Nella foto: Goethe nella campagna romana, dipinto di Johann Heinrich Wilhelm Tischbein

Goethe a Roma nell’autunno del 1786

“Finalmente! Spinto da una forza irresistibile verso il centro dei miei desideri… non potevo più né leggere né gettare lo sguardo sopra una vista d’Italia”, confessa Goethe, “quasi afflitto da una malattia morale, da cui solo la vista diretta di questi luoghi mi poteva guarire”.

Era una specie di “mal du siècle”, quello che nel 1700 affliggeva quanti sentivano il bisogno di immergersi nei resti della civiltà classica. Per loro il viaggio a Roma era fondamentale, un viaggio iniziatico per cercare di far propri i valori della bellezza e della grandiosità. E Roma era diventata un riferimento essenziale per la cultura europea, un crocevia di artisti, intellettuali, amanti dell’arte.

Per questo Goethe si scusa per aver dedicato poco tempo alle mete precedenti, in particolare a Firenze: “Ma il mio desiderio di arrivare a Roma era tanto vivo, che non mi riusciva possibile il fermarmi”. Fa il suo ingresso attraverso la Porta del Popolo, ora Porta Flaminia, il primo novembre del 1786. Per lui è un avverarsi dei sogni di gioventù: “Vedo nella loro realtà le stampe, le viste di Roma, appese alle pareti dell’anticamera, nella casa paterna. Vedo nella loro realtà quegli oggetti che già conoscevo dai dipinti, dai disegni, dalle incisioni, dalle riproduzioni in gesso”.

“La meraviglia di un mondo nuovo”

Ogni cosa gli sembra bella, anzi stupenda, come la Cappella Paolina del Quirinale, dove il Papa celebra la Messa il giorno dei morti, pure lui “di aspetto bellissimo ed imponente”. Anche se, da buon protestante, critica il suo modo di condurre la Messa, “mormorando, a fior di labbra, parole inintelligibili”.

Cammina su è giù, “con gli occhi aperti, guardando ogni cosa, palazzi, rovine, giardini, strade ampie e strette, casupole, archi di trionfi e colonne”, sentendosi contemporaneo di varie epoche storiche. E riconosce che: “Qui si vive quasi in una grande scuola, dove s’impara tanto in un giorno, da non saper da qual parte cominciare ad esporlo. Per farlo a dovere, converrebbe stare qui vari anni”.

Goethe è accompagnato dall’amico Wilhelm Tischbein (1751-1829), giovane pittore tedesco, che vive da tempo a Roma e lo guida alla scoperta delle cose più notevoli, dopo avergliele presentate con una serie di disegni e schizzi al lapis, alla seppia od acquerello. Nuovi disegni e schizzi sono eseguiti dallo stesso Goethe e dalla cerchia di artisti, che si riuniscono di sera attorno ad una tavola rotonda della locanda per discutere sui lavori eseguiti nella giornata, sui migliori punti di vista e sulle migliori riproduzioni.

Le visite risultano una più interessante dell’altra, a cominciare da quelle ai Musei Vaticani e ai loro capolavori, alle Logge di Raffaello ed in particolare alla Scuola di Atene, a San Pietro ed all’Apollo del Belvedere, alla piramide di Cestio ed alle imponenti rovine del palazzo dei Cesari. Lo inducono ad un sentimento “che arreca una grande soddisfazione, una fermezza di carattere, una condizione di pacatezza e tranquillità”. Inoltrandosi, poi, verso l’Appia antica, visita il santuario della ninfa Egeria, le terme di Caracalla, la tomba di Cecilia Metella, costruzioni di uomini che “lavoravano per l’eternità”, come il Colosseo, “di fronte al quale ogni altro monumento appare meschino”.

“Ogni giorno trovo qualcosa di nuovo e di bello”.

Il tempo continua ad essere favorevole, le giornate scorrono limpide, calde e piacevoli, intervallate da qualche acquazzone notturno. “Ogni giorno immagini fresche, grandiose, rare, ogni giorno trovo qualcosa di nuovo e di bello. Io vivo qui una condizione di quiete e di serenità, che non conoscevo da una buona pezza”.

Ricorda una giornata in particolare: “Da piazza San Pietro salimmo con Tischbein nella Cappella Sistina a contemplare il Giudizio Universale e gli altri dipinti di Michelangelo, che eccitarono la nostra ammirazione. Non facevo altro che guardare e rimanere compreso di stupore. Dopo aver contemplato a lungo ogni cosa, uscimmo da questo santuario dell’arte e ci portammo nella chiesa di San Pietro, dove godemmo di tutta la grandiosità e la magnificenza di quella vista”.

