Tra partiti vincenti e perdenti, analogie e differenze con l’Italia dei primi anni ‘90

Con la prima seduta della Camera e del Senato, lo scorso 23 marzo, è iniziata la XVIII legislatura della Repubblica Italiana. Il giorno dopo sono stati eletti i presidenti di Senato e Camera, rispettivamente seconda e terza carica istituzionale dopo quella del Capo dello Stato. Ora si attende di conoscere chi sarà il capo del prossimo governo. Si attende di conoscere i partiti che governeranno e chi saranno i loro ministri. Le consultazioni sono iniziate il 4 aprile e si prevede dureranno a lungo. Dalle urne è uscito un paese fortemente diviso e senza una chiara maggioranza parlamentare. Il compito del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella non sarà facile e non sono pochi coloro che pensano che anche se si dovesse formare, il nuovo governo sarà di breve durata e che presto bisognerà tornare a votare.

Secondo molti osservatori politici le elezioni del 4 marzo scorso hanno decretato la fine della Seconda Repubblica. Dalle urne sono usciti perdenti i due principali partiti che, alternandosi al governo del paese, erano stati per oltre venti anni espressione di quest’ultima: Forza Italia e Partito Democratico. Si obietterà che Forza Italia le elezioni le ha vinte, essendo parte della coalizione di Centrodestra. È vero, ma il netto sorpasso della Lega all’interno della coalizione (passata dal 4,1 percento delle elezioni 2013 al 17,6 percento) ha rappresentato la perdita del primato e con ciò una sconfitta bruciante per il partito fondato da Berlusconi. La stessa cosa vale per Renzi, nonostante il PD sia risultato secondo, come partito e in termini di voti ricevuti, dopo il Movimento 5 Stelle (in termini di seggi il PD è risultato il terzo partito, dietro la Lega di Salvini). Essere scesi sotto il 20 percento delle preferenze, quando alle ultime elezioni europee aveva raggiunto il 40 percento, è stata una debacle particolarmente amara per il PD.

Politicamente, dunque, hanno perso, ancorché in modo diverso, i protagonisti della Seconda Repubblica. Ma basterà la sconfitta a determinare la loro scomparsa come avvenne per i principali partiti della Prima Repubblica? Basterà la loro sconfitta a far nascere una Terza Repubblica, diversa dalle precedenti e auspicabilmente migliore? Prevedere il futuro non rientra nei compiti dei giornalisti. Interpretare tendenze e avanzare ipotesi a breve termine, questo sì. E per capire il presente può essere utile esaminare il passato e la storia.

Prima e Seconda Repubblica sono espressioni giornalistiche coniate nei primi anni ‘90 contestualmente alla profonda crisi che colpì i partiti nati alla fine della seconda guerra mondiale. A questa crisi contribuirono molteplici e svariati eventi della scena politica e sociale, sia nazionale che internazionale. Da poco era caduto il Muro di Berlino, l’impero sovietico si era frantumato e la guerra fredda era terminata. Tra le conseguenze di tali eventi epocali ci fu la transizione del PCI dal comunismo al socialismo democratico, cambiando nome in Partito Democratico della Sinistra (PDS). Dal partito si distaccò l’ala dell’estrema sinistra guidata da Armando Cossutta che diede vita al Partito della Rifondazione Comunista (PRC). Questa trasformazione ebbe, in molti elettori moderati, l’effetto di far cadere le ragioni per votare democristiano in funzione anticomunista.

Alle elezioni politiche del 1992 la DC ottenne il minimo storico, il PDS e il PRC insieme ricevettero meno voti del vecchio PCI, mentre la Lega Nord vinse in numerosi collegi settentrionali raggiungendo il 9% a livello nazionale. L’XI Legislatura rimase in carica per poco meno di due anni, da aprile 1992 ad aprile 1994, e fu l’ultima della cosiddetta Prima Repubblica e la più breve dell’intera storia repubblicana italiana. Lo scandalo di Tangentopoli e l’indagine denominata Mani pulite portarono alla scomparsa della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista Italiano. Contestualmente alla caduta di uomini politici come Craxi, Andreotti e Forlani (il cosiddetto CAF) scesero in campo nuovi partiti (e nuovi personaggi) tra cui la Lega Nord di Bossi e Forza Italia di Berlusconi.

Sul piano sociale alla lotta alla corruzione si accompagnò una più incisiva fase di lotta alla mafia che culminò, dopo la morte di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino (1992), con la cattura dei capi di “cosa nostra”. Nel marzo 1993 Giulio Andreotti ricevette dalla Procura di Palermo un avviso di garanzia per attività mafiosa; successivamente fu indagato per finanziamento illecito e perfino per l’omicidio, avvenuto nel 1979, del giornalista Mino Pecorelli. Le inchieste su Andreotti furono viste come un processo all’intero sistema politico e la fiducia nei partiti scese al minimo storico.

Parallelamente a questi eventi ci fu un’importante riforma elettorale che iniziò col referendum del 18 aprile 1993, voluto dai radicali per eliminare il sistema proporzionale puro considerato una delle cause dell’instabilità istituzionale e della partitocrazia. Solo pochi mesi dopo fu approvata una nuova legge elettorale, denominata “Mattarellum”, che introdusse il sistema maggioritario uninominale. La nuova legge e la gravità della crisi dei partiti spinsero il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro a sciogliere anticipatamente le Camere e a indire nuove elezioni. L’inizio della Seconda Repubblica coincise con le elezioni politiche del 27 marzo 1994 che portarono l’affermazione del bipolarismo in Italia.

Da quelle elezioni sono passati 24 anni, quasi un quarto di secolo. Sono svariate le analogie della politica attuale con quella di allora, ma ciò non autorizza ad affermare che è cominciata la Terza Repubblica. Con le elezioni del 4 marzo abbiamo avuto un forte mutamento politico, ma è presto per dire che esso determinerà la graduale scomparsa di Forza Italia e del Partito Democratico, partiti che ancora incorporano valori e aspettative del centro e della sinistra italiani. In parte questi valori e queste aspettative si sono orientati altrove o hanno alimentato l’astensionismo. Il voto dato al Movimento 5 Stelle e alla Lega è stato un voto di opportunismo e di protesta: al Nord alla Lega perché ha promesso più sicurezza e un freno alla migrazione; al Sud al M5S perché ha promesso il reddito di cittadinanza. Ma non è sulle promesse che si costruisce una nuova repubblica e una nuova fase politica di un grande paese come l’Italia.

Nei primi decenni della Prima Repubblica l’Italia era molto più povera di oggi, ma avevamo il boom economico e non esisteva migrazione, se non quella interna dal Sud alle fabbriche del Nord.

La partecipazione politica si esprimeva attraverso un “voto di appartenenza”, basato sulla fedeltà ideologica alla DC o al PCI, partiti che sulla scena internazionale riflettevano i due blocchi contrapposti (Stati Uniti e Unione Sovietica). Il voto era dunque condizionato da una visione del mondo che non poteva prescindere dal ricordo della guerra e dal desiderio di una pace duratura.

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