Nella foto: Oliviero Arzuffi. Foto di ©privat

Continua l’intervista a Oliviero Arzuffi. Parte terza e quarta

IL MISTERO CRISTIANO E LE SUE FONTI STORICHE

L’opera si sofferma sull’Evento Cristiano e sulle sue fonti storiche. Come si concilia la rigorosa indagine storiografica con il concetto di „Mistero“ che lei definisce affascinante ma oggi spesso dileggiato?

Si concilia benissimo.  È frutto di banalizzazione, molto più spesso di pregiudizio, ritenere e propagandare l’esistenza di una dicotomia inconciliabile tra rigore storico e professione di fede rispetto all’Evento Cristiano. Il cristianesimo infatti non è una filosofia, una dottrina e neppure, in senso stretto, una religione, bensì un fatto storico riassunto in una persona: Gesù di Nazareth, con il suo messaggio, la sua morte e l’annuncio della sua risurrezione: il kerigma degli inizi. Quindi, proprio in quanto evento è documentabile sul piano storico e archeologico. Infatti abbiamo molteplici testimonianze scritturali di autori non cristiani che testimoniano dell’esistenza del Nazareno e della sua tragica fine, nonché della storia degli inizi del cristianesimo. Ci sono numerosi reperti archeologici e paleografici che certificano l’esattezza anche nei dettagli dei luoghi e dei personaggi principali dei racconti neotestamentari e un patrimonio papirologico che ci segnala la precocità delle prime narrazioni evangeliche, che lasciano pochi dubbi non solo sull’esistenza del personaggio Gesù, ma anche sull’affidabilità sostanziale sulle sue vicende vissute nei tre anni di vita pubblica e sul messaggio trasmesso, al di là delle differenze presenti nelle narrazioni, che pur ci sono riguardanti alcuni particolari del suo agire o rispetto alle sue esatte parole pronunciate o sulla localizzazione precisa dei suoi discorsi e miracoli. Tutto questa ricostruzione ambientale, storico-critica e documentaria è presente abbondantemente nella parte del libro che ho dedicato alla nascita dell’Evento Cristiano.

Lo storico però, per non travalicare il suo compito e le sue competenze, deve arrestarsi davanti al Mistero, ovvero davanti alla tomba vuota e all’annuncio della sua risurrezione dai morti fatta dai suoi discepoli, perché le categorie di comprensione di ciò che ci è stato riferito e del suo significato, trascende le possibilità umane e l’esperienza comune per porci davanti al nudo Mistero, dove solo la fede, intesa come atto di fiducia nella testimonianza dei suoi discepoli e contemporanei, può dirci qualcosa. Questo non significa che la fede sia irrazionale e la notizia della sua risurrezione necessariamente falsa o inventata di sana pianta, ma semplicemente che l’Evento supera le nostre capacità di comprensione, quando esercitate secondo le nostre usuali categorie di giudizio, perché il Mistero, per sua stessa natura, ci costringe ad andare oltre il nostro piccolo ambito di comprensione della realtà, aprendoci ad una dimensione di conoscenza, non opposta alla ragione, ma soltanto diversa, perché incognita e infinita. Sul piano dell’indagine storica possiamo comunque affermare che non è spiegabile la nascita del movimento cristiano, nei modi, nei tempi e nell’ambiente giudaico, se non a causa di un evento traumatico, inaspettato ed improvviso, che ha trasformato, nel giro di pochissimo tempo, dei seguaci vigliaccamente fuggiti per paura, delusi e sfiduciati, in pubblici proclamatori che quel Gesù, morto in quel modo che era considerato espressione di maledizione sacrale, era il Cristo, il Figlio di Dio “incarnato”.

Questo evento assolutamente inatteso ha fatto rileggere ai discepoli tutto quello che avevano vissuto e udito al seguito di quel maestro itinerante e alquanto strano, molto più spesso incomprensibile secondo la loro logica, aprendo loro un orizzonte di comprensione molto più ampio. Perciò, ogni dissociazione tra il Nazareno che questi uomini avevano accompagnato per tre anni e il Cristo della fede è, proprio dal punto di vista storico, un controsenso e un uso improprio, quando non distorto, dei testi sacri, prevalentemente per dimostrare una tesi precostituita a tavolino a duemila anni di distanza da qui fatti. Infatti le scritture che lo riguardano, anche quelle non cristiane, ci presentano sempre Gesù come il Cristo e il Cristo è sempre identificato con il concreto Gesù di Nazareth. Su questa questione, oggi più che mai dibattuta, c’è una testimonianza scritturale importantissima, ma che pochissimi conoscono, perché è stata incomprensibilmente passata sotto silenzio dai media, che però mi è sembrato opportuno riportare per esteso nella mia Indagine sul sacro.

