“La prossimità a quanto ci accade intorno è il terreno in cui noi possiamo e dobbiamo spenderci, dove semplicemente possiamo cambiare anche le cose”.
Così Diego Andreatta, direttore diVita Trentina, settimanale della diocesi di Trento che compie 100 anni, si esprime sulla filosofia della testata. Il centenario ha offerto l’occasione per organizzare il convegno Pianeta in prima pagina. Cronisti del clima insieme alla FISC (Federazione italiana settimanali cattolici, della quale fa parte anche il Corriere d’Italia), che si è svolto a Trento dal 16 al 18 aprile al Vigilianum, sede dello storico periodico e Polo culturale della Chiesa trentina. Al secondo piano, fino al 20 giugno, lì una mostra racconta la lunga storia del settimanale.

Tocchiamo alcune tappe di Vita Trentina con il direttore Diego Andreatta e scopriamo qualcosa o meglio qualcuno che per un certo periodo è stato collaboratore prezioso del Corriere d’Italia.
Diego Andreatta, da dieci anni alla guida di Vita Trentina, è cresciuto professionalmente nella redazione del settimanale diocesano fin dal praticantato. Dal 1999 è anche corrispondente di Avvenire per il Trentino Alto Adige. Inoltre, si è occupato per quasi tre decenni anche della radio diocesana fino alla chiusura nel 2018 e ha sperimentato nei primi anni Novanta il linguaggio televisivo con l’allora trasmissione della diocesi, Pietre Vive.
Cent’anni di Vita Trentina sono un traguardo di cui andare fieri, ma sono anche una responsabilità per il futuro. Quali sono i valori che hanno ispirato il periodico fin da quel lontano 1926 e che lo ispirano ancora oggi?
Mi ha sempre colpito che per definire un articolo o un resoconto si utilizzi spesso la parola servizio: “servizio di…”, “servizio a cura di…”. Mi è capitato spesso di trovarmi a riflettere che questa parola, servizio, ha un suo significato forte e preciso. Mi piace quindi ricondurre questi nostri valori di riferimento ad un servizio: alla persona, alla Chiesa e al mondo. In primo luogo, servizio alla persona, a tutti gli uomini nella loro dignità insopprimibile, soprattutto ai soggetti più deboli. Il servizio alla Chiesa vale per un settimanale che è stato fondato dalla Chiesa per “sentire cum ecclesia” (quest’ espressione si ritrova nel primo editoriale), per avere la stessa mente, lo stesso cuore della Chiesa. Il terzo elemento è il servizio al mondo in quanto, anche per un settimanale locale, tutto è interconnesso. Infine, alla parola “servizio” aggiungerei due condizioni: la libertà dai poteri di qualsiasi tipo e la professionalità. Per fare bene giornalismo cattolico bisogna fare innanzitutto buon giornalismo.

Era il 1926 e ci furono ben presto gli attacchi del regime fascista al giornale. Come si è difesa Vita Trentina, come ha preservato la propria indipendenza?
Il giornale non nasce dal nulla perché ha alle sue spalle alcune testate come il periodico La Voce Cattolica, e il quotidiano Il Nuovo Trentino di Alcide De Gasperi, giornali importanti e cristianamente ispirati. Il settimanale Vita Trentina nasce come risposta alla repressione fascista nei confronti della stampa cattolica, esattamente 50 giorni dopo che le squadracce fasciste mettono a tacere il giornale di Alcide De Gasperi, Il Nuovo Trentino. L’allora arcivescovo, Celestino Endrici, decide di mandare in stampa Vita Trentina con la volontà di aprire un capitolo nuovo, all’insegna di una certa autonomia. Durante il Ventennio il potere fascista cerca di depotenziare, di sfinire, di sfiancare questo “giornalucolo fastidioso”, come lo definisce il quotidiano fascista della regione, Il Brennero. E invece no: Vita Trentina resiste.
