Da sin. don Salvatore, don Gregorio e don Marco a febbraio a Colonia per il Convegno di zona. Foto: Maurizio Longi

Domenica 14 giugno alle ore 18:00 nella cattedrale di Napoli, l’arcivescovo metropolita Domenico Battaglia ha ordinato quattro presbiteri, tre di loro hanno trascorso un periodo di formazione diaconale in Germania presso la comunità cattolica di Neu-Ulm all’inizio del 2026: don Salvatore Porricelli, don Marco Iengo e don Feliciano Tortora

„Vedere italiani sparsi per tutta la Germania, incontrare tanti volti, tante storie che ci continuano a parlare di Dio“ (don Marco).

„Ci troviamo in Germania, con un mandato dell’arcivescovo, don Mimmo Battaglia (…) di vicinanza, ascolto e testimonianza“. (don Salvatore)

Durante il loro periodo in Germania abbiamo avuto occasione di incontrare e intervistare don Salvatore e don Marco il febbraio scorso negli uffici della Delegazione a Francoforte. Don Feliciano era assente per motivi familiari.

Don Salvatore è di San Giovanni a Teduccio, quartiere est della città di Napoli e svolge il servizio pastorale nella parrocchia di Sant’Antonio Abate in Casoria. Ha 33 anni e prima di entrare in seminario aveva cominciato gli studi di giurisprudenza e aveva un lavoro che gli piaceva.

Don Marco Iengo, 29 anni, è originario di Afragola, nella provincia nord di Napoli. Lui ha svolto il suo ministero diaconale principalmente nel quartiere Sanità: un contesto variegato, sia per culture, sia per situazioni sociali anche controverse che contraddistinguono questo quartiere storico di Napoli. Anche don Marco aveva avviato un percorso professionale.

Poi arriva la scelta di entrare in seminario.

Don Salvatore: Sono cresciuto in una famiglia non praticante, però quando iniziai il percorso di iniziazione cristiana per prepararmi alla prima comunione il sacerdote della parrocchia di Portici mi colpì con il suo essere buon pastore, vicino a tutti, con la sua capacità di ascolto verso tutti e che ti faceva sentire davvero al centro dell’attenzione quando quando ti parlava. Questa figura mi ha guidato tantissimo nel mio cammino. Si chiamava p. Antonio Serra, ora è al cospetto di Dio. Da lì in poi sono state tante le esperienze che mi hanno convinto sempre di più di scommettere tutto sulla chiamata del Signore. Inizialmente, di fronte a una prima proposta di entrare in seminario, ho rifiutato nettamente. Pensavo che non fosse una strada per me. Poi, dopo esperienze di studio e lavorative, dentro di me è maturato sempre di più questo desiderio che è stato anche messo alla prova, sotto tanti aspetti durante il percorso di avvicinamento, e questa è stata una cosa bella.

Don Marco: Io vengo invece da una famiglia fortemente religiosa, sono l’ultimo di quattro figli e i miei genitori da sempre ci hanno educato alla fede in maniera molto semplice, ma anche molto seria. Già nel cuore dei parrocchiani si alimentava il desiderio di vedermi sacerdote nonostante le mie resistenze, perché io desideravo di fare altro nella vita. Avevo i miei sogni, avevo i miei desideri, amavo anche molto l’ambito educativo e quindi mi vedevo impegnato nel sociale, ma non attraverso una consacrazione vera e propria. C’è stato poi un momento durante l’università e poi il lavoro, dove la testimonianza di un seminarista, oggi sacerdote, mise un po‘ in crisi la mia vita e questo fece sì che io potessi approfondire quella che, forse, era la chiamata di Dio, che era stata pensata per me sin dalla mia nascita e che io magari facevo fatica a riconoscere. Da lì ho iniziato il mio percorso vocazionale.

Che cosa hai studiato e che lavoro facevi don Marco?

Don Marco: Mi sono diplomato come perito agrario e ho iniziato l‘abilitazione alla libera professione. Sentivo forte il desiderio di insegnare e quindi mi iscrissi alla facoltà di lettere moderne all‘Università Federico II dove ho studiato i primi due anni, dopodiché, avendo iniziato il seminario arcivescovile e la facoltà teologica, ho lasciato gli studi in lettere moderne. Quindi ho proseguito insieme a don Salvatore e anche a don Feliciano, la Pontificia facoltà teologica.

E tu don Salvatore?