Nel 2015, due studiose dell’Università Cattolica, Ramelli Ilaria e Sondi Marta, hanno scoperto, tra i papiri catalogati dallo storico delle religioni Adolf von Harnak nella seconda metà dell’Ottocento, un frammento di un papiro, codificato con il numero 67, appartenente all’opera del filosofo neoplatonico Porfirio di Tiro dal titolo: Contro i cristiani, dove Porfirio conferma la straordinaria notizia della presenza di un senatoconsulto, risalente al 35 d.C, sulla professata fede nella divinità di Gesù da parte della nascente comunità cristiana. Notizia che già Tertulliano, Giustino, Eusebio di Cesarea, ma anche reperibile tra gli atti del processo al senatore cristiano Apollonio alla fine del II secolo, avevano riportato nei loro scritti, ma che gli storici avevano del tutto ignorato, perché proveniente da fonti cristiane e quindi, secondo un certo modo di intendere l’indagine documentaria, certamente inventata ad arte e perciò non storicamente attendibile. Solo che ora c’è la certificazione di un pagano dichiarato come Porfirio, che ha scritto ben 15 volumi contro il cristianesimo. E questo complica non poco i sostenitori della falsità del riporto in questione e della tarda datazione del riconoscimento di Gesù come Cristo e Dio. 

Questa clamorosa notizia ci dice che già nel 35 d.C., a soli cinque anni circa dalla morte di Gesù, l’imperatore Tiberio, dopo aver preso atto della relazione, obbligatoria per tutti i governatori delle provincie,  sul “caso Gesù” fatta da Ponzio Pilato e trasmessa all’imperatore dal suo delegato in Siria, Vitellio il Vecchio, decise di presentare al Senato romano (consecratio) la richiesta di collocare il nuovo dio Gesù tra le altre divinità del Panteon romano legittimandone così il culto, ricevendo però dal Senato romano un netto rifiuto attraverso un senatus consultum unanimis, con valore di legge. Il Senato, infatti, che era in cattivi rapporti con Tiberio, e perché era di competenza del Senato la prerogativa di legittimare i nuovi culti, dichiarò il cristianesimo non una religio licita, cioè legittimamente autorizzata, bensì una superstitio illicita, perseguibile con la pena di morte, configurandosi come un delitto di lesa maestà, contemplato nella normativa augustea della Lex Julia maiestatis dell’8 a.C. Tiberio se ne ebbe a male e mise il suo veto all’attuazione di questo senatoconsulto, che durò fino al 64 d.C., quando Nerone lo cancellò, per dare  l’avvio alla prima grande persecuzione che Tacito ben riporta anche nei dettagli.

Questo senatoconsulto del 35 d.C. costituì per tre secoli la base giuridica delle persecuzioni contro i cristiani, che terminarono solo con l’editto di Milano del 313 d.C. con l’annullamento di questo senatoconsulto rendendo così il cristianesimo religio licita.          

Questo per quanto riguarda la ricerca storica, per quanto attiene al Mistero, mi ha sempre colpito una frase del fondatore della meccanica quantistica, Richard Feynman, che soleva ripetere ai suoi alunni del Caltech californiano che “la realtà supera sempre di gran lunga la nostra stessa fantasia, ed è impossibile rinchiuderla dentro il nostro piccolo orizzonte mentale, e quando tentiamo di farlo, noi stessi diventiamo ancora più piccoli di questa nostra costituzionale ignoranza”. Lo diceva rispetto alla nuova fisica quantistica, ma questo vale ancor più rispetto al grande enigma del Sacro.

SFIDE ANTROPOLOGICHE

In quanto autore, qual è stata la sfida metodologica più complessa nel trattare testi sacri come fonti storiche senza cadere nella trappola del pregiudizio confessionale o, al contrario, dello scientismo ateo?