L’autonomia gli deriva dall’essere un organo, voluto dal vescovo, quindi strettamente legato alla Chiesa, istituzione autorevole che fa da protezione. Riesce a difendersi anche con molta astuzia, con stratagemmi: ad esempio non usa mai la parola “il Duce” per Mussolini, non si piega alle richieste della propaganda. Dà informazioni sul governo – non può infatti non darle, pena la chiusura immediata – ma lo fa in modo non eclatante, senza enfasi. Ad esempio, quando nel 1936 il governo italiano annette l’Etiopia la notizia viene data sì ma relegata in una posizione non di apertura, ma di spalla laterale, proprio mentre il governo fascista con tutti i suoi organi di stampa magnificava invece la vittoria. Attraverso questa modalità il nostro primo direttore, monsignor Giulio Delugan, fortemente inviso al governo fascista, riesce a resistere e a proseguire la sua opera formativa e di promozione della pace. Dovrà capitolare nel 1931, quando la violenza porterà a un’irruzione delle squadracce fasciste e a una messa a soqquadro della redazione con una temporanea chiusura. Il giornale poi riprenderà le pubblicazioni, dapprima con un’altra figura di sacerdote prestanome accettata dal prefetto fascista e poi, quando il fascismo tramonterà, mons. Delugan tornerà alla guida del settimanale fino al 1968.
C’è un’altra fase importante nel secolo di Vita Trentina: la direzione di don Vittorio Cristelli. Insieme a due altri colleghi (Fulvio Gardumi e Walter Nicoletti) avete scritto la biografia Vittorio Cristelli. Giornalista del Concilio. Che personalità è stata?
Cristelli ha avuto il merito di dare continuità alla coraggiosa linea del suo predecessore Delugan, aprendo, nello stesso tempo, una fase assolutamente nuova per il giornalismo cattolico trentino – ma anche italiano oserei dire – di “traduzione” del Concilio, ossia con l’intenzione di far conoscere le istanze del Concilio attraverso la carta stampata. Cristelli lo fece assumendo le categorie del dialogo, della scelta dei poveri, della sana laicità come punti di riferimento e facendo poi dell’impegno per la pace una costante molto presente nella parte finale della sua vita. Non fu solo giornalista, fu anche docente di etica perché era filosofo di formazione; fondò l’”Università della terza età del tempo disponibile”, la scuola per educatori professionali e fra l’altro fu anche educatore scout, nonché, in quanto cacciatore e direttore della rivista dei cacciatori, fu propulsore di una etica venatoria. A proposito abbiamo raccolto i suoi scritti recentemente in un altro volume intitolato “Sentinelle del Creato”.

Don Vittorio era una personalità poliedrica, figlio di una famiglia contadina di Miola di Pinè emigrata in Belgio. Aveva vissuto l’essere migrante, la povertà, la dignità del lavoro e questa cifra è sempre rimasta anche nell’intellettuale Cristelli. Direi che Vita Trentina, com’è oggi, ha ancora la sua impronta. Fu tra i primi direttori a volere una redazione tutta di laici professionalizzati, fu anche uno dei primi preti a impegnarsi costantemente sia nell’Ordine dei giornalisti, di cui fu consigliere nazionale, sia nel sindacato pur volendo lui rimanere sempre comunque pubblicista, in quanto sacerdote, e mai professionista.
Cristelli fu allontanato dalla direzione del giornale. Che cosa accadde?
Alla fine del 1987 ci fu un avvicendamento alla guida della Diocesi di Trento. Ad Alessandro Maria Gottardi (per raggiunti limiti di età, n.d.r.), con cui Cristelli aveva avuto un rapporto dialettico ma di grande fiducia, subentrò il nuovo arcivescovo Giovanni Maria Sartori il quale un anno dopo il suo arrivo dispose l’allontanamento di Cristelli, dando come giustificazione che si trattava di un “normale avvicendamento” dopo vent’anni in quel ruolo. In verità si era capito che il nuovo pastore, essendo stato lui stesso direttore di un settimanale diocesano e avendo posizioni diverse, non si trovava in sintonia con il direttore. Ci fu una forte protesta popolare, oltre 2 mila persone scesero in piazza sotto l’episcopio e noi redattori – lo ricordo perché all’epoca ero già nella compagine redazionale – , facemmo sciopero; fu una vicenda clamorosa per un giornale cattolico. Ciò che si contestava non era tanto la sostituzione, quanto il fatto che non ci fosse stata trasparenza e chiarezza sulle motivazioni reali.
Vita Trentina, mi dicevi, riuscì a continuare comunque la stessa linea editoriale. Lo stesso don Vittorio rientrò al giornale come opinionista: il direttore don Ivan Maffeis, oggi arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, gli offrì di curare una rubrica.
Ma c’è una storia che lega Vittorio Cristelli al Corriere d’Italia. Lui stesso figlio di emigrati italiani in Belgio, aveva uno occhio di riguardo per il mondo dell’emigrazione. Di che cosa si tratta?