Don Salvatore: Ho fatto il liceo classico e poi mi si consigliava di continuare nell’ambito umanistico, ma ho scelto giurisprudenza. Ho iniziato poi a lavorare e non ho completato il percorso di studi giuridici. Nell’azienda dove lavoravo ormai ero ben inserito. Per me non è stato semplice lasciare il lavoro perché comunque avevo già 26 anni, un’età in cui si inizia a strutturare la propria vita. Devo dire però, che già a 22 anni avevo pensato di entrare in seminario. Lì era rettore padre Antonio Serra; e anche per me nella comunità parrocchiale c’è stata sempre questa indicazione: tu ti devi fare prete. Però la chiamata è personale, nel senso che tu fai esperienza personale nella preghiera e poi anche sicuramente attraverso le tante testimonianze di come il Signore ti chiami a fare questa cosa e ti chiami a donarti totalmente. A 22 anni feci la scelta di continuare il percorso lavorativo. L’avevo iniziato da poco e volevo mettere alla prova questo desiderio che sicuramente il Signore aveva messo in me, ne ero certo. Volevo vivere in un contesto lavorativo dove hai a che fare con persone completamente diverse, con tanti giovani colleghi che si sposavano e avevano figli. Questo mi interrogava circa la possibilità di vivere la vocazione al matrimonio che però non sentivo mia. Nello stesso tempo le esperienze che vivevo in estate in missione in Albania, due settimane di ferie dove stavo a contatto con la povertà, in un contesto molto diverso rispetto a quello di Napoli, mi interrogavano, mi lasciavano sempre con questo interrogativo: ma io che cosa devo fare della mia vita?

Quando poi c’è stato l’inizio del propedeutico in seminario con Marco e Feliciano. Ci provai, a dire la verità, fino alla fine ero indeciso, perché c’era tutta questa paura di lasciare qualcosa di certo, il lavoro, per qualcosa di indefinito, anche se sentivo che era la mia strada. E fino alla fine non l’ho detto a mia mamma e mio padre che sarei entrato in seminario. Era novembre, stavo preparando la valigia per andare a fare gli esercizi spirituali e mia mamma, aveva capito, mi disse: „Ma dove stai andando? Stai andando in seminario?“. Piansero. È seguito un periodo di passaggio, nel quale andavo al lavoro al mattino, pranzavo dai miei e poi andavo in seminario. Poi ho dovuto fare una scelta, nella vita tante scelte di per sé non sono semplici. Ma questo accade anche con il matrimonio, in tutte le vocazioni.

Ci sono dei passaggi nella vita di ciascuna persona, dove devi lasciare il certo per l’incerto, perché c’è una strada che ti porta lì, anche se non è una vita consacrata, ma una vita, diciamo, „normale“ di lavoro, famiglia. Don Salvatore, don Marco, state raccontando la vostra esperienza di vita: un percorso di studio, di lavoro, una carriera professionale avviata, e come questo possa essere rimesso in discussione perché c’è qualcosa di più forte che vi ha portato su un’altra strada.

Don Marco: Mi piaceva sottolineare il capitolo secondo della Lumen Gentium dove si parla del popolo di Dio e di come ciascuno per chiamata è importante all’interno della Chiesa: è importante il vescovo, è importante il prete, è importante il laico. Sono importanti i giovani, gli anziani che ci aiutano e ci hanno aiutato a comprendere la nostra chiamata perché perché siamo tutti uguali mediante il battesimo che ci rende un’unica chiesa nel nome di Gesù.

Don Salvatore: A me piacerebbe condividere quest’altra cosa, il sacerdote che per me è stato molto importante padre Antonio è andato al cielo nel 2015, io ho fatto poi la scelta definitiva nel 2018, mentre il sacerdote che mi ha presentato al seminario di recente ha lasciato il sacerdozio; poi un mio amico che mi è stato molto vicino e che poi stava pure lui in seminario ha lasciato il sacerdozio giovanissimo. Perché dico queste cose? Perché sono situazioni che ti interrogano, vedi come effettivamente una vocazione chiama un’altra vocazione, però a un certo punto il Signore ti chiama personalmente e, nonostante queste situazioni di crisi che stiamo avendo nel clero, vedi come il Signore anche in quelle situazioni ti confermi. E rileggi il tuo cammino precedente.

Don Marco: Dobbiamo ringraziare coloro che con la loro vita ci hanno parlato del Vangelo. Non posso non ricordare anche il mio parroco di origine, don Giuseppe, che quest’anno ha celebrato anche i suoi 50 anni di ordinazione. Per più 40 anni è stato nella mia parrocchia di origine ad Afragola, dove ha visto tante generazioni figli di figli e quindi li ha accompagnati nella vita spirituale e si è preso cura un po‘ anche della mia vocazione. E tutti i nostri parroci, giovani di ministero, che parlando con un linguaggio più contemporaneo, ci hanno presentato la bellezza del Vangelo di seguire il Signore, ma soprattutto di essere pastori secondo il cuore di Cristo in questo tempo, in questa storia che è difficoltosa, ma che in questo ci presenta proprio la bellezza e l’essenza del messaggio di Cristo.

