Bandiera Europea - ©dpa

Il prossimo 26 maggio ci saranno le Elezioni Europee e altrettante Elezioni Amministrative, ma ciò che desta la maggiore attenzione sono quelle Europee. Ci si chiede il perché, e la risposta può essere duplice. Da una parte lo schieramento di quelli che vogliono mantenere in Europa un certo “status quo”, e quelli che invece desiderano cambiare tutto in forza di un qualcosa di nuovo ma che tanti si augurano possa essere veramente nuovo. Può esistere una Europa come gli Stati Uniti d’America? Si è riusciti a fare gli Stati Uniti d’Europa? Non crediamo che a ciò si sia giunti, vuoi per le identità nazionali e vuoi perché ancora oggi ci sono paesi che pensano di essere migliori degli altri e pertanto debbono poter dettar legge anche sulle scelte di una Nazione che secondo loro non procede seguendo determinati canoni.

Fare politica dovrebbe prevedere il possesso di una cultura politica. Magari non seguendo determinati rigori, ma neppure il vuoto di gente mediamente senz’arte né parte nella conoscenza dei meccanismi istituzionali e nelle dinamiche dell’agone, che, come dice l’etimo di origine greca, è una lotta. E ogni lotta ha le sue specifiche regole, presuppone un bagaglio teorico, impone esercizio e fatica, si affina con lo studio e l’osservazione continua. Primo passo: leggere. Leggere qualche libro, non i social o i titoli dei giornali che per la maggiore sono di parte. E questo naturalmente vale per chiunque abbia una zucca che voglia riempire di sale, e non lasciarla come il buco nero scoperto l’altro giorno. Non basta richiamarsi, pertanto, ad una generica “cittadinanza europea”, che si contenta di «un’appartenenza astratta, mentre responsabilità e cittadinanza sono concetti indivisibili in una democrazia». Si deve ridare una meta, a questa Unione così disunita politicamente, con un parlamento eletto ma che non conta niente, secondo taluni pensatori. E secondo questi la via si ritrova guardando in basso, nel locale, per far riprendere contatto il cittadino con la cosa pubblica: «I movimenti autonomisti sono l’occasione per riflettere su confini e identità significativi e ridisegnarli a tutti i livelli poiché, come sono oggi, i rapporti tra area e amministrazione appaiono privi di senso». Autonomie, dunque, all’interno degli Stati. Che sarebbe il caso diventassero federali. Per ritrovarsi federati in una comune «federazione europea».

La tara della (Dis)Unione Europea è aver scelto di concretizzarsi dall’alto, gelidamente, tecnocraticamente, in una gabbia d’acciaio chiamata Euro: una trappola artificiale disegnata a tavolino sull’altare della sacra finanza e della geopolitica berlinese, e non per il bene sociale dei popoli. Su questo punto, che è il punto, i sovranisti ci prendono in pieno. È sullo strapotere della globalizzazione finanziaria, vera madre della moneta unica, la vera contrapposizione fra conservatori e innovatori, reazionari e rivoluzionari, che è questa: liberali contro anti-liberali. I primi difensori dello status quo, i secondi, di vario tipo e finora più a parole che nei fatti, suoi avversari. Ma tra fine maggio e fine giugno verrà eletto il nuovo presidente del Parlamento europeo, verrà scelto il nuovo capo della Commissione, verranno scelti i nuovi commissari europei, verranno assegnate le presidenze delle commissioni parlamentari, verrà deciso il nuovo Presidente della Banca Centrale Europea, potrebbe essere sostituito un membro del board della Bce (il mandato di Draghi scade a fine ottobre ma tutti i giochi si faranno nel Consiglio europeo del 30 giugno).

E in questo scenario la particolarità, la straordinarietà e l’unicità del nostro paese è quella di trovarsi in una condizione strategica difficile da non definire in modo diverso da un suicidio politico. Tutti i principali sondaggi dicono che l’Italia ha le carte in regola per essere nel prossimo Parlamento europeo il paese con il maggior numero di deputati appartenenti a un singolo partito – la Lega con il 33% avrebbe 29 parlamentari, lo stesso numero di seggi della tedesca Cdu, mentre nel 2014 il Pd con il 40% ebbe 31 seggi, tre in meno della Cdu – ma ciò che in questi mesi gli antieuropeisti devono aver sottovalutato è che per far contare un paese in Europa non basta accrescere il consenso del proprio partito. Serve fare qualcosa di più: serve far parte di una squadra più grande che, come si dice in gergo calcistico, sappia finalizzare l’azione di un singolo. Il paradosso del prossimo Parlamento, un paradosso drammatico più per l’Italia intera che per i soli populisti, è che nella prossima legislatura il governo del nostro paese, pur avendo buone probabilità di portare a Bruxelles e a Strasburgo un numero significativo di parlamentari, rischia di non contare nulla, di non toccare palla e di dimostrare in modo plastico quanto sia vero che in un mondo globalizzato, come ha ricordato recentemente Mario Draghi, i paesi per essere davvero sovrani devono imparare a cooperare. Buona parte del governo italiano, pur non potendolo ammettere esplicitamente, sta imparando a capire in queste ore quanto sia pericoloso, dannoso e sbagliato isolarsi in Europa e non bisogna essere intelligenti come taluni ministri della Repubblica per capire che più l’Italia si allontana dal cuore dell’Europa e più l’Europa verrà governata a colpi di bilaterali franco-tedeschi (vedi il trattato di Aquisgrana) all’interno dei quali difficilmente troverà spazio l’interesse italiano.

