Il filosofo tedesco Jürgen Habermas, in una foto del 2014 da Wikipedia ©Europäische Kommission/Szabolás

Il dialogo “Etica, religione e Stato liberale” fra il filosofo Jürgen Habermas e il cardinale Joseph Ratzinger su diritto, Stato liberale, ragione e religione nella società secolarizzata e pluriculturale.

Qualche settimana fa è mancato Jürgen Habermas (1929-2026), filosofo tedesco fra i più significativi e influenti dal secondo Novecento a oggi. Fino al 2025 è intervenuto nel dibattito pubblico, nel 2023 suscitò vivo interesse e dibattito la sua riflessione sul conflitto russo-ucraino, apparso sulla Süddeutsche Zeitung.

Vastissima è la sua produzione e la sua riflessione filosofica non si può sintetizzare in poche righe. È considerato uno degli eredi critici della Scuola di Francoforte. Uno dei testi più noti e studiati anche in Italia è Teoria dell’agire comunicativo. Un titolo che già delinea l’ampio orizzonte del suo pensiero filosofico: la razionalità umana come azione fondativa di comprensione reciproca attraverso il linguaggio, la comunicazione.

Da questo appiglio sommario vogliamo qui ricordare Jürgen Habermas per un dialogo con il teologo Joseph Ratzinger, allora cardinale e prefetto del Dicastero per la dottrina della fede e futuro papa Benedetto XVI. Era il 2004, il tema era “I fondamenti morali prepolitici dello stato liberale”; l’incontro si tenne a Monaco di Baviera, all’Accademia cattolica bavarese. Il dialogo è pubblicato in Italia da Morcelliana con il titolo Etica, religione e Stato liberale (terza edizione, 2022, a cura di Michele Nicoletti).

Sono trascorsi solo due decenni ma nell’attuale situazione internazionale dove si impone la legge del più forte, che genera conflitti armati, sembra che da quell’incontro sia trascorsa un’intera epoca. Eppure questi interventi di due intellettuali di alto calibro ci aiutano oggi a ritrovare la bussola su temi che riguardano l’abitare il mondo. Ricordare il fondamento del diritto è una questione che non ha perso di attualità ma che anzi nel disordine mondiale, nella paralisi della diplomazia e nel disconoscimento del diritto internazionale è resa più acuta.. In gioco sono i fondamenti dello stato di diritto, il rapporto fra ragione e religione in un’epoca di secolarizzazione e che, al tempo stesso, vede sorgere anche in Occidente il fanatismo di matrice religiosa. Tra l’altro, papa Leone XIV, ha tracciato una linea netta di demarcazione, il rifiuto dell’uso del nome di Dio per giustificare violenza, guerre.

Il dialogo fra Habermas e Ratzinger

Due sono le coordinate di riferimento de “I fondamenti morali prepolitici dello stato liberale” di Habermas: una è la società postsecolare che il filosofo aveva delineato a partire dagli anni 2000 in particolare in Fede e Sapere (2001), nella quale la secolarizzazione non ha portato al superamento della religione. La seconda coordinata di riferimento è la questione se lo Stato liberale, secolarizzato, viva di presupposti che non può garantire (posizione di Ernst-Wolfgang Böckerförde, citato da Habermas). Habermas, pur non condividendo questa tesi perché c’è un fondamento normativo, un “patriottismo costituzionale” nel quale i cittadini si riconoscono come soggetti del diritto e non solo come destinatari, tuttavia vede in atto nella società secolarizzata delle forze disgreganti la solidarietà di fondo.

In questo quadro postsecolare della società occidentale la religione è portatrice di valore sia per il bagaglio concettuale elaborato nei secoli dalla teologia, sia per le risorse morali, a patto che rinunci “al dogmatismo e alla coercizione sulle coscienze”. La religione rappresenta allora la possibilità di “percepire ed esprimere, in maniera altamente differenziata la vita deviata, le patologie sociali e la deformazione di contesti degradati” (p.35), ciò che non trova altrove spazio. Alla filosofia spetta il compito di apprendere questi contenuti di senso e tradurli, nel senso di portarli nel contesto sociale di secolarizzazione al fine dell’apprendimento e del dialogo pubblico. Per questo Habermas parla di secolarizzazione non distruttiva.

Il cardinale Joseph Ratzinger in una foto del 2001, commons.wikimedia ©Manfredo Ferrari

La dinamica fra ragione e religione è anche per Ratzinger fatta di apprendimento complementare. Nel suo intervento” Ciò che tiene unito il mondo” il teologo bavarese fa un’esamina degli eccessi della ragione, che possono essere distruttivi per l’essere umano, e delle devianze della religione altrettanto distruttive, si pensi al fanatismo (presente era ancora lo choc per il terribile attacco alle Torri gemelle di NY). Egli sottolinea l’evidenza che, come già nei Padri della Chiesa, la ragione è lume per la fede e “organo di controllo” per la religione.  

Ora, nelle società complesse come le nostre, dove convivono diverse culture, oppure se guardiamo al mondo interconnesso, e interdipendente, la questione è se è possibile trovare una base di accordo comune, un ethos mondiale (secondo Hans Küng) che fondativo dello stato di diritto e della convivenza pacifica.

Il diritto, ricorda Ratzinger, è strumento per sottomettere il potere che lasciato a se stesso diventa violenza e sopraffazione. Se la razionalità occidentale, prosegue Ratzinger, non è evidente a ogni ratio, ma è legata a determinati contesti culturali, “non esiste una formula per tutto il mondo, una formula, razionale, etica o religiosa che sia, sulla quale tutti siano concordi e che possa sostenere la totalità”. L’ethos del mondo rimane un’astrazione.

Che fare?

Il processo di ascolto, reciproco con le altre culture, di apprendimento reciproco fra religione e ragione mette in moto un processo di purificazione universale, “in modo che valori e norme essenziali conosciuti o presagiti diventino forza illuminante e operante, appunto ciò che tiene unito il mondo”.
Quindi una forza dell’agire pratico più che una definizione universalistica.

Habermas, a partire dal riconoscimento dei rispettivi limiti, sui quali sembra concordare anche Ratzinger, quelli della tradizione dell’illuminismo e della dottrina religiosa, riflette su quale sia l’atteggiamento di conoscenza e di norme che “lo Stato liberale deve pretendere dai propri cittadini, tanto dai credenti quanto dai non credenti, nella loro reciproca interazione” (p.22).