Lo stallo della politica italiana, preda di litigi e manie di protagonismo

Due mesi di trattative fallite hanno tolto ogni dubbio in merito a ciò che già si era temuto all’indomani del 4 marzo scorso: l’Italia uscita dalle urne è un paese ingovernabile. Le consultazioni che Sergio Mattarella ha avuto con i partiti non hanno evidenziato possibilità concrete di superare le enormi differenze esistenti. Peraltro, almeno fino ad oggi, vere trattative non hanno avuto luogo. Non intorno a un tavolo e non a fronte di un ordine del giorno, di un’agenda concordata. Gli scambi tra i leader sono stati affidati a messaggi lanciati sui social o pronunciati per strada e mandati in onda dalle televisioni. Messaggi destinati più al pubblico degli elettori che ai rispettivi interlocutori politici. A volte si è trattato di veri insulti. Sembrava di essere ancora in campagna elettorale. Meglio sarebbe stato vedere i leader dei partiti chiudersi in conclave in un luogo tranquillo e appartato, lontano dai riflettori dei media.

Dopo il fallimento del primo giro di consultazioni il Capo dello Stato ha conferito ai presidenti di Camera e Senato l’incarico di esplorare ulteriormente le possibilità di accordi tra i partiti. Il tentativo del Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati di verificare la fattibilità di un governo tra Centrodestra (CDX) e Movimento 5 Stelle (M5S) è fallito prima di nascere. È stata la preclusione dei pentastellati nei confronti di Silvio Berlusconi a determinare il fallimento. Il motivo dichiarato è stato quello di non poter fare un governo con una persona su cui pesano condanne e l’incandidabilità. Il motivo vero è però un altro: accettando l’alleanza con la coalizione di CDX, il M5S sarebbe in minoranza. Questo non piace a Luigi Di Maio che rivendica per sé il ruolo di premier in un governo fatto con l’appoggio della Lega (o, indifferentemente, del PD).

Matteo Salvini da parte sua non è disposto a “tradire” il CDX accettando un ruolo di gregario in un governo M5S – Lega. Peraltro, il fatto che la Lega abbia ottenuto il maggior numero di voti tra i partiti del CDX ha catapultato Salvini nella posizione di leader della coalizione facendogli guadagnare ben più potere negoziale nei confronti del M5S. Di qui, anche, il suo rifiuto ad accettare l’invito di Di Maio a fare un governo senza Berlusconi. Dopo il successo schiacciante del CDX, e in particolare della Lega, alle elezioni del Friuli del 29 aprile scorso, elezioni che hanno visto il crollo al 7% dei pentastellati, Salvini ha rivendicato per la Lega la carica di capo di governo.

Anche la possibilità di un accordo tra M5S e PD è tramontata prima di poterne verificare la fattibilità. Il responsabile del fallimento ha un nome e cognome: Matteo Renzi. Domenica 29 aprile, durante la trasmissione “Che tempo che fa”, Renzi ha escluso ogni possibilità di accordo con i pentastellati. A che titolo lo abbia fatto, visto che si è dimesso da segretario del partito non è dato capire. Così facendo Renzi ha scavalcato Maurizio Martina, segretario reggente del PD a seguito delle sue dimissioni. Martina aveva invece dato segnali di apertura in merito alla possibilità di iniziare una trattativa con i pentastellati. L’intervento di Renzi ha scatenato molte critiche sia all’esterno che all’interno del partito. Ma non solo Renzi ha sbagliato. Prima e più di lui hanno sbagliato la Rai e Fabio Fazio in qualità di conduttore della trasmissione. Se la Rai fa servizio pubblico, dovrebbe fare attenzione a non interferire con la politica, almeno quella istituzionale, almeno in fasi delicate come quella attuale. Il neopresidente della Camera Roberto Fico aveva parlato di un “esito positivo” dell’incontro col PD e con Martina. E Martina aveva già fissato per il 3 maggio una riunione del direttivo in cui trattare la questione se e come iniziare a parlare con i 5 stelle. La Rai avrebbe dovuto rispettare il calendario politico deciso dal presidente della Camera in forza del mandato ricevuto dal Capo dello Stato ed è strano che nessuno abbia opportunamente rimarcato il comportamento scorretto della televisione pubblica.

