Nella foto in alto: I leader europei al vertice di Salisburgo del 20 settembre 2019

Al centro del dibattito politico c’è sempre la migrazione, ma il vero nodo sono i conti pubblici

A tenere banco sulla scena politica europea è sempre la questione migratoria, nonostante gli arrivi siano drasticamente diminuiti. Ma è chiaro che il contenzioso sui migranti è oggetto di strumentalizzazioni il cui scopo è quello della propaganda elettorale. Non solo. I litigi sui migranti sono diventati il paravento per nascondere problemi ben più importanti e cruciali, che interessano i conti pubblici. E i portafogli privati. Nelle ultime settimane svariati e molteplici sono stati gli interventi critici di rappresentanti delle istituzioni europee, in primis Commissione e Banca Centrale, nei confronti del governo italiano. La lista sarebbe lunga e la risparmiamo ai nostri lettori.

Dopo poco più di cento giorni di vita del nuovo governo detto del cambiamento, i contrasti che dividono i due partiti che ne fanno parte sono sotto gli occhi di tutti. Tali contrasti nascono dalla difficile situazione economica in cui versa il paese, una situazione non riconducibile ad ideologie di sorta e che si traduce in un’amara realtà più volte rimarcata dal ministro dell’economia Giovanni Tria: le risorse per mantenere le promesse scritte nel contratto di governo non ci sono. È con quelle promesse che Lega e 5stelle avevano ottenuto il consenso degli italiani alle elezioni politiche del 4 marzo scorso. I due partiti avevano registrato un forte successo in termini di voti, la Lega soprattutto al nord, il Movimento 5 Stelle soprattutto al sud. La diversa penetrazione territoriale si era poi tradotta nella difficile gestazione dell’alleanza tra i due partiti. I loro programmi, distanti e persino antitetici, erano poi stati sommati algebricamente e travasati in un contatto che ora comincia a evidenziare incongruenze e contraddizioni.

Con il varo della manovra economica (detta anche legge di stabilità, ndr) i nodi stanno venendo al pettine ed ora appare chiaro che gli impegni presi con i cittadini non potranno essere rispettati nei termini in cui erano stati formulati in campagna elettorale. Tali impegni riguardano il reddito di cittadinanza (con la corresponsione di un assegno di 780 euro ai cittadini delle fasce sociali più deboli), la flat tax (con l’introduzione di due sole aliquote di tassazione al 15 e al 25 percento) e l’abolizione della legge Fornero sulle pensioni (con l’introduzione della quota 100, numero che rappresenta la somma tra età anagrafica e anni di lavoro). Queste tre promesse erodono i conti dello Stato, già non particolarmente floridi, e non risolvono i veri problemi del paese, in primis debito pubblico, lavoro e sviluppo economico.

L’aspetto forse più preoccupante è quello della disoccupazione giovanile altissima, che rischia di diventare cronica. Solo per citare alcuni dati, la Calabria nel 2017 ha registrato il tasso di disoccupazione giovanile più alto a livello nazionale, pari al 55,6%, seguita a ruota da Campania e Sicilia rispettivamente con il 54,7% e il 52,9% (dati Eurostat). Al sud più di un giovane su due con età tra i 16 e i 24 anni è senza lavoro e in assenza di qualificazioni rischia di rimanere disoccupato per tutta la vita. Le ricadute individuali e sociali di questa situazione sono spaventose. Ogni anno i giovani italiani abbandonano il paese a migliaia. Tra loro moltissimi laureati, ma anche persone con scarsa o nessuna qualificazione. Cercano lavoro nel Nord Europa e dopo la Brexit la Germania è diventata la meta più gettonata. Ma le regole stanno cambiando anche nella Ue.

Ha creato un certo scompiglio la notizia, divulgata da Radio Cosmo il 19 settembre e subito riverberata dalla stampa italiana, di un centinaio di lettere inviate a connazionali dall’agenzia tedesca per il lavoro e dagli uffici territoriali per gli stranieri con l’invito a lasciare la Germania entro quindici giorni se in assenza di occupazione, assistenza medica e mezzi di sostentamento autonomo. Alla base della decisione delle autorità tedesche ci sarebbe una legge approvata nel 2017 (cosiddetta Freizügigkeits-gesetz) che si ricollega al regolamento Ue n. 38 del 2004 relativo al diritto dei cittadini dell’Unione di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. Capiremo nei prossimi giorni se le lettere in questione non siano state originate da una erronea interpretazione di solerti impiegati oppure se siano la conseguenza della corretta applicazione della legge tedesca. In quest’ultimo caso ci troveremmo di fronte a un cambiamento di prassi che colpisce un principio cardine della costruzione europea, quello della libera circolazione dei cittadini dell’Unione e della parità, per gli stessi, dei diritti e dei doveri stabiliti dalle leggi nazionali. Un cambiamento di prassi che sottomette e subordina i fondamenti sociali dell’Unione a mere ragioni economiche. Le stesse ragioni che fanno dire persino a politici intransigenti come Horst Seehofer, di essere pronti ad accettare migranti “qualificati”, in grado dunque di aiutare l’economia della Germania. Un paese che non conosce disoccupazione e che ha un enorme deficit di lavoratori qualificati. Che tutto ciò vada a discapito della solidarietà, con buona pace dei principi fondanti, non è cosa di poco conto.

La politica europea sta dando di sé un’immagine che è espressione della crisi morale che attraversa il vecchio continente. Dopo il vertice di fine giugno a Bruxelles, il 20 settembre i capi di Stato e di Governo dell’Ue si sono incontrati nuovamente a Salisburgo per un vertice informale. In agenda ancora una volta la questione migranti e i negoziati Brexit, anch’essi, tanto per cambiare, in una fase di stallo. Tanto per cambiare, anche questo vertice si è concluso senza accordi significativi. Intervistato dai giornalisti il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha affermato che la questione migrazione non va usata a scopi elettorali. Ma questo, il nostro premier, dovrebbe dirlo al suo vicepremier Salvini. Il recente incontro a Milano tra Matteo Salvini e Victor Orban ha suggellato in modo plateale l’amicizia di due persone che dovrebbero avere più punti di dissenso che in comune. Salvini intrattiene con Orban rapporti di amicizia pur sapendo bene che l’Ungheria non prenderà mai un solo profugo arrivato in Italia. Ma lo scopo del ministro dell’interno è un altro. È quello di tessere alleanze in chiave anti europeista, dunque contro l’asse Merkel-Macron, in vista delle elezioni europee del maggio 2019. La posta in gioco è molto alta e riguarda i futuri assetti ed equilibri politici all’interno della Ue dopo le europee.

Il rischio è trasformare queste elezioni in un referendum pro o contro la migrazione. È quello che è avvenuto in Inghilterra con la Brexit. Solo che lì non c’erano i migranti africani, né quelli provenienti da Siria, Afghanistan e Iraq, ma gli europei, in primis polacchi e rumeni, nazioni entrate per ultime nell’Unione. Il centinaio di lettere ricevute dai nostri connazionali sono un indizio allarmante, l’inquietante prodromo del fatto che ciò che è successo in Inghilterra potrebbe ripetersi anche nel cuore dell’Europa in seno ai paesi fondatori dell’Unione.

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