Quello che vale per una qualsiasi religione, curiosamente, sembra non valere per il cattolicesimo (almeno in Italia)

Nessuno oserebbe opporsi a questioni circa le regole, seppur severe, imposte nell’Islam, nell’ebraismo o nelle tante sette d’ispirazione cristiana in giro per il mondo; i cattolici, al contrario, si sentono quasi in obbligo di esprimere il proprio parere, di solito contrastante con la dottrina.

Ovviamente ogni parere personale è vissuto come il “vero cristianesimo” mentre la dottrina cattolica è la “solita impostazione oscurantista e liberticida”.

Lo spunto è un post Facebook di una mamma che deve far fare la comunione ai suoi due pargoli di otto anni. Materia del contendere è che le catechiste, descritte dai genitori come delle “invasate”, hanno imposto, ai futuri piccoli comunicandi, 4 regole “impossibili”:

• Andare a messa la domenica insieme ai genitori;

• Il lunedì, discutere quanto detto a messa il giorno prima;

• Preferire il catechismo allo sport nel caso di contemporaneità degli appuntamenti;

• Divieto di menzionare Halloween e qualsiasi altra cosa pagana.

Se le richieste fatte dalle catechiste sembrano assolutamente ragionevoli per chi vuole davvero avvicinarsi ad un culto per fede, la maggioranza dei commenti sono, invece, indignati. Un clima come quello di “Salem 1654” – afferma la mamma autrice del post. Non tardano le risposte e, a fronte di qualche sparuto commento che ricorda delle regole, se si vuole accedere al culto religioso, è tutto un fiorire di “lascia perdere” e “cambia parrocchia”. Risaltano subito all’occhio i commenti che danno delle “pazze” alle catechiste, paragonandole anche ai terroristi dell’ISIS.

Si i “lascia perdere” ci danno un’idea di quanta – evidentemente – poca fede ci sia in genitori che percepiscono la comunione come un mero “rito di passaggio” dall’infanzia all’adolescenza, i “cambia parrocchia” sono invece sintomatici di una religione che viene incontro alle esigenze laiche dei presunti fedeli più che alla salvezza dell’anima.

La parrocchia, così come la Missione, diventa “a consumo” dove ognuno deve trovare quella adatta alle sue esigenze, non si persegue il credo cattolico ma quel credo che più si avvicina al proprio modo di avere fede. La parrocchia, così come la Missione, diventa un servizio a cui ci si rivolge in base ai propri gusti, come una palestra o un ristorante, erogatrice di servizi anche secondo quella mentalità che io siccome “pago la tassa – la Kirchensteuer” ho diritto a quanto decido io.

Non è il fedele che si piega alla religione ma la religione che deve piegarsi alle esigenze morali e personali del fedele. È la moda del “light”: tutto, per essere in qualche modo digeribile, deve essere leggero, non deve comportare impegno, rinuncia, sacrificio. Tutto e soprattutto la religione. Il bambino può e deve essere campione in tutto, nello sport e nelle attività extrascolastiche, ma non campione di Cristo. E le regole, incontestabili in molti ambiti, vanno contrattate tra genitori, catechisti e sacerdoti, perdendo il concetto di universalità della Chiesa.

A corroborare quest’ultima affermazione è anche la diversità degli approcci al catechismo tra una parrocchia e l’altra. A fronte del divieto di celebrare il paganesimo, c’è la parrocchia che invece organizza una festa per Halloween (la vecchia festa pagana di Samhain). Se da una parte ci sono catechisti che impongono regole, dall’altra ce ne sono alcuni che consigliano di cambiare parrocchia o che lamentano il comportamento delle colleghe.

Sebbene i Vescovi diano ai parroci una certa elasticità nell’avviare i bambini al cammino di fede, appare altresì chiaro che alcuni, tra quest’ultimi, siano interessati più al numero dei sacramenti dati, più che alla fede, se si dà così poco spazio al cammino spirituale in favore del gioco, dello sport o delle esigenze personali dei genitori.

Una così scarsa preparazione religiosa non darà le risposte che i fedeli, nel corso della loro vita, ricercheranno. Siamo passati da un Dio definibile con una semplice formula, “l’Essere Perfettissimo, Creatore del cielo e della terra”, del catechismo di Pio X, a un Dio che può mutare sempre aspetto a seconda delle nostre esigenze.

Un Dio e una religione non da abbracciare, ma da consumare a morsi fugaci, sminuendo in tutto il senso della relazione, con tutti i connotati di impegno e serietà che qualsiasi relazione richiede. È lo stesso esserci o non esserci, rispettare le regole o non rispettarle, compromettersi per Cristo o lasciarlo solo sfiorare la propria vita. È lo stesso perché, prima fra tutte, la Chiesa, soprattutto nella sua dimensione locale, lo permette. Non c’è da stupirsi allora, in assenza di regole precise, in assenza di un progetto definito a cui aderire, delle numerose conversioni in favore di altri culti, se non si conoscono le basi della religione a cui, culturalmente, ogni italiano appartiene, ricordando che “ama e fa ciò che vuoi” di Sant’Agostino, sta diventando sempre di più il “fai ciò che vuoi, sarà tutta la legge” di Aleister Crowley.

Crediamo allora che sempre più che in modo particolare il parroco debba diventare “uomo di relazione”, uomo che sa collegare i frazionamenti, che aiuta a superare la settorialità, uomo capace di condurre a sintesi tutte le virtualità umane e cristiane che trova nel suo campo d’azione, che sa essere attento lettore degli uomini e delle loro situazioni, uomo non dell’élite, ma fiero di avere per sua parte eletta anche i “mediocri” e che piuttosto sa inserire i “migliori” nella pasta della gente comune; uomo che sa leggere, ma anche formare, i carismi che lo Spirito distribuisce liberamente e che sa ricondurli ad unità, una unità che è più alta del campanile, perché è l’unità costruita attorno al Vescovo nella Chiesa locale (= Diocesi).

Un uomo insomma che abbia capacità di coordinare e di coinvolgere le iniziative che possano e sappiano nascere spontaneamente nella corale corresponsabilità del laicato cattolico; che sia promotore di una immagine di Chiesa non più clericale, ma più partecipata da parte dei laici; capace con la sua comunità di costruire una Chiesa estroversa, cioè convocata per mettersi al servizio del mondo, per farsi compagna di strada di ogni uomo, convocata in chiesa per saper farsi carico del mondo, per far perno sul mondo e non sul campanile, per saper vivere fuori di chiesa sentendo e portando e offrendo la compagnia solidale di Cristo Signore con tutto ciò che è veramente umano.

E quanto detto per il parroco va necessariamente trasferito su chiunque voglia essere e dirsi “cristiano adulto”, assumendosi la responsabilità di questa scelta, in una comunità parrocchiale: tutti, preti e laici, “uomini di relazione”; dove ognuno si assuma le sue responsabilità non dimenticando che il valore del sacro è fondamentale per la crescita e lo sviluppo di ognuno di noi.

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