Poi salirono sulla cupola, da cui contemplarono “una veduta magnifica, dagli Appennini al mare”. Quindi, “dopo aver pranzato frugalmente, ma allegramente, in una modesta trattoria di Trastevere”, visitarono la chiesa di Santa Cecilia, ammirati per il rivestimento delle colonne e dei capitelli in velluto rosso, legato con trecce d’oro, ed ammaliati “da una musica nuova e bella” di un concerto di voci accompagnate dall’orchestra. Conclusero quella splendida giornata, come si conveniva, all’opera.

Di Roma non biasima niente, nemmeno la sporcizia, come invece aveva fatto per altre città italiane, in particolare per Venezia. Denuncia solo la frequenza degli omicidi, quattro nelle ultime tre settimane, “fra le persone che si trovano in qualche modo in relazione con noi”. E questa notazione gli dà modo di ricordare il Winckelmann, grande storico dell’arte ed archeologo, a sua volta ucciso nel 1768 a Trieste. Era vissuto a Roma, dove aveva avuto modo di studiare l’arte classica ed era diventato “soprintendente alle antichità”. Goethe cita un passo di una sua lettera, in cui afferma che Roma è la più grande scuola per ciascuno di noi. “E per conto mio io l’ho provato”, confessa con convinzione. “Non è possibile, fuori di Roma, immaginarsi le sensazioni che qui si provano. Qui in certo modo si nasce una seconda volta”.

È Ifigenia la sua vera compagna di viaggio

Il poeta sente “le conseguenze morali della nuova sfera di vita, coll’allargarsi del sentimento artistico”. E giunge ad ultimare la sua “Ifigenia in Tauride”, tragedia dalla forte valenza morale che riprende l’omonima tragedia di Euripide. L’eroina era divenuta ormai la “sua compagna di viaggio”, soprattutto durante il soggiorno romano. Ha subito modo di leggere il testo al suo circolo di artisti, che lo apprezza, nonostante la mancanza del fuoco delle passioni, e lo invita a successive modifiche e riletture, “ottenendo maggior favore di quanto mi aspettassi”.

Fin dal suo primo arrivo a Roma, Goethe, cedendo alla moda del tempo, agogna di giungere in possesso di riproduzioni in gesso di sculture classiche. E ci riesce, acquistando una testa colossale di Giunone, il cui originale stava nella villa Ludovisi. “Non havvi parola che possa dare un’idea di quella; si direbbe un canto d’Omero”. Se ne andrà da Roma con tre teste di Giunone, un frammento di un grande piatto dipinto in terracotta e “pezzi di granito, di porfido, di marmi”, raccolti nelle passeggiate (“si rinvengono cose stupende in ogni luogo”), “testimoni della splendidezza del rivestimento delle pareti” di palazzi antichi, come quello di Nerone.

Arrivederci Roma!

Avrebbe dovuto essere pronto anche il “suo ritratto in grande”, a cui da tempo sta ponendo mano l’amico Tischbein. Vuole dipingere Goethe “in abito da viaggio, avviluppato in un ampio tabarro bianco, seduto all’aria libera su un obelisco rovinato a terra, con sullo sfondo un tratto della campagna romana e la vista di alcune rovine”. È il quadro, divenuto famoso, ora conservato nello Städel Museum di Francoforte.

Ormai è febbraio, il tempo di prepararsi a partire da Roma. Approfitta delle due ultime settimane per vedere quanto non aveva ancora visto e visitare per la seconda o la terza volta le cose più importanti. “Il tempo continua ad essere di una bellezza indicibile, anzi incredibile. Il cielo è limpido e verso il mezzodì fa quasi caldo. Si gode a girare i dintorni, irradiati da un magnifico sole”. Dopo essere stato di fronte “a cose immense, nobili, perfette, a cui non è possibile sottrarsi”, dopo aver constatato che “ci vorrebbero anni per addentrarsi in quel mondo”, dopo aver toccato con mano che “tutto da qui parte e vi fa ritorno” perché la storia romana è storia universale, il poeta avverte che “tutto ora lo spinge verso Napoli” e si dichiara “lietissimo di fare questo viaggio in compagnia di Tischbein”, al punto che sta già “godendo di quanto potrà vedere colà di bello, in quella contrada di paradiso”. E poi “il Vesuvio sta eruttando cenere e lapilli, di notte si scorge illuminata la sua vetta ed io non ho più pazienza di aspettare”. L’indomani, 22 febbraio, Goethe e l’amico salperanno per Napoli.

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