La prima parte della sua biografia è ricca di difficoltà, decisioni drastiche da prender e scogli da superare. Come decine di migliaia di connazionali anche lui avverte il peso della miseria e della necessità impellente di andare in cerca di un futuro migliore o comunque meno traumatico, affrontando l’ignoto dell’emigrazione.
Negli anni ’50 sia nel Meridione che nell’Arco Alpino regnava la miseria ed erano decine di migliaia i giovani che lasciavano l’Italia. Le mete erano Francia, Benelux, Svizzera e soprattutto la Germania che, a causa dell’ignobile guerra, si ritrovava con un paese da ricostruire.
Alla luce di queste necessità, la Germania bisognosa di manodopera, e l’Italia, ricca di braccia ma duramente colpita dalla povertà, nel dicembre del 1955 decidono di sottoscrivere un accordo che consentisse alla Germania di istituire a Verona un Centro di reclutamento di manodopera italiana da destinare principalmente ad industrie metalmeccaniche e a imprese edili.
Come migliaia di connazionali così anche Giovanni D’Onofrio, nonostante i disperati pianti della mamma, decide di voltare le spalle alla sua molisana Colletorto che allora contava 3.900 abitanti contro i 1.600 di oggi.
L’allora 17enne Giovanni raggiunge prima Milano dove trova subito lavoro in alcuni ristoranti riuscendo a spedire ai genitori 18mila lire delle 27mila che guadagnava mensilmente.
Anche gli altri due fratelli decidono di emigrare: uno in Francia e l’altro in Olanda. Da questi due paesi per leggi vigenti di allora, non era consentito spedire soldi in Italia; dalla Germania invece era possibile.
Questa opportunità contribuisce a far maturare l’idea-necessità di avere come nuova meta d’emigrazione Schönaich/Stoccarda, sia per il fratello che aveva scelto la Francia e sia per Giovanni che aveva preferito Milano come prima esperienza lavorativa.
Oggi è inimmaginabile capire ciò che la nostra prima generazione ha vissuto al primo impatto con un paese, una lingua, usi e usanze così tanto diversi, ci racconta Giovanni:
“Grazie ad un italiano che incontrai alla Stazione Centrale di Stoccarda presi un bus per Schönaich. Di fronte alla Fermata del bus c’era un negozio la cui proprietaria mi consentì gentilmente di telefonare. Dieci minuti dopo venne a prendermi una gentile ragazza che mi accompagnò agli alloggi dove c’era già anche mio fratello. Giuseppe subito il giorno dopo mi consegnarono: pala, piccone e stivaloni fino al ginocchio per lavorare in un canale.
La paga oraria non era male: 2,23 marchi. Dopo un paio di mesi ci venne a trovare un parente che lavorava all’Alfing, una fabbrica metalmeccanica di Aalen-Wasseralfingen, e ci convinse a cambiare azienda prima dell’autunno, in modo da poter passare ad un lavoro più stabile e al sicuro da intemperie. Così con mio fratello Giuseppe ed altri tre compagni di lavoro ci trasferimmo a Wasseralfingen.
Ma il lavoro in fabbrica ti soddisfaceva?
Per la verità era monotono. Il caporeparto se ne accorse e mi propose di imparare a tornire. Questo salto mi consentì di guadagnare molto di più e con il mio amico e compagno di lavoro Gino Barbieri riuscivamo in fase alterne a fare una rimessa alle nostre famiglie di 300 marchi ogni 15 giorni.
Si guadagnava così tanto in fabbrica?
No, però per aiutare la famiglia il sabato lavoravo in edilizia abitativa. Grazie a questo lavoro straordinario riuscii a fare anche la patente di guida e a comprare una vecchia Lloyd 600.
L’acquisto di una “vecchia carretta” ti consentì però di essere già più autonomo?
Certamente. Così potevo migliorare la mia capacità di guida. Mi chiese un favore il mio parente Sante Simone. Lui aveva comprato per 150 marchi un vecchio Käfer/maggiolino. Dovendo però ritornare in Italia per andare a fare il militare, mi chiese di comprarmi la sua auto per la stessa somma. Accettai di fargli questo favore. Il mio amico, Domenico Apostoli, al quale insegnavo a tornire, avendo già un po’ di esperienza meccanica, abbiamo riparato quel vecchio Käfer.
Avevate un garage per le riparazioni?
Si, la cascina dei genitori della mia futura moglie, una bella ragazza bionda di nome Ida che avevo conosciuto a carnevale. Fu la classica scintilla che mi capovolse la vita. Mi sposai, divenni padre di due splendidi figli: Sandro e Christina e nel 1967, quindi 6 anni dopo il mio arrivo in Germania, d’accordo con mia moglie, fondai con il mio compagno di avventura la Ditta D’Onofrio e Compagno (Domenico Apostoli). Pian piano ci siamo ingranditi e oltre alle riparazioni, ci siamo dedicati con successo alla compravendita dell’usato. Per distrarmi un po’ dal lavoro misi su un complessino, formato da batteria, fisarmonica, sassofono e chitarra. Io cantavo brani italiani e il batterista quelli tedeschi.