Il problema però diventa molto più grande e molto più serio se si pensa a cosa rischia di perdere il nostro paese a causa dell’isolamento costruito in Europa. E il pericoloso paradosso di fronte al quale si troverà l’Italia nei prossimi mesi è grosso modo questo. Negli anni in cui gli antieuropeisti hanno rimproverato all’Italia di non contare nulla in Europa, l’Italia è riuscita a portare un italiano alla guida della Banca Centrale Europea (Mario Draghi), un italiano alla guida del Parlamento Europeo (Antonio Tajani), un’italiana alla guida della politica estera europea (la Federica Mogherini su cui però si potrebbe dire ben altro che belle figure e buona politica abbia fatto – basti pensare ai solo 3,5 milioni di euro spesi per le porcellane nelle sedi di rappresentanza….), un italiano alla guida di una delle commissioni più importanti del Parlamento Europeo (Roberto Gualtieri, presidente della Commissione per i problemi economici e monetari). Nei mesi in cui gli antieuropeisti si sono presentati in Europa promettendo di far contare di più gli italiani, l’Italia si ritrova di fronte a un numero incredibile di opportunità che rischia di perdere. Rischia di non avere voce in capitolo per il prossimo presidente del Parlamento Europeo, che sarà proposto dal Consiglio Europeo di fine giugno e sarà eletto ai primi di luglio. Rischia di non avere un Commissario Europeo di peso: per farlo bisogna fare quello che non stiamo facendo, ovvero costruire accordi con i grandi paesi che oggi non sono nostri alleati senza dare per scontato che chiunque sarà proposto dal governo italiano verrà accettato (ricordate il caso Buttiglione?). Rischia di essere fuori dai giochi per le presidenze delle commissioni: le presidenze verranno decise dai gruppi più forti in Europa, non dai partiti più forti in un singolo paese, e alla fine l’unico italiano di peso in Parlamento Europeo è Roberto Gualtieri, del Pd, che sembra avere buone possibilità di restare nello stesso ruolo strategico occupato negli ultimi cinque anni. Rischia di guardare da spettatore il rimescolamento che ci sarà subito dopo le europee all’interno della Banca Centrale: l’Italia avrebbe tutto l’interesse a stringere un accordo con la Francia di Macron per sostenere il francese François Villeroy de Galhau alla guida della Bce, perché con un francese alla guida della Banca centrale l’altro francese attualmente nell’executive board, Benoît Coeur, sarebbe costretto alle dimissioni, e in quel caso l’Italia – pur avendo già Andrea Enria alla presidenza del Consiglio di sorveglianza della Bce – potrebbe tentare di avere un ruolo importante nella partita del rinnovo del board (la Francia ha avuto per anni contemporaneamente nell’executive board Benoît Coeur e alla guida della Vigilanza Danièle Nouy).

Rischia tutto questo, l’Italia, ma rischia soprattutto di essere protagonista di un incredibile cortocircuito: essere contemporaneamente il paese meno rappresentato nell’Europa del futuro pur avendo il partito più rappresentato in Parlamento. “In un sistema economico integrato a livello mondiale e regionale – ha ricordato ancora Mario Draghi – i paesi europei devono cooperare per poter esercitare la propria sovranità. E la vera sovranità si riflette non nel potere di fare le leggi, come vuole una definizione giuridica di essa, ma nel migliore controllo degli eventi in maniera da rispondere ai bisogni fondamentali dei cittadini: la pace, la sicurezza e il pubblico bene del popolo”. L’Italia si avvicina all’Europa del futuro come? Ecco allora che taluni partiti dovrebbero al meglio saper giocare le loro carte perché non si venga a dire che: “più che difensori della sovranità, forse, sono difensori non dell’interesse dell’Italia ma della propria misera pagnotta politica”.

E tutto questo non è bello per un popolo che dopo 158 anni dalla sua “Unità” deve ancora trovare la giusta coesione e purtroppo lo si consta giorno dopo giorno, non tanto nella stessa Italia ma tra gli italiani all’estero, che a differenza di altri popoli non dimostrano “unità e coesione” tra di loro….ma solo regionalità….

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