Don Cristelli divenne corrispondente dall’Italia del Corriere d’Italia negli anni ’80.. Era amico dell’allora direttore, Corrado Mosna. Sta di fatto che il Corriere d’Italia trovò utile per motivi economici venire a impaginare e a stampare le sue edizioni a Trento presso la litotipografia Elios. Detto questo, don Vittorio si rese disponibile per curare ogni settimana un pezzo di una mezza pagina di attualità politica e sociale italiana, una sorta di pastone di politica interna che lui compilava con molto piacere, sentendo così di fare anche lui un servizio utile per i lettori di origine italiana in Germania. E questo impegno settimanale lo costringeva a essere sempre aggiornato, insomma a fare un po‘ da corrispondente. In più dava un’occhiata anche ai titoli oppure interveniva su qualche pezzo del Corriere d’Italia e su richiesta di Corrado Mosna per eventualmente apportare qualche correzione dell’ultima ora, visto che i rapporti all’epoca erano soltanto via telefono. Nella sua testa quindi non c’era solo Vita Trentina, ma c’era anche il Corriere d’Italia.
Torniamo a noi, all’oggi. Nel giornalismo attuale, dove l’Intelligenza Artificiale è uno strumento, spesso invasivo, un giornale locale con l’occhio sul territorio, sulle realtà sociali, economiche, sulle storie delle persone, è una risorsa indispensabile. Essere ancorati alla comunità di un territorio è il punto di forza dei giornali locali? Forse la stampa generalista è più in difficoltà a definire il proprio spazio nella sfida con l’Intelligenza Artificiale? Che ne pensi?

Ti ringrazio perché mi aiuti a mettere a fuoco questo aspetto. Quella di essere legata al territorio è sempre stata una chance delle nostre testate, lo abbiamo sempre detto un po‘ come un’ovvietà. E noi siamo ancora presenti nelle parrocchie, abbiamo le antenne sul territorio. In verità questo non è così vero come una volta. Non possiamo più contare su quell’automatismo per cui si riteneva che “locale” significasse sempre presidio della Chiesa. Quindi il valore dell’essere locale a mio avviso è un valore anche laico legato al significato di prossimità. In un mondo che ci porta contemporaneamente lontanissimo, dove ogni vicenda ce la troviamo sul palmo della mano attraverso lo smartphone, sentiamo che la prossimità a quanto ci accade intorno è il terreno in cui noi possiamo e dobbiamo spenderci. È l’ambito dove semplicemente possiamo cambiare anche le cose. Possiamo essere artefici di un cambiamento, di una conversione, di un rinnovamento dal basso. Se la prossimità ci interessa, allora abbiamo anche bisogno di uno strumento di informazione che ci aiuti a capire bene le cose, ad approfondirle attraverso una formazione sui temi specifici perché possono essere problematiche specifiche che soltanto un giornale locale sa approfondire bene. E questa è la sfida. Qui ci sono spazi di fiducia, di lettura, di interesse e questi spazi possono far sentire un giornale come il nostro, un giornale necessario. La mia ambizione sarebbe che Vita Trentina venisse avvertita dai cattolici trentini (e non solo) come un giornale utile, che vale il prezzo dell’abbonamento. Ma anche come un giornale necessario perché se, come lettore, non ce l’ho, avverto che mi manca qualcosa, un punto di vista. È un’ambizione impegnativa perché viviamo in una terra in cui escono tre quotidiani che sono fatti bene, perché non fanno solo cronaca nera e storiacce come avviene in altre regioni d’Italia. Il nostro punto di vista non ce l’ha nessuno così dichiarato e quindi lo spazio c’è. Non è uno spazio ampio come un tempo, è uno spazio che a mio avviso è sufficiente per conservare ancora a lungo questa voce originale, peraltro nelle modalità che la tecnologia poi ci indicherà. Quindi credo che la sfida sia ancora appassionante, ma si possa ancora vincere. È appassionante nella misura in cui il vangelo è ancora appassionante per l’uomo del nostro tempo. La Parola è una sola ma vive in tante storie raccontate che, in questi tempi catastrofistici, puntano a dare speranza fondata, non semplicemente conforto. E puntano a dare conoscenza e competenze, suscitando se necessario un po‘ di sana contrapposizione e ricorrendo anche alla denuncia qualora ci fossero troppe voci all’unisono, totalizzanti; un‘eventualità che si sta realizzando nell’Italia di oggi.
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