Nella foto: Stadio vuoto. Foto di ©Daniele Messina

È durato solo 48 ore e poi si è liquefatto come neve al sole dimostrando la sua fragilità e inconsistenza. Parliamo della Super League, un progetto presentato all’improvviso lo scorso 18 aprile che avrebbe rivoluzionato completamente il mondo del calcio per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi. Sarebbe stato un vero e proprio golpe consumato in nome del denaro. Soprattutto avrebbe trasformato quello che continua ad essere, nonostante tutto, uno sport agonistico affascinante e coinvolgente in un puro spettacolo per guadagnare soldi. Per fortuna la UEFA e le leghe nazionali, ma anche i tifosi di tutta Europa, si sono subito indignati e hanno fatto lievitare sui social e sui mezzi di comunicazione una protesta talmente massiccia che le società aderenti alla Super Lega, una dopo l’altra, hanno dovuto fare marcia indietro.

Un torneo per squadre ricche

Ma andiamo con ordine. Cosa sarebbe dovuta essere di preciso questa Superlega? L’idea era quella di creare un campionato a parte, a numero chiuso, per una ventina di squadre europee tra quelle più ricche e vincenti, selezionate senza nessun criterio chiaro e oggettivo. Il progetto è partito da Andrea Agnelli, presidente della Juventus, e da Florentino Perez, presidente del Real Madrid, che erano riusciti a coinvolgere una dozzina di club europei, tra cui Milan, Inter, Arsenal, Chelsea, Barcellona, Liverpool etc. La cosa stravagante di questo sedicente “campionato d’Europa per club” è che le squadre fondatrici avrebbero avuto diritto a giocarci sempre, indipendentemente dai risultati raggiunti ogni anno, senza nessun rischio di retrocessione o eliminazione. Un torneo di pochi, senza possibilità per chi non appartiene alla élite del calcio europeo.

Qualcosa di veramente contrario allo spirito sportivo. Con un sistema come quello previsto da Agnelli e Perez non avremmo mai avuto fenomeni come l’Atalanta, una squadra ben gestita economicamente e con uno splendido vivaio, o il Leicester in Inghilterra: squadre piccole, che sono riuscite a raggiungere risultati incredibili. Se Davide non può battere Golia, se si toglie il sogno e la speranza, si affonda lo sport. Che razza di gioco sarebbe il calcio, se una squadra di serie B non potesse eliminare il Real Madrid, se una Corea non potesse battere l’Italia?

La reazione di Uefa e Fifa

La reazione degli organi di governo nazionale e internazionale del calcio è stata immediata e durissima. La Uefa ha comunicato che i club fondatori della Super Lega sarebbero stati espulsi dai rispettivi campionati nazionali e dalle coppe internazionali (Champions League e Uefa League). Aleksandr Ceferin, numero uno della Uefa, non ha usato mezzi toni; ha definito Agnelli un «bugiardo» e «una grande delusione». La minaccia di ritorsioni era rivolta anche ai giocatori dei club aderenti al progetto: non avrebbero più potuto giocare nelle rispettive nazionali. La paura di esclusioni e penalizzazioni, oltre alla rabbia montante dei tifosi, hanno scongiurato il colpo di mano. Sono intervenuti anche il premier inglese Johnson e Mario Draghi. E i birilli uno dopo l’altro sono caduti.

Spese folli e plusvalenze fasulle

Che il calcio sia diventato sempre più un fatto di business, non è una novità di oggi. Il processo ha avuto inizio decenni orsono, e probabilmente è inarrestabile. E poi è chiaro a tutti che la pandemia da Covid-19 è stata un grosso guaio. Con gli stadi vuoti non sono entrati nelle casse dei club i denari dei biglietti e degli abbonamenti. Qualche presidente ha avuto difficoltà a pagare gli stipendi dei calciatori. Ma se vogliamo dire la verità, la crisi debitoria delle società calcistiche non è cascata dal cielo. È il frutto di strategie finanziarie sballate, di spese atrocemente folli e di plusvalenze farlocche, dichiarate apposta per sistemare i bilanci. Le percentuali pagate ai procuratori del calciomercato hanno raggiunto vette astronomiche, e così pure le spese per gli ingaggi dei calciatori. La Super League era un modo furbesco per sottrarsi alla crisi, almeno temporaneamente, privatizzando il gioco del calcio. I tanti miliardi messi sul piatto da sponsor discutibili come Jp Morgan sarebbero stati un sollievo per qualche tempo, ma poi? Se il calcio europeo è malato economicamente, non va curato con nuove iniezioni di soldi; se mai sarebbe il caso, di mettere un tetto agli ingaggi e agli emolumenti di giocatori e allenatori. Assurda la scorciatoia di pompare altro denaro per creare un prodotto nuovo, geneticamente modificato, da smerciare forse nei paesi arabi o in Asia, ma sradicato dal contesto sociale e culturale della vecchia Europa, dove il gioco del calcio, fino a prova contraria, è nato e prosperato.

Cosa c’entra la Nba?

Si è parlato di una Super League del calcio europeo da paragonare alla Nba americana, la mecca mondiale del basket. Ma è una sciocchezza, un paragone che non regge. L’unica somiglianza ravvisabile sta nel torneo chiuso, con partecipanti fissi. Nella Nba ci sono trenta squadre sempre presenti e senza retrocessioni. Ma almeno lì vige il “salary cap”, un tetto agli ingaggi, con poche e controllate eccezioni, collegato al monte diritti tv che ogni anno il garante e supervisore della National Basket Association, riesce a spuntare sul mercato. Inoltre, il sistema americano prevede la selezione, a turno, da parte delle trenta squadre dei 60 migliori giocatori provenienti dai college o da tornei stranieri. È un meccanismo per riequilibrare la forza delle squadre e dare più senso sportivo al torneo. Le squadre con l’organico meno forte possono scegliere i giovani più promettenti, innescando un processo virtuoso.

Bravi i tedeschi

Chi è uscito bene da questa faccenda è il calcio tedesco. I due club germanici invitati a entrare nella Superlega, Bayern Monaco e Borussia Dortmund, hanno detto da subito “no, grazie”, dimostrando la loro serietà. Come ha dichiarato Rudi Völler, indimenticato attaccante della Germania campione del mondo ai Mondiali del 1990 e adesso direttore esecutivo del Bayer Leverkusen, la Superlega sarebbe stata «un crimine contro il calcio». I club del calcio tedesco, diversamente da quelli italiani, spagnoli e inglesi, non sono ossessionati dal fatturato; non dimenticano mai la passione della base, mantenendo per esempio prezzi accessibili per le partite. Si tratta di una forma di rispetto e attenzione del tifoso che viene ripagata in termini commerciali e di fedeltà vecchio stile. Evitando pericolose fughe in avanti, le società calcistiche tedesche sono tendenzialmente virtuose sul piano finanziario, e sicuramente non sono massicciamente indebitate.

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