Pavel oggi un ragazzone di 27 anni, simpatico e allegro. Ci sta già aspettando nel suo piccolo villaggio, Mashkalashen, nella regione Martuni, Nagorno-Karabakh. Mi accompagnano Reneé e Anna, dell‘organizzazione umanitaria “The Halo Trust“. Insieme a Pavel c‘è la mamma, ci fanno entrare nella loro modesta casa, ma la loro gentilezza e ospitalità è unica, veramente senza parole. Passati pochi minuti, chiediamo a Pavel e alla mamma di raccontarci la loro storia. Siamo nel Nagorno Karabakh, é un giorno di settembre, del 2004, la prima guerra tra Armeni e Azeri è già finita ormai da 10 anni. Pavel ha 15 anni, ed è appena tornato da scuola insieme al suo fratello gemello, mangiano qualcosa velocemente, e iniziano a giocare, a loro si unisce anche il piccolo fratellino di 4 anni. La mamma nel frattempo è intenta a sparecchiare il tavolo. Pavel sembra giocare con una pila tascabile, almeno cosi sembrava ci conferma la mamma, purtroppo Pavel senza saperlo ha nelle mani un piccolo ma potentissimo detonatore, nascosto da qualcuno durante la guerra nel sottotetto della loro casa, trovato per caso dal ragazzo qualche giorno prima. La mamma esce dalla camera un‘ultima volta per iniziare a lavare i piatti, quando un boato impressionante la investe alle spalle, si volta improvvisamente e dalla stanza dove i tre ragazzi stanno giocando esce una nuvola di fumo. Entra di corsa nella stanza diventata improvvisamente nera, l’odore lì dentro è nauseabondo, vede che il gemello XX e il piccolino sono stati letteralmente scaraventati sotto un letto, ma fortunatamente illesi, nemmeno un graffio, per Pavel la situazione é drammatica.

Pavel è steso sul divano con il viso sporco di un misto di nero e sangue. Il ragazzo ci racconta con un piccolo sorriso quegli ultimi istanti, un’esplosione fortissima e di essere stato letteralmente scaraventato sul soffitto della camera, ma non ricorda l’atterraggio fortunoso sul divano. La madre Manya si avvicina al figlio e vede subito che la sua pancia è completamente sventrata. Sono pochissimi istanti, istintivamente decide di trascinare Pavel sul pavimento per portarlo fuori nel cortile. Nel cortile Pavel non da segni di vita, la mamma lo crede già morto, intanto in pochi minuti il cortile della casa si riempie di vicini, attirati sia dalla detonazione e sia dalle grida di aiuto della donna stessa. Un vicino ha per fortuna una macchina, cosa non scontata in questi villaggi remoti del Nagorno-Karabakh, carica il ferito sulla macchina, sale anche la madre, e iniziano una corsa disperata verso il piccolo ospedale di Martuni a circa 20 km di distanza. In queste zone 20 km si percorrono in macchina in circa 45 minuti, le strade sono difficilissime da percorrere e piene di curve e tornanti e spesso non asfaltate. Quando arrivano all’ospedale Pavel respira ancora, ma sue condizioni sono disperate. Le ultime parole della mamma ai dottori sono…“Ho perso già mio marito durante la guerra, nel 1994, saltato su una mina anti-uomo, almeno vi prego, salvate la vita di mio figlio Pavel“. Fortunatamente le condizioni del ragazzo inizieranno a migliorare giorno dopo giorno come fortunatamente gli organi interni non presentano danni irreparabili. Dopo circa due settimane, un dottore visitando Pavel più attentamente, si accorge che il ragazzo ha qualcosa che non va nell’occhio destro,  ma Pavel non è ancora in grado di parlare.

Da una visita più approfondita agli occhi, si scoprono due piccolissimi frammenti del detonatore conficcati nel’occhio destro. Passa ancora una settimana, e il ragazzo ormai in condizioni stabili, viene trasferito nell’ospedale di Stepanakert, capitale del piccolo stato. Qui le condizioni del ragazzo continuano a migliorare, ma l’occhio destra sembra perso. Per avere una qualche possibilità di recuperare l’occhio destro, i dottori consigliano di trasferire il paziente, appena possibile, in una struttura meglio attrezzata, in un ospedale a Yerevan, capitale dell‘Armenia. Ma un’operazione del genere costa alcune centinaia di euro, e Manya, vedova con quattro piccoli figli, e una pensione di guerra di circa 50 euro, non solo non ha i mezzi finanziari per sostenere quest’operazione, ma non ha nemmeno la capacità di organizzare logisticamente il trasporto di Pavel fino a Yerevan. Sono ormai trascorsi alcuni mesi dall‘incidente, quando la sorella di Pavel studentessa a Stepanakert ha la brillante idea di chiedere aiuto all‘ufficio di The Halo Trust a Stepanakert. La reazione di Halo Trust è immediata, passano soltanto pochi giorni quando 3 persone di Halo Trust, più un benefattore privato, si presentano alla madre assicurandoli che il ragazzo riceverà tutte gli aiuti necessari, finanziari e logistici, per raggiungere Yerevan e sottoporre Pavel all‘intervento in modo forse di salvare l‘occhio ferito. Oggi possiamo raccontare di questa storia, fortunatamente conclusasi con un lieto fine, l‘occhio di Pavel è completamente recuperato e le sue condizioni generali possono giudicarsi buone. Storie come queste, in quest‘area del mondo ce ne sarebbero decine da raccontare, purtroppo, e ben più drammatiche. Molto spesso il lieto fine di queste storie è legato all’attività e alla presenza sul territorio di organizzazioni umanitarie, come appunto The Halo Trust.

Quest’ultima è presente qui in Nagorno-Karabakh, dall’anno 2000, con un team di circa 170 persone. “La nostra missione è di eseguire tutti gli sforzi possibili atti a proteggere le vite umane e ristabilire le condizioni di vita normali, minacciate queste sia dalla presenza di mine e sia dalle conseguenze delle guerre stesse, Noi ci sforziamo di creare ambienti sicuri, offriamo opportunità di ricostruire sistemi di vita e prepariamo la strada per uno sviluppo sostenibile nel futuro con un occhio sempre alla stabilità del paese interessato nel lungo termine”. The Halo Trust è operativa sul territorio con 15 gruppi di artificieri, ognuno di questi composto da un team-leader e 7 artificieri. essa continua a finanziare tale struttura grazie ancora ad alcune donazioni. Il programma di questa ONG si fonda su tre principi: sminamento dei campi o di bonifica di zone contaminate da esplosioni o da combattimenti, educazione alle popolazioni e infine riconsegna e riconversione dei campi o delle zone una volta contaminate alle autorità o ai privati cittadini. Grazie alla straordinaria attività di The Halo Trust, fino ad oggi, solo in Nagorno-Karabakh sono stati sminati circa 450 campi (Cleared Mine field), e ripuliti e sminati circa 486 aree di combattimento (Battle Area Clearance) Non essendo questo piccolo paese riconosciuto dalla comunità internazionale, l’organizzazione opera in condizioni difficilissime non riuscendo ad usufruire di aiuti governativi. Gli abitanti del Nagorno-Karabakh, circa 145.000, sono stati completamente dimenticati dalle istituzioni umanitarie e dai governi europei.. Aiutare The Halo Trust significa anche dare una speranza di un futuro migliore e di pace al Nagorno- Karabakh. Ma sono soprattutto gli abitanti di questo fazzoletto di terra sperduto nel mondo che meritano sicuramente maggiore attenzione e supporto da parte di tutti noi e di tutta la comunità internazionale.

 

 

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