Nella foto: Liana Novelli. Foto di ©PCB

Liana Novelli, storica, fondatrice del Coordinamento Donne Francoforte ha presentato il suo libro autobiografico all’ultima Fiera del Libro

Ma come? Perché “andata e ritorno”? Liana Novelli, nata a Torino, vive a Francoforte e non pare proprio abbia intenzione di lasciare la città dove ha studiato, lavorato, dove ha messo su famiglia e dove è sempre attiva tessitrice di relazioni, tanto da ricevere il premio integrazione lo scorso ottobre (si veda box).

È stato un autunno caldo per Novelli che ha presentato alla Buchmesse il suo libro “Torino-Francoforte, andata e ritorno” (Sardini Editrice), un libro autobiografico e nel contempo uno spaccato di storia italiana e di emigrazione. Liana Novelli è stata a lungo insegnante italiano per gli italiani immigrati e di tedesco per i loro figli. Come storica all’università di Francoforte ha contribuito a portare alla luce il ruolo, tutt’altro che secondario, delle donne nella Resistenza italiana, quando ancora questa pagina di storia sulle donne era ancora da scrivere. Liana Novelli è presidente del Coordinamento Donne italiane di Francoforte che ha cofondato nel 2004 con l’intento di creare consapevolezza nelle donne dei loro diritti, anche in Germania. L’associazione organizza iniziative culturali e di informazione.

Ma allora perché si parla di ritorno nel titolo del suo libro? Si tratta forse dei motivi profondi che l’hanno portata in Germania, a studiare la filosofia della Scuola di Francoforte anche se a Torino lasciava professori del calibro di Luigi Pareyson. Lo chiediamo a lei.

Ho investito due anni per studiare il tedesco, ho fatto un anno a Colonia e un anno qua a Francoforte. E ho consegnato la tesi. Anni di duro lavoro però in condizioni che oggi non esistono più perché avevo una borsa di studio e potevo anche insegnare italiano; a Colonia insegnavo alle ragazze e guadagnavo 400 marchi al mese. Con questi soldi alla casa dello studente si poteva vivere benissimo. Ma a un certo punto ti domandi come mai sei qua. Chi mi ha fatto fare tutto questo? Me lo dicevano anche gli immigrati che prima o poi ti viene in mente questa domanda. Ero convinta di non essere scappata da Torino perché lì avevo un giro di amici favoloso e loro invidiavano genitori come i miei. Se non sono scappata, significa che cercavo qualcosa. Andata e ritorno, perché allora? La mia andata è stata un ritorno alle origini della mia famiglia materna, attraverso la lingua tedesca e poi attraverso i miei studi sull’ ebraismo, che rispondono alla mia identità laica. Cercavo qualcosa di cui ingiustamente ero stata privata, del fatto che mia madre, la sua cultura, non ce l’ha data. Non ha voluto parlare tedesco con noi, la sua lingua, sebbene anche mio padre gliel’avesse chiesto. Che mia madre fosse ebrea me l’ha detto mio papà quando avevo 11 anni. Finita la scuola elementare c’era una lunga passeggiata con mio padre. Questo lo ha fatto con tutte e tre noi sorelle, raccontava la storia della nostra famiglia cominciando da quella di mamma, dicendo che era di un’altra religione, di un altro tipo di etnia, che era stata anche perseguitata. Da mio padre avevo ricevuto tutti gli insegnamenti, mi raccontava tutto. Mia madre era un mistero.

Il libro, con in appendice foto dell’album di famiglia e di interessanti documenti, racconta della famiglia della madre (Herzog), il trasferimento in Istria, a Trieste, dalla Bucovina in Ucraina, le leggi razziali in Italia, le persecuzioni e le fughe. Si sente l’eco di “Lessico famigliare”, capolavoro autobiografico e premio Strega di Natalia Ginzburg (1963) che racconta la storia della sua famiglia ebrea e antifascista, ha sottolineato nella prefazione Alberto Cavaglion, storico, studioso dell’ebraismo che insegna all’università di Firenze. Ma c’è anche una seconda parte che dà “spazio all’impegno civile” (Cavaglion).

Un libro quindi a più registri e stili: l’autobiografia, la storia di famiglia, un pezzo di storia dell’emigrazione, la sua, ma anche quella che traspare dal lavoro di insegnante, di storica, dall’impegno nell’associazionismo a favore della condizione delle donne migranti.

Sono testi scritti in anni diversi. Non li ho cambiati perché volevo che si sentisse la differenza di motivazione e di sentimento che c’è. Il libro è la traccia di cui parla Cavaglion nella prefazione. Non sono credente e penso che quando la vita finisce è finita, però rimane qualcosa in quello che ho dato agli altri, in quello che ho fatto. E un libro è una testimonianza, una traccia che rimane.

Una traccia che invita anche i lettori a tracciare le loro storie?

