Gli avventori della locanda che mandano al diavolo la propaganda patriottica, le comari sconcertate davanti all’inverosimile spettacolo dei reparti scozzesi in kilt, i generali che si litigano fra di loro, il severo parroco che si scandalizza per gli svaghi offerti ai soldati, le sciantose di provincia, i reparti pre-fascistoidi degli Arditi, eccetra, formano un affresco molto colorito con il titolo bilingue Se no jera par l’acqua del Piave e par el Raboso dee Grave… ovvero le vicende della Grande Guerra vissute da un paese di retrovia ed articolato in un seguito di quadretti paesani ambientati nella zona del Piave-Montello nel periodo storico fra le battaglie di Caporetto e di Vittorio Veneto. Il suo autore è il prof. Lorenzo Morao, già noto ai nostri lettori per il suo seguito di articoli storici sulla grande guerra e per i suoi informatissimi réportages sulle ville del Veneto. La compagnia teatrale Piccolo Borgo Antico è un gruppo amatoriale formatosi nel 2003 in un paesino del Veneto, Carpenedo di Piedelago, di cui fanno attori dilettanti reclutati fra la gente del luogo, in conformità con la tradizione italiana del neorealismo, con eccellenti risultati.

Il pezzo teatrale era interessante anche dal punto di vista linguistico, presentando come due strati sovrapposti, l’italiano e il dialetto veneto. Il primo veicolava i contenuti ideologici ufficiali, la retorica guerrafondaia e le bugie ufficiali dello Stato. Il secondo veicolava i giudizi sinceri e spontanei della gente del luogo, essendo il dialetto la lingua più vera, come sosteneva Pasolini.

Malgrado che il veneto sia difficilissimo da capire per chi non è del luogo (il sottoscritto riusciva a distinguere sì e no una parola su dieci) il messaggio era reso comprensibile lo stesso da un seguito di fattori come la musicalità della frase e il suo contesto. In italiano parlavano invece i personaggi storici veri e propri che erano tre: il generale Giuseppe Pennella, tutto d’un pezzo ma di grande umanità, e il suo aiutante capitano Sozzani, ed il comandante in capo generale Armando Diaz (quello che emanerà il famoso comunicato della vittoria). I soldati scozzesi davano più sul parodistico; simpatica l’apparizione insperata del can-can. Tutti queste scene ritornavano come un refrain sulla scena dell’Osteria dei Puareti, che era il filo conduttore, ed in cui uno degli avventori era lo stesso prof. Morao; il personaggio dell’ostessa sembrava ricalcato sul celebre ritratto della vecchia di Giorgione, il geniale pittore di Castelfranco Veneto. E della stessa cittadina era pure l’autore delle vivaci scenografie, il pittore Lorenzo Viola. Al termine tutti i personaggi sono apparsi sul proscenio ed hanno detto: „Questo facciamo noi per la pace. E tu che fai?“. Segue esposizione della bandiera del Veneto con la scritta: Pax tibi… Le due ore dello spettacolo sono volate senza pausa ed alla fine il pubblico che gremiva la sala della Missione con oltre 200 posti non ha dato il minimo segno di stanchezza, segno questo che il pezzo teatrale era stato ben calibrato.

La spettacolo è stato ufficialmente organizzato con il patrocinio del Consolato Generale d’Italia (rappresentato dal dott. Michele Santoriello) e dalla Regione Veneto (rappresentata dal consigliere regionale Nazzareno Gerolimetto), ed è stato allestito nella grande sala della Missione Cattolica Italiana a Francoforte. Ma la vera organizzatrice e promotrice del tutto è stata la signora Mary Condotta che alla fine ha mietuto i più grandi riconoscimenti dai partecipanti e dal pubblico. Un ringraziamento tutto speciale lo merita il discreto ma attivissimo Don Silvestro senza la cui disponibilità e collaborazione questo risultato non sarebbe stato possibile.

Quando tutti gli applausi si sono spenti, il pubblico è stato gratificato da un buffet di formaggi e salumi del Piave accompagnato da degustazioni di vino locale: il Raboso, tipico della marca trevigiana. Secondo il prof. Morao, essi avrebbero contribuito sostanzialmente (alla lettera) alla vittoria finale italiana. Non dimentichiamo quello che ci ha raccontato il prof. Barbero nella sua conferenza su Caporetto tenuta pochi giorni prima in Consolato: le truppe austriache, a differenza di quelle italiane, erano ridotte alla fame, e quando dilagarono sulla pianura friulana-veneta, si trovarono improvvisamente a portata di mano le fattorie abbandonate dalla popolazione in fuga e piene di ogni ben di Dio: e ne fecero man bassa. Persero giorni preziosi a fare bisboccia. Quando finalmente si misero in marcia verso il Piave era troppo tardi, il fiume era entrato in piena. In una guerra all’italiana anche la gastronomia ha il suo ruolo determinante.

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