Ma come arrivasti alla Concessione dell’Alfa Romeo, la prima in tutto il territorio di Aalen e provincia?
Io ero innamorato della linea dell’Alfa; per cui manifestai alla succursale di Francoforte il mio interesse per la compravendita e assistenza del marchio milanese. Il 12 maggio del 1972 mi fu concesso per 6 mesi di vendere Alfa. Ne vendetti 18, ovviamente tutte nuove e le lodi dell’Alfa Romeo furono veramente tantissime.
Fu difficile inserirsi in un mercato dominato da VW, NSU, Opel, Ford, Mercedes e Porsche?
La prima clientela fu ovviamente quella dei nostri connazionali. Alla festa dell’apertura invitai anche molti tedeschi ma ne vennero soltanto 8, i quali guardando il motore e la carrozzeria mi dissero di non aver interesse a comprare un ‘Alfa Romeo.
Però grazie ad una crescente clientela, squisitamente italiana, la Ditta D’Onofrio potè crescere.
Sì, proprio così. La D’Onofrio attirava italiani da località di tutta la provincia di Aalen ed oltre. La richiesta fu talmente forte che mi consentì non solo di assumere meccanici qualificati ed un giovane Meister (capoofficina), ma anche di costruire un salone, una grande officina e un grande parcheggio di 800mq. Nel frattempo l’azienda, che per limiti di età (ho 85 anni) ho passato a mio figlio Sandro, dà oggi lavoro ad una quindicina di persone.

L’attività è stata sempre “rose e fiori”?
Magari! Nel 1981 attraversai un momento veramente buio. Come è giusto che sia affidai la contabilità ad uno Steuerberater (Consulente fiscale). Il Finanzamt accusò la nostra azienda di non aver versato per 3 anni la Mehrwertsteuer (IVA tedesca) delle auto vendute. Perciò mi fu inflitta una multa di ben 330mila marchi. Di fronte a questa ingiunzione di pagamento anche la banca tentennò a lanciare il “salvagente”. Fortunatamente l’allora direttore della banca con cui lavoravo da oltre una decina d’anni, decise di non farmi annegare. Mi concesse un credito straordinario, pagai i debiti e ovviamente cambiai subito Steuerberater. Fu per me una lezione di vita. Da allora vale anche per me: “Vertrauen ist gut, Kontrolle ist besser!“
A parte l’incidente di percorso col Finanzamt, che sviluppo ha avuto l’azienda D’Onofrio?
Io ho cambiato lo Steuerberater, ho fatto molta attenzione alla documentazione e attuato un meticoloso controllo. Infatti non ho avuto più problemi col Finanzamt.
Di che cosa vai particolarmente orgoglioso?
Fortunatamente la ditta D’Onofrio, con tutti gli alti e bassi, dell’economia che viviamo, ancora oggi naviga in acque sicure.
Hai mai avuto nostalgia della tua natia Colletorto?
Ma certo! Mi sono preso sempre il tempo per andare con tutta la famiglia due o tre volte all’anno al mio paese nativo. Mi è servito e mi serve ancora oggi per ricaricare le classiche batterie.

Che cosa sei riuscito a trasmettere di italianità a tua moglie, figli e nipoti?
Mio figlio ha tutt’e due le nazionalità. Però si sente più italiano. Anche i suoi figli hanno due passaporti ed anche loro si sentono orgogliosamente più italiani. Quando c’è una partita di calcio tra la Germania e l’Italia fanno un tifo sfegatato per gli Azzurri.
Anche linguisticamente se la cavano molto bene con l’Italiano. Sul piano culinario, poi, non ci sono tentennamenti, amano mangiare italiano.
Perché non hai acquistato anche la cittadinanza tedesca, senza perdere quella italiana?
Nonostante mi sia un po’ tedeschizzato col lavoro, sono italiano al cento per cento!
Con quali occhi vedi la „tua“ Germania?
Ho sempre visto la Germania con occhi positivi, anche quando si registrano momenti di difficoltà sociali. Per me la Germania è e resta un grande paese, capace di dare prospettive anche a milioni di non tedeschi. Qui molte cose funzionano meglio, anche rispetto all’Italia; però entrambi e paesi sono sussidiari e possono apprendere l’uno dall’altro, ciascuno a modo suo.
Se tu potessi tornare indietro che cosa non faresti?
Io rifarei tutto. L’unica cosa che non farei più: lavorare 70 ore alla settimana. Ne lavorerei al massimo 50, in modo da trascorrere più tempo con la famiglia.






