Sono convinta che dobbiamo andare tutti indietro nella storia della nostra famiglia (microstoria) che è parte della storia generale (macrostoria). L’equivalenza della microstoria e della macrostoria è capire che la tua microstoria è importantissima per responsabilizzare tutti nelle nostre azioni come cittadini. Faccio un esempio: Se vai a un’asta ebraica e compri un cucchiaino d’argento, ti rendi in qualche modo complice. E che cosa hanno fatto i tuoi? Insomma la storia la facciamo tutti quanti.

Sta dicendo che il percorso di analisi di conoscenza della propria famiglia unito a una ricerca storica sono i binari per comprendere se stessi e per capire che anche la microstoria personale, famigliare fanno la Storia, con la s maiuscola?

La psicoanalisi ti dice “torna indietro finché trovi il punto che ha scatenato il fatto di aver preso una certa strada”. Dovrebbe essere un tipo di percorso nella pedagogia generale di ognuno. La documentazione storica poi è lo strumento per andare indietro in una visione più grande che non è solo la storia della tua famiglia, ma che questa puoi collocarla in un contesto più grande. Il contesto che descrive il libro ha fatto gravi danni ma ha anche messo di fronte la gente alle enormità a cui si può arrivare. Scrivendo il libro mi sono resa conto che la cittadinanza, essere cittadini è questo: che ciascuno di noi ha dei diritti ma anche dei doveri. Metto l’accento sul fatto che questi doveri non sono uguali per tutti perché dipendono da che cosa ti ha dato la vita: se hai avuto di più, hai anche più doveri.

Emerge da quanto ha appena detto un senso di giustizia che ha caratterizzato sempre la sua attività, quel dover dare di più se si ha avuto di più dalla vita?

È la Zedaka ebraica e ha due significati: carità, ma anche e soprattutto “giustizia”, che si ripristina dando a tutti uguali opportunità mediante l’educazione e l’istruzione, come appunto nella tradizione ebraica. E a dare la possibilità di essere indipendenti attraverso l’istruzione ho dedicato tutta la mia carriera, la mia professione di insegnante.


Premio all’Integrazione della 12° Frankfurter Immigrationsbuchmesse

Lo scorso 8 ottobre nell’ambito della dodicesima edizione della Frankfurter Integrationsbuchmesse Liana Novelli-Glaab ha ricevuto il Premio Integrazione con questa motivazione: Per il suo impegno a favore dei diritti umani, della coesione e contro il razzismo. Ha lavorato attivamente per gli interessi e i diritti delle minoranze, per la comprensione internazionale e contro la discriminazione nella nostra società. La nostra associazione, la Frankfurter Immigrationsbuchmesse e.V., e la giuria desiderano onorarla per il suo pluriennale lavoro volontario e di significativa integrazione in numerose associazioni e iniziative, tra la cultura tedesca e quella italiana.

Liana Novelli-Glaab, di professione storica, ha insegnato in università, ha insegnato italiano per stranieri per lunghi anni, ha fondato il Coordinamento Donne Francoforte. Nella Laudatio di Anna Marchisio (presidente sezione ANPI di Francoforte e socia Coordinamento Donne) ha ricordato come Liana Novelli-Glaab: “Dalla fondazione del Coordinamento Donne Italiane di Francoforte 19 anni fa a oggi, l’impegno di Liana si stende dall’aiuto, sostegno e consulenza alle famiglie migranti, all’inclusione e alla cura dei bambini, passando per una critica serrata a un sistema scolastico molto sistema scolastico obsoleto che alimenta il divario sociale e non crea giustizia, anzi. In questo senso vanno classificati anche tutti i contributi accademici di Liana che esaminano la situazione delle donne in Italia e nel suo nuovo Paese, la Germania, analizzando e confrontando la situazione delle donne alla ricerca di proposte concrete che migliorino la qualità della vita di tutti gli interessati, donne e degli uomini, e quindi della società nel suo complesso”.

La Fiera del libro sull’immigrazione di Francoforte è parte integrante del programma culturale annuale della città ed è unica nel suo genere. In questa edizione è stata premiata Aida Ben Achour, operatrice sociale e formatrice interculturale. Il premio per il libro è andato a “Jean Claude Diallo: ein Frankfurter aus Afrika” di Barbara Gressert-Diallo, sulla vita del primo capo dipartimento comunale con radici nell’Afrika nera.

Alla fiera si incontrano autori ed editori che si occupano di migrazione. Accanto alla mostra dei libri ci sono letture, conferenze e spettacoli musicali. La lingua di tutti gli eventi è il tedesco. Gli obiettivi sono l’integrazione dei migranti che vivono qui, la promozione della coesistenza pacifica tra membri di culture diverse e lo scambio interculturale. La fiera è patrocinata dall’Ufficio per gli affari multiculturali di Francoforte e dal Ministero per la scienza e l’Arte del Land Assia.

migrationsbuchmesse-ffm.de