Essere aderente quanto più possibile ai testi sacri delle origini. Però, non conoscendo alcune lingue come l’arabo e il sanscrito antico, ho dovuto affidarmi alle traduzioni fatte da chi queste lingue le ha parlate fin dalla nascita o da chi le ha studiate da sempre, con la consapevolezza che nessuna traduzione riesce a restituire completamente il loro significato originario, ma solo il loro senso complessivo e per approssimazione concettuale. 

Tuttavia questo non mi è stato sufficiente. Ho dovuto, per rispetto del rigore metodologico, confrontare quelle traduzioni con altre di diverso orientamento interpretativo e più ideologicamente contrassegnate. Poi ho cercato di correlarle con il pensiero del movimento religioso di riferimento, secondo le diverse interpretazioni di esso circolanti nel web o professate dalle diverse scuole o chiese. Infine ho ritenuto indispensabile corredarle con la documentazione archeologica, papirologica e paleografica esistente, in modo da verificarne l’attendibilità storica e la coerenza usando il criterio dell’indagine scientifica. In questo sforzo sono stato sostenuto dalle nozioni fondamentali dell’antropologia culturale, dell’etnologia, della psicologia e della sociologia che mi hanno sempre incuriosito. Tutto questo tenendo ben presente che comunque il fenomeno del Sacro non è racchiudibile nell’ambito dalla sola ragione, perché il Mistero, travalica le nostre categorie mentali, e perciò del Sacro si deve sempre parlare con il condizionale e tenendosi a debita distanza da affrettate conclusioni e da affermazioni perentorie. Solo così, mi è sembrato di poter essere il più oggettivo possibile, per quanto umanamente possibile, ed evitare così sia il pregiudizio confessionale che la negazione a priori, come fa regolarmente un certo scientismo e negazionismo “à la carte”, che riscontriamo a piè sospinto, e senza suscitare vergogna, nei protagonisti anche notori delle intemerate antireligiose in voga.

Mi sembra infatti che, nei media, quando si parla di religione, si tende, prima ancora di analizzare il fenomeno, a proferire dei giudizi di merito su di esso, formulati spesso come una sorta di atto di fede alla rovescia, oppure vengono affermate banalità, che fanno cadere le braccia a chi ne ha una sia pur sommaria conoscenza. Questo dimostra, da una parte l’importanza dell’argomento in sé e l’interesse che suscita nell’opinione pubblica, dall’altro mostra quanto pregiudizio ci sia sul Sacro. Non mi stancherò mai di ripetere che il Mistero apre, non chiude, le porte della nostra mente! Il processo di conoscenza che il Mistero consente è infinito e non riducibile al sapere scientifico, che ne è solo una parte, ma mai la totalità, come vorrebbe un certo scientismo ingenuo e dogmatico.  

Scrivere un’indagine sul sacro nel 2026 implica confrontarsi con un „mutamento antropologico senza precedenti“. In che misura questo libro è un atto di resistenza intellettuale contro la riduzione dell’uomo a puro „processo biochimico“? Come ho già detto in precedenza, stiamo entrando in un’era totalmente nuova, dove le sfide che ci troviamo ad affrontare riguardano le sorti dell’umanità e dello stesso pianeta che abitiamo. È mia esplicita intenzione, con questo scritto, richiamare tutti, cittadini comuni e chi è investito di responsabilità, all’uso della ragione, all’esercizio costante del pensiero, oggi minacciato nel suo stesso formularsi, e a recuperare la saggezza che sta dentro l’ambito del sacro, che ha connotato la storia umana fin dalle origini nelle sue diverse forme sapienziali e istituzionali. Indagine sul sacro non è un libro di propaganda religiosa e neppure un’asettica analisi di informazioni e dati storicamente documentati sulle modalità del suo manifestarsi nel tempo umano, bensì una sorta di accompagnamento del lettore dentro le forme storiche dove il Mistero che ci circonda si è manifestato all’intelletto umano, ma è anche un invito a lasciarsi interpellare da lui, affinché la vita di ciascuno trovi una direzione che appaghi la fame di infinito che abbiamo dentro di noi, anche quando la neghiamo per paura o per pregiudizio, e perché le società ritrovino ciò che ci rende autenticamente umani, senza scorciatoie magiche né interessi strumentali o come alibi per non esercitare la fatica del rischio e della scelta. In questo senso questo libro è un atto di resistenza alla disumanità che stiamo vivendo, che coltiva la confusione per dominare ed esalta l’ignoranza per cancellare il pensiero.