Don Marco, don Salvatore, siete prossimi all’ordinazione presbiterale, come siete arrivati a fare un periodo di formazione dicaconale in Germania?

Don Marco: Avevo fatto un’esperienza al Nord Italia di un anno in una comunità per tossicodipendenti, per ludopatici, disagi che portano con sé anche problemi psicologici. Lì ho riletto il disegno di Dio per la mia vita in maniera diversa, in un contesto dove non mi sarei mai immaginato di stare a contatto con persone mi hanno fatto toccare con mano un’umanità che forse io avrei scartato, ma che il Signore mi ha educato ad accogliere e per questo rendo grazie a Dio.

Questa idea di venire in Germania è stata pensata dal nostro arcivescovo, Domenico Battaglia, grazie all’intuizione del delegato delle comunità e missioni cattoliche in Germania, don Gregorio Milone. Farci svolgere il nostro ministero diagonale in una modalità diversa, sradicati dal nostro contesto, per essere impiantati in uno diverso ci ha fatto vedere i nostri concittadini fuori dal loro Paese di origine, lontani dalla loro casa, dai loro affetti per un’esigenza lavorativa, di emancipazione. Questo ci ha fatto crescere inevitabilmente, sia spiritualmente che umanamente. Di questo ringraziamo don Gregorio per la possibilità di vedere italiani sparsi per tutta la Germania, incontrare tanti volti, tante storie che ci continuano a parlare di Dio.

Don Salvatore: Questa esperienza missionaria nasce perché c’è un ripensamento della formazione e da circa tre anni, i diaconi che si preparano all’ordinazione presbiterale vengono inviati in missione il primo anno in Svizzera, il secondo anno in America centrale, e poi in Belgio, un contesto questo ancora più scristianizzato della Germania.
Quest’anno hanno cercato appunto di strutturare diversamente questa proposta, anche in vista di una progettualità futura. Quindi noi ci troviamo in Germania, con un mandato dell’arcivescovo, don Mimmo Battaglia, il quale da giovane ha fatto l’esperienza dell’essere migrante, prima in Svizzera poi negli Stati Uniti, con la sua famiglia. Lui stesso ci ha dato questa consegna e ha utilizzato tre parole nella lettera che poi ha inviato al vescovo Bertram Mayer (diocesi di Ausgburg): vicinanza, ascolto e testimonianza. Sono indicazioni che ha consegnato anche a noi, quello di essere vicini a chi si trova qui. Abbiamo conosciuto le persone della prima generazione. Ci sono le persone nate da quella prima generazione che sono, diciamo, tedeschi a tutti gli effetti. Ma poi ci sono tante persone che sono arrivate negli ultimi anni. E il denominatore comune è la nostalgia del Paese d‘origine. Allora ecco che la comunità, da questo punto di vista, la comunità cattolica diventa un luogo in cui ritrovarsi, che non significa però ghettizzazione, perché la Chiesa è una, è universale, cattolica, ma significa il momento in cui ci si ritrova tutti quanti insieme, la domenica o in altri momenti. Ho trovato molto interessante poter visitare diverse missioni e comunità con il delegato, don Gregorio. Mi ha colpito molto la testimonianza di un giovane, mio coetaneo, 35 anni, sposato, ha una figlia, che è arrivato qui a novembre. Era completamente solo, non trovava l’appartamento, è stato ospitato dal sacerdote di Mannheim, don Salvatore e non avendo parenti qui, la comunità diventa concretamente un riferimento, perché il Vangelo si incarna e l’accoglienza non è soltanto così una qualcosa che uno dice a parole ma diventa concretezza. Noi poi siamo stati inseriti un po‘ negli ambiti pastorali della comunità cattolica di Neu-Ulm ma al di là di questo, del fare, abbiamo voluto essere soprattutto prossimi, ascoltare per quanto possibile.

E tu, don Marco, che cosa porterai con te della tua esperienza in Germania?

Don Marco: Un altro aspetto molto importante che abbiamo fatto in Germania è la pluralità delle varie confessioni di fede. È bella questa collaborazione che c’è tra la Chiesa cattolica e la Chiesa evangelica che ci fa respirare sempre di più anche uno dei sogni del Concilio Vaticano Secondo, l’ecumenismo, questo profondo dialogo che verte verso l’unità delle chiese, perché tutti siamo uno in Cristo.

Tra l’altro Francoforte, da questo punto di vista, è veramente emblematica, perché la presenza di cattolici e evangelici è quasi pari e sono molte le forme di collaborazione.

