-55) e soprattutto il francescano Giovanni da Montecorvino. Questi, coadiuvato da alcuni confratelli, tra cui Arnaldo da Colonia e Odorico da Pordenone, giunse a Kambalik (vicino all’attuale Pechino) nel 1294. Accolto benevolmente dai regnanti della Dinastia Yuan, gli fu permesso di fondare una comunità. La sua trentennale opera di evangelizzazione portò papa Clemente V ad inviare altri frati e ad erigere nel 1307 una arcidiocesi; Giovanni stesso fu nominato primo arcivescovo di Pechino. Nel 1368 terminò il potere della dinastia Yuan. La nuova Dinastia Ming scatenò la persecuzione sui cristiani e pose fine al secondo periodo di evangelizzazione.

Nel 1576 venne creata una nuova diocesi nella colonia portoghese di Macao. Nel 1583 con l’arrivo in Cina di Matteo Ricci ebbe inizio la missione dei gesuiti. La predicazione di Ricci ebbe successo anche perché era fondata sull’adattamento del cristianesimo ai valori cinesi; Ricci accoglieva molti principi del confucianesimo; questo tipo di predicazione fu però inviso sia ai francescani sia ai domenicani.

Nel 1622 papa Gregorio XV istituiva la Congregazione de Propaganda Fide, cui ordinava di sovrintendere a tutte le missioni presso i popoli non cristiani. Subito la Propaganda Fide si schierò contro la predicazione dei missionari gesuiti, ai quali contestava il sincretismo tra riti cristiani e riti pagani. Oggi, probabilmente sull’esempio dei suoi confratelli gesuiti, papa Francesco ha fatto sì che fosse firmato uno storico accordo tra Santa Sede e Cina sulla nomina dei vescovi. Un “accordo provvisorio” sulla nomina dei vescovi, quindi c’è stata la riammissione di sette vescovi “ufficiali” nominati dalla Chiesa cinese ma senza il consenso della Santa Sede e l’erezione di una nuova diocesi. Sono questi gli storici passi di riavvicinamento – annunciati il 22 settembre 2018, mentre il Papa era da poco giunto a Vilnius (Lituania) – tra la Chiesa di Roma e milioni di cattolici del Paese del Dragone, da ora in piena comunione con il Successore di Pietro. “Nel quadro dei contatti tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese, che sono in corso da tempo per trattare questioni ecclesiali di comune interesse e per promuovere ulteriori rapporti di intesa” – si legge nel primo comunicato diffuso dalla sala stampa vaticana – si è svolta a Pechino una riunione tra Mons. Antoine Camilleri, sottosegretario per i rapporti della Santa Sede con gli Stati, e il viceministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, Wang Chao, durante il quale i due rappresentanti hanno firmato un “accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi”. “Tale accordo provvisorio, frutto di un graduale e reciproco avvicinamento, viene stipulato dopo un lungo percorso di ponderata trattativa e prevede valutazioni periodiche circa la sua attuazione”, si precisa nella nota. L’accordo firmato, nel dettaglio, “tratta della nomina dei vescovi, questione di grande rilievo per la vita della Chiesa, e crea le condizioni per una più ampia collaborazione a livello bilaterale”. L’auspicio, si legge infine nel comunicato, è che “tale intesa favorisca un fecondo e lungimirante percorso di dialogo istituzionale e contribuisca positivamente alla vita della Chiesa cattolica in Cina, al bene del popolo cinese e alla pace nel mondo”. Pertanto come ribadisce Papa Francesco: “Non è la fine di un processo, ma è l’inizio”: l’incontro tra la Via della Seta e la Via della Chiesa.

Però come per ogni situazione ci sono le voci discordanti e sono le voci di chi ha vissuto e vive determinate situazione e non come chi da lontano (Città del Vaticano) guarda senza capire, probabilmente, a fondo determinate logiche. Si parlava che proprio perché ogni vera amicizia esige patti chiari, anche in questo inizio di rapporto tra un governo persecutore ed ateo ed una istituzione di misericordia ed amore, ci sia totale trasparenza affinché non ci sia “un insulto ai buoni vescovi in Cina e al Sinodo dei vescovi cattolici!”, così come ribadito dall’ottantasettenne Cardinale Joseph Zen Ze-kiun, Arcivescovo emerito di Hong Kong. La base ragionativa per cui sono state mosse queste accuse è la seguente: Zen sostiene che l’accordo tra la Santa Sede e il ‘dragone’ farà sì che la Chiesa cattolica finisca per divenire subalterna al partito comunista. Non crede che la Conferenza episcopale, quella chiamata a consigliare al pontefice dei nominativi da incaricare nelle diocesi, sia realmente indipendente dal governo centrale. Per Zen, nella Repubblica popolare cinese, esistono almeno due “Chiese”: quella “ufficiale” e quella “sotteranea”.

Una visione che non pare non condivisa dalla maggior parte delle istituzioni ecclesiastiche vaticane. Zen è convinto che il “potere” dei comunisti non sia eterno e che i cattolici debbano pazientare in attesa della costruzione di una “nuova Cina”. Di diverso avviso, così com’è evidente, è chi ha salutato in maniera entusiasta l’accordo provvisorio per la nomina dei presuli. Come Mons. Michael Yeung Ming-cheung, il titolare della diocesi di Hong Kong, il quale ha dichiarato che: “Sebbene il contenuto dell’accordo non sia stato pubblicato, nella lettera ai cattolici della Cina, papa Francesco ha detto con chiarezza che (questo “accordo provvisorio”) può essere autentico e fecondo solo se avviene attraverso la pratica del dialogo”. E ancora: “Oggi – ha insistito il vescovo incaricato nella diocesi in cui ha operato anche Zen – la Chiesa di Cina incontra, conosce e lavora insieme alla Chiesa universale. Spero che essi possano, mano nella mano, stabilire un futuro pieno di armonia”. Il Papa, per i sostenitori del patto, ha consegnato nelle mani dei cattolici cinesi la possibilità di riconciliarsi con il “centro”, cioè con il Vaticano, ma fondamentalmente ci si chiede: il Governo Cinese cederà al suo essere totalmente ateo e persecutore anche verso i suoi stessi fratelli? Siamo nelle mani del Buon Dio ed a Lui affidiamo, per mezzo della preghiera, ciò che di buono ha in cuore il Santo Padre per questo popolo e non solo, ma per tutti i cattolici di questo mondo, cui è stato chiamato ad essere Pastore Universale!

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