Una serie realizzata dal Corriere d’Italia in collaborazione con il Consolato italiano a Francoforte, a cura del Dr. Nicola Coronato

In questa puntata della nostra serie lasciamo i laboratori universitari di ricerca con i protagonisti di eccellenti carriere accademiche, per la presentazione di un successo professionale. Ci è sembrato interessante, poiché tanto si è parlato di barriere linguistiche nei percorsi di formazione, presentare una personalità che sull’insegnamento delle lingue e sulle traduzioni ha fondato la propria carriera lavorativa e professionale. Ecco l’intervista ad Antonio Perrotta, gestore di una scuola privata di lingue straniere e dell’ufficio traduzioni: www.antonioperrotta.de

Antonio da quando la Sua famiglia vive in Germania?

I miei genitori si sono trasferiti dalla Calabria in Germania, nel Baden-Württemberg nel 1966 sulla scia di moltissimi connazionali chiamati dalla Germania come “Gastarbeiter” dopo la firma del trattato bilaterale del 20 dicembre 1955, sul reclutamento e il collocamento di manodopera italiana nella Germania federale.

Ci spieghi meglio

Mio padre aveva in quegli anni in Calabria una sartoria. Purtroppo, a causa del forte richiamo dalla Germania, il paesino calabrese dove viveva si svuotò letteralmente in brevissimo tempo. Nell’arco di circa dieci anni la popolazione si dimezzò. Quindi, anche se mio padre non avesse voluto emigrare, ne fu quasi costretto dopo il matrimonio nel ‘66. Infatti, restati senza clienti a causa dell’emigrazione, anche i miei genitori sono arrivati in Germania dove, non conoscendo la lingua tedesca, non poterono iniziare a lavorare nel loro campo specialistico, cioè la sartoria, ma cominciarono a lavorare entrambi da operai in una fabbrica. Devo dire che non vedo la mia storia come una storia di successo. Io gestisco una scuola privata di lingue e un ufficio traduzioni. La vera storia di successo è quella dei miei genitori, i quali dopo essere arrivati in Germania e dopo aver dovuto affrontare le difficoltà nell’apprendere la lingua, di integrarsi nella società tedesca e di familiarizzare con mentalità ben diverse di quella calabrese, hanno come molti altri della loro generazione avuto veramente successo con la creazione di una famiglia, costruendosi casa e spianando la buona strada per i loro figli. Il tutto, nonostante le ben note difficoltà di quei tempi.

Lei quando è nato?

Sono nato nel 1967 a Schorndorf. I miei genitori ancora indaffarati nel sistemarsi nella vita completamente nuova in Germania, mi lasciarono dai nonni in Calabria per quasi un anno. Quindi, la mia vita “tedesca” è iniziata nel 1968, in Germania, dove vivo e lavoro da più di cinquant’anni.

Ci racconti del Suo percorso scolastico

Purtroppo, non ho avuto l’occasione di frequentare un asilo. I miei genitori, in cerca di una sistemazione più decente, all’arrivo in Germania abitavano in una baracca insieme con altri connazionali, cambiando poi casa varie volte. Era quindi difficile sistemarmi in un asilo.

Le Sue prime parole tedesche quando le ha imparate?

Come tutti quelli della mia generazione, sono cresciuto parlando ben quattro lingue. A casa parlavamo il calabrese, cioè il dialetto del paese d’origine. Uscendo da casa, sentivo parlare il dialetto svevo. Le prime parole in tedesco scritto le ho imparate alle elementari. Parallelamente frequentavo i corsi di lingua italiana. Nel mio mondo ero pertanto confrontato con quattro lingue. Vedendo le cose col senno di poi, devo dire che soprattutto alle elementari ho avuto grosse lacune linguistiche e, solo grazie ai miei genitori, oggi posso dire: Ce l’ho fatta! Loro hanno lottato moltissimo per farmi andare alla Realschule e non alla Hauptschule, com’era previsto dalla “Grundschulempfehlung”, l’attestato di idoneità alle scuole superiori che era rilasciato alla fine delle elementari.

Quindi, dopo le elementari è andato alla Realschule.

Esatto. Grazie alla mia mamma e a un preside della Grundschule, comprensivo ed empatico, ho potuto sostenere un esame „fuori programma“, che ho superato e che mi ha portato alla Realschule. Qui è cresciuta la mia passione per le lingue, con la passione di spiegare le differenze tra varie mentalità e culture. Conoscenze indispensabili nel mondo di comunicazione globale. È quindi maturato il mio desiderio di lavorare in questo campo. Ma era necessaria l’Abitur, la Maturità. Avendo superato, dopo il Realschulabschluss, anche la maturità con ottimi risultati, ho continuato gli studi in una Scuola per interpreti a Stoccarda, ottenendo la qualifica di „staatlich geprüfter Übersetzer“ che equivale al titolo di traduttore giurato. Subito dopo mi sono messo in proprio come traduttore e insegnante di lingue soprattutto nel campo industriale, entrando nelle ditte multinazionali e lavorando in aziende nel campo della formazione continua. Adesso sono più di trent’anni che lavoro con successo come libero professionista nella formazione continua e l’istruzione per adulti.

Come vede l’iniziativa del Corriere d’Italia dedicata alle storie italiane di successo?

Mi auguro che il Corriere d’Italia, che è un megafono per la popolazione emigrante italiana in Germania, spieghi agli italiani in Italia e agli italiani emigrati in Germania come stanno le cose in realtà.

Cioè?

I miei genitori sono arrivati qua con la specializzazione da sarti e con l’esperienza di un lavoro autonomo. Ma non conoscendo la lingua della nazione in cui sono emigrati, non hanno potuto iniziare un lavoro con la loro qualificazione. Oggi, trascorsi settant’anni dopo l’accordo bilaterale, non è cambiato niente. Una cosa molto triste, direi. Arrivano dall’Italia, per esempio, infermieri qualificatissimi. Ma, non conoscendo la lingua tedesca non iniziano a lavorare con compiti che rispecchiano le loro capacità e le loro qualifiche. Si deve iniziare di nuovo da zero e si resta quindi sempre dietro chi conosce la lingua e che ti „frega“ il posto. Quindi perdi tempo, non sei pagato secondo la tue qualifica. Alcuni perdono perfino la loro dignità. Lo stesso vale per ogni altra professione. Vieni come architetto o ingegnere e atterri in Germania, lavorando in un cantiere come asfaltatore o in una pizzeria come cameriere.

Il Corriere d’Italia, come megafono per la popolazione emigrante italiana in Germania, dovrebbe finalmente evidenziare quanto sia importante imparare una lingua straniera già in Italia. Dirlo al Consolato ed esso a sua volta all’Italia. Io sono figlio di emigrati, un emigrato di seconda o terza generazione. Essendo nato e cresciuto in Germania, ho avuto le stesse chance e possibilità come un tedesco. Il mio successo non è pertanto particolare. Chiunque nasce in Germania ha le stesse chance, indipendentemente dalla sua nazionalità.

Il connazionale, che arriva oggi „fresco“ dall’Italia, si trova invece davanti alle stesse difficoltà di un italiano venuto negli anni ‘50. Anche essendo altamente qualificato, resta sempre “Gastarbeiter” e viene trattato come tale. Senza conoscenza linguistica non diventerà mai una “Fachkraft”. Casomai con ritardo di alcuni anni. E anche se ti chiamano “Fachkraft” ti pagano come “angelernte Fachkraft”. Quindi inizi sempre due o tre livelli sotto le tue qualificazioni. È un dato di fatto. Molto triste.

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