Sarebbe stato interessante vedere se e come sarebbe stata impostata la trattativa tra M5S e PD, se essa avesse attinto all’esperienza tedesca, lunga e laboriosa, passata al vaglio di ben due verifiche interne, quella dei 600 delegati di partito (21 gennaio a Colonia) e quella della votazione del quasi mezzo milione di iscritti (il cui risultato è stato reso noto il 4 marzo). Con il suo show televisivo Renzi, da ex-segretario, ha fatto in mezz’ora il contrario di quello che in Germania un intero partito, la SPD, ha fatto in due mesi di intenso dibattito. E solo dopo aver ricevuto il mandato della base, i leader della SPD hanno potuto discutere – e lo hanno fatto per tre settimane, quello sì che è stato un conclave – con l’Unione CDU-CSU scrivendo il contratto di governo. 200 pagine di linee guida dal titolo: una nuova partenza per l’Europa. Poteva essere un esempio per l’Italia?

Dario Franceschini, ministro dei beni culturali ancora in carica nella sua pagina Facebook ha affermato: “E’ arrivato nel PD il tempo di fare chiarezza. Dalle sue dimissioni Renzi si è trasformato in un Signornò, disertando ogni discussione collegiale e smontando quello che il suo partito stava cercando di costruire. Un vero leader rispetta una comunità anche quando non la guida più”. Condividiamo queste parole. Una verifica interna al PD è quantomai necessaria. Solo cinque anni fa, alle europee, aveva ottenuto il 40% dei consensi. Ed è abbastanza singolare che il PD sia uscito perdente dalle urne nonostante nella passata legislatura abbia avviato una stagione di importanti riforme, molte delle quali realizzate. Peraltro il PD con Renzi in qualità di capo del governo avrebbe voluto attuare, non dimentichiamolo, anche la riforma costituzionale per l’abolizione del Senato e del sistema bicamerale. Se oggi non abbiamo un efficiente assetto istituzionale, compresa la legge elettorale che tale assetto dovrebbe produrre, lo dobbiamo anche a quella mancata riforma.

Torniamo al presente. Nel momento in cui scriviamo non sappiamo cosa succederà in seno al PD nell’annunciata riunione del 3 maggio. Col suo intervento Renzi ha di fatto riconsegnato a Mattarella la palla. Di Maio, evidentemente non più interessato ad un accordo col PD, ha chiesto al Capo dello Stato di indire nuove elezioni entro luglio. Salvini invece si è detto pronto a sondare nuovamente il terreno per un accordo con il M5S. E non è improbabile che, per sciogliere il nodo della premiership, rinunci alla carica proponendo al suo posto il nome di Giancarlo Giorgetti, suo braccio destro e numero due della Lega.

Il presidente Mattarella ha fatto capire che non ci sono i tempi tecnici per nuove elezioni prima dell’estate. A quanto pare sono i meccanismi del voto all’estero a richiedere tempistiche più lunghe. Tuttavia, se CDX e M5S lo volessero, avrebbero i numeri per chiedere lo scioglimento anticipato delle camere, il che condannerebbe a morte prematura la neonata XVIII legislatura. Ciò che è ragionevolmente ipotizzabile è che il Capo dello Stato inizi un terzo giro di consultazioni con l’obiettivo di formare un governo di scopo, un governo di più o meno larghe intese che si dedichi ad alcuni selezionati compiti prioritari, compreso quello di approvare una nuova legge elettorale che garantisca la governabilità del paese. È quello che alcuni chiamano governo del Presidente, altri governo di tregua.

Intanto l’Italia attende.

Nei cittadini la sensazione che, al di là dei proclami urlati nei talkshow o affidati a messaggi sui social, non cambierà niente.

Che chiunque governerà non riuscirà a risolvere i problemi del paese.

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