Non convince Claudio Gradara, Presidente di Federdistribuzione, l’Associazione che si occupa dei commercianti di prodotti alimentari e non, la legge, voluta dall’On. leghista, Barbara Saltamartini, e dal Ministro per lo Sviluppo economico, il cinquestelle Di Maio.

Approvata dai Deputati, modifica quella a suo tempo voluta da Monti, convalidata nel 2011, che permetteva ai commercianti di aprire i loro negozi anche di domenica e nei giorni festivi.

Una retromarcia, quella della Camera, che comporta un costo a carico dei pro-prietari, un ritocco per gli stipendi di 16mila persone e una successiva diminuzione dei consumi. Al che si aggiungono i disagi dei 12 milioni di italiani che, negli ultimi anni, avevano potuto fare la spesa la domenica, se troppo impegnati nelle giornate lavorative. Chiusura obbligatoria che, secondo quanto approvato, Comuni e Regioni, dopo aver stabilito gli “orari di apertura e di chiusura degli esercizi commerciali … possono parzialmente annullare, permettendo otto aperture straordinarie”.

La nuova legge suscita subito reazioni negative. Tra le quali quella del Presidente del Comitato Nazionale Italiano della Camera di Commercio Internazionale, Ettore Pietrabissa, convinto che essa va “in controtendenza con il momento che viviamo, in cui i consumi, le aziende e imprese che investono devono essere più sostenute e agevolate. Il provvedimento che lasciava ai commercianti la decisione se aprire o chiudere la domenica era stato preso all’epoca di Monti per consentire un ulteriore sviluppo dei consumi. Il nostro Paese ne ha bisogno per far progredire ricchezza, Pil, sviluppo economico”.

A lui si unisce Gradara il quale afferma che “al di là delle posizioni di principio, dobbiamo discutere sui benefici che la legge Monti, consentendo la liberalizzazione degli orari di apertura, ha portato al nostro settore. È difficile quantificarne gli effetti, considerando che l’introduzione ha coinciso con gli anni del crollo dei consumi, ma quella legge ha permesso almeno di contrastare il trend negativo, con l’aumento dei consumi dell’1% nell’alimentare e del 2% nel non alimentare”.

Anche perché, secondo il Presidente di Federdistribuzione, c’è da aspettarsi “un sicuro calo dei consumi e un forte impatto sull’occupazione, con la perdita almeno delle posizioni aggiuntive create grazie alle aperture, oltre a possibili situazioni di crisi di unità locali più esposte al commercio elettronico, cioè alle vendite ed acquisti di beni e servizi tramite Internet, oggi non ponderabili”.

Senza contare, continua Gradara, che “in questi anni la risposta dei clienti è stata fortissima. La domenica è diventato il secondo giorno di incasso settimanale e noi registriamo 12 milioni di presenze nei nostri negozi. Davvero non riusciamo a capire il perché di questa retromarcia”. Anche perché le leggi e gli accordi sindacali prevedono un conseguente aumento del salario e dei necessari riposi, nonché il controllo su eventuali abusi.

Invece, i favorevoli alla nuova legge ritengono che quella voluta da Monti avrebbe penalizzato i piccoli commercianti. Secondo i dati del ministero allo Sviluppo economico, tuttavia, tra il 2012 e il 2017 il numero totale dei punti vendita in Italia è diminuito dell’1,4%.

Positiva anche la reazione di Confesercenti, in quanto la legge “disciplina gli orari di apertura degli esercizi commerciali. Era tempo di dare un segnale a migliaia di italiani, imprenditori e lavoratori, che aspettano un intervento correttivo sulla deregulation totale oggi in vigore”. Non a caso “avevamo chiesto al Ministro Di Maio un incontro per confrontarci su questo come su altri temi centrali per il nostro settore, in particolare le misure a sostegno dei redditi e dell’occupazione”.

Non stupisce, quindi, che il proprietario di un negozio di media grandezza, benedica la “marcia indietro” effettuata dai deputati perché “il giorno di chiusura domenicale non sposta un centesimo di fatturato nell’arco della settimana, tutt’altro…

Da persona libera dal lavoro domenicale potrei visitare i centri storici nelle vicinanze, rimettendo in moto l’economia sana dell’Italia, quella dei piccoli borghi e delle bellezze naturali; io, i miei dipendenti ed i “mancati” clienti”. Senza contare, aggiungiamo noi, il vantaggio di vivere una giornata in famiglia e, pure, dando più possibilità di santificare la domenica andando a Messa, come dovrebbero fare i buoni cattolici.

Tanti motivi che, presumibilmente, hanno spinto alcune Nazioni europee a preferire la chiusura dei negozi la domenica e nei giorni festivi. Tra queste, la Svizzera e la Germania dove in quelle giornate i negozi sono chiusi, fatte alcune eccezioni durante l’anno e nelle principali stazioni ferroviarie, nonché i negozietti presenti in alcune agenzie distributrici di benzina. Nelle quali, però generalmente si vendono solo generi alimentari.

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