Don Salvatore: In un contesto come la Germania, dove effettivamente c’è un costante calo della partecipazione, diventa importante ragionare nell’ottica della collaborazione, di questa cooperazione su tanti temi, non solo il dialogo ecumenico ma anche quello  interreligioso perché ci troviamo in un contesto dove effettivamente i numeri del cristianesimo calano ma aumentano quelli dell’Islam, da una statistica che ci citavano la settimana scorsa, un documento è stato redatto dalla Conferenza Episcopale Tedesca e dalla dalla Chiesa evangelica in Germania (https://www.delegazione-mci.de/studio-kmu-su-appartenenza-alla-chiesa-come-annunciare-il-vangelo-in-una-societa-secolare/). Quindi è importante effettivamente dialogare su temi sui quali cui poter dare tutti quanti il proprio apporto. Questo è molto importante perché non possiamo pensare di discutere, per esempio, di parlare della pace in maniere differenti. La pace è quella. O parlare del creato, sono temi che toccano sicuramente tutto il tessuto sociale. Quindi è importante essere, ma questo già ce l’aveva detto papa Ratzinger, allora era lui il teologo Ratzinger nel ’69 ’70, diceva che noi saremmo diventati una minoranza, ma parlava appunto di una minoranza creativa, essere quel lievito all’interno della società. Poche persone ma motivate. E noi vediamo veramente da questo punto di vista che la fede viene messa a dura prova secolarizzazione e scristianizzazione ma una è al contempo una fede resiliente cioè capace veramente sempre di andare avanti nella consapevolezza che non siamo soli.

In tempi in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo, con il trumpismo come spirito dei tempi, papa Leone ci ricorda quanto sia importante essere portatori di pace e testimoni di speranza.

Don Salvatore: A dare testimonianza della speranza perché c’è per esempio questo trumpismo è appoggiato da un certo modo di vedere il cristianesimo come una sorta di battaglia spirituale.

Adesso che è arrivato anche il delegato don Gregorio gli chiediamo che cosa si prefigge con la   presenza dei diaconi in Germania e come questo progetto possa proseguire in futuro.

Don Gregorio: Lo scopo è creare dei ponti tra le diocesi italiane e la nostra Delegazione e le missioni italiane. Questo progetto, che è un gemellaggio, ci viene assicurato per i prossimi quattro anni. Quindi loro partiranno quindi tra un po‘ per prepararsi anche alla loro ordinazione presbiterale (14.06), ma l’arcivescovo di Napoli ci garantisce la continuità del progetto per i prossimi quattro anni. Quindi tra settembre e ottobre ci sarà l’ordinazione dei nuovi diaconi, a quanto pare saranno sette. Quindi per il prossimo anno ci aspettiamo altri diaconi in Germania che potranno fare esperienza nelle nostre missioni. È un progetto a lungo termine, nel senso che stiamo cercando di fondarlo sulle linee guida del documento sulla comunione interculturale dove si insiste tanto sull’integrazione con la realtà territoriale tedesca. Per questo ho voluto che i diaconi frequentassero un corso di tedesco. Poi il progetto a lungo termine porterà i suoi frutti probabilmente tra 5-10 anni. Magari questi giovani sacerdoti, che sicuramente saranno impegnati inizialmente nelle parrocchie dell’Arcidiocesi di Napoli, come viceparroci prima e poi in un secondo momento come parroci, si ricorderanno di questa esperienza fatta in Germania e manifesteranno il desiderio di venire a lavorare nelle nostre missioni in Germania.

Magari si può proporre questo progetto di collaborazione anche a qualche altra diocesi. In Italia abbiamo avuto la fortuna che Monsignor Battaglia, avendo vissuto lui in prima persona l’immigrazione, è molto sensibile a questa tematica e li ha anche motivati. Il problema è sempre trovare la struttura per poterli accogliere perché la maggior parte di noi sacerdoti vive in appartamenti privati.

Appunto, dove protranno essere accolti sette diaconi il prossimo anno?

È stato impegnativo rimettere a nuovo tutta la missione di Neu-Ulm, garantire a don Marco, don Salvatore e don Feliciano, una stanza ciascuno con tutto il mobilio per questi fratelli. Se l’anno prossimo saranno sette i diaconi, ho parlato con p. Sergio Rotasperti a Friburgo dove i dehoniani hanno un convento molto grande con 15 stanze che per la maggior parte dell’anno restano restano vuote. Padre Sergio mi ha dato subito la sua disponibilità ad accoglierli tutti e sette a seguirli da un punto di vista formativo e poi vivrebbero per qualche mese in una bella città universitaria quale è Friburgo.