Copertina del libro

In un panorama internazionale segnato da conflitti e crisi climatiche, il libro di Mauro Ceruti e Francesco Bellusci, „Per una civiltà della Terra“, si pone come un’analisi lucida e una guida pragmatica per le istituzioni del futuro. Dalla necessità di una „costituzionalizzazione“ del diritto internazionale al ripensamento della democrazia nell’era dell’Antropocene, gli autori discutono le sfide di una politica che deve farsi carico del destino dell’umanità intera.

Nel libro descrivete un pianeta che si unifica tecnologicamente ma si frammenta politicamente e socialmente. Qual è la „molla“ che può trasformare questa frammentazione in una nuova forma di coesione planetaria?

Dobbiamo cambiare rotta, verso una “civiltà della Terra”. Per rendere politicamente praticabile l’orizzonte di una “civiltà della Terra”, bisogna innanzitutto comprendere la rilevanza sistemica che hanno assunto le relazioni dell’umanità con la natura e con la Terra. In un mondo in cui tutto è connesso e tutto è in relazione, infatti, l’intreccio ricorsivo della crisi ecologica e climatica con le altre crisi ci fa precipitare nella policrisi planetaria. Allora, il progetto di una “civiltà della Terra” nasce dall’esigenza di evitare che il vascello spaziale Terra affondi e con esso l’umanità. Certamente, la “costituzionalizzazione” del diritto internazionale, perorata e disegnata da filosofi e giuristi come Jürgen Habermas o Alberto Ferrajoli, è indicata anche da noi come un traguardo importante di questo progetto. Tuttavia, un passo preliminare potrebbe concretamente partire dal rilancio della realtà dell’ONU, che va considerata il “germe” della futura civiltà della Terra, come lo è stata la democrazia ateniese per la democrazia moderna europea. È in questa sede, ripensata e rigenerata rispetto all’architettura dell’immediato secondo dopoguerra, che si potrebbe costruire insieme e dare forma a quella comunità mondiale di destino che di fatto già siamo. Per esempio, raccogliendo anche le elaborazioni già compiute in tal senso (pensiamo alla “Carta della Terra”), attraverso una “Carta dell’Interdipendenza” che, sottolineando il carattere planetario delle minacce alla comunità vivente terrestre ed esaltando il dovere di cooperazione, preservi le differenze, promuova le solidarietà e ripartisca le responsabilità.

Definite l’Antropocene come un’epoca in cui l’umanità è diventata una forza geologica capace di alterare i cicli naturali. Qual è il primo passo per „dominare il nostro impulso al dominio“ sulla natura?

È il salto antropologico più rilevante implicato da una civiltà della Terra. La policrisi e la prospettiva ecologica e sistemica ci impongono di rovesciare la logica del “nomos della terra” à la Schmitt. Ora che siamo una sola umanità di fronte a Terra-Gaia, dobbiamo riconsiderare la Terra in un modo nuovo, non più a partire dalla sua possibile appropriazione, come è accaduto nella “storia umana”, mediante la proprietà, la conquista, lo sfruttamento, la spartizione. Ma, a partire dalla sua inappropriabilità. Cioè, dobbiamo partire da quelle risorse comuni della Terra-suolo che sono garanzia della sopravvivenza della specie umana e quindi patrimonio comune indivisibile e che è interesse di tutti tutelare. Ciò che viene diviso tra i popoli e le nazioni della Terra deve essere secondario rispetto a ciò che deve appartenere a tutti e alla cui salvaguardia devono partecipare democraticamente ed equamente tutti. E nel patrimonio indivisibile comune bisogna includere non solo gli oceani, i boschi, l’aria… ma anche le condizioni che garantiscono uno sviluppo umano integrale.

La democrazia è descritta come un „rimedio alle proprie patologie“. Come può un sistema democratico gestire l’incertezza radicale del nostro tempo senza scivolare in tentazioni autoritarie?

Proprio laddove la nostra conoscenza è incompleta, si rendono sempre più necessarie istituzioni e procedure democratiche che favoriscano la riflessione, il dibattito, la critica, il consesso indipendente, l’argomentazione ragionata, la concorrenza di idee e di visioni. Una cultura ecologica di base è anche indispensabile per affrontare l’incertezza con il metodo democratico. Il cedimento a tentazioni autoritarie tradisce la nostalgia rassicurante di un punto di vista onnisciente, la cui possibile conquista è stata un’illusione della modernità. Abitare il tempo della complessità vuol dire riarmarsi intellettualmente e imparare a essere responsabili, per gestire quei punti di incertezza che mai possono essere eliminati del tutto, e non cedere al rigetto nevrotico della complessità, che oggi si esprime nel rifugio in ricette semplificatrici: fondamentalismi, nazionalismi, populismi autoritari, imperialismi, nostalgie identitarie. Tutte le crisi, infatti, tendono a esasperare le violenze, i deliri e gli accecamenti più che a favorire le prese di coscienza e i sussulti a cambiare rotta. Anche per questo abbiamo scritto il libro. Vuole essere un contributo concreto alla riforma di pensiero e alla presa di coscienza di cui ha bisogno il nostro tempo. L’umanesimo planetario che proponiamo, peraltro, è la cornice nella quale una politica democratica può affrontare la policrisi del nostro tempo e contestualmente riaprire il futuro, ridare la speranza in un progresso, rimanendo ancorata ai valori universali e solidaristici e alla difesa dello stato di diritto, senza cedere al ripiegamento reazionario e alle paure che lo alimentano.

Sostenete che la politica moderna ha fallito nel tentativo di neutralizzare le passioni con gli interessi economici. In che modo affetti positivi come la fraternità possono diventare strumenti diplomatici e politici?

La responsabilità condivisa di fronte a un destino comune e alla necessità di difendere la vita sulla Terra può generare una empatia cosmopolitica, può far superare la diffidenza che genera conflitti e compromette la volontà di dialogare e accordarsi. E, nel lungo termine, far superare la strategia della sicurezza basata sulla dissuasione reciproca attraverso lo sviluppo di armi più distruttive, che ha connotato la “guerra fredda” e che ancora oggi ha i suoi irriducibili difensori, che si vantano di essere realisti rispetto ai pacifisti. Né la paura reciproca, su cui si basa la logica della deterrenza delle armi di distruzione di massa, né la solidarietà provvisoria di interessi economici, possono effettivamente creare relazioni conviviali e pacifiche. Lo può fare solo quella fraternità umana universale che si apprende incontrandosi, dialogando, negoziando, collaborando.

Nel testo si legge che oggi utopia e realismo coincidono. Potete spiegarci perché l’idea di una „civiltà della Terra“ non è un sogno ingenuo, ma l’unica via pragmatica per la sopravvivenza?

La condizione degli uomini e del mondo è radicalmente mutata. Soprattutto, a partire dal secondo dopoguerra ha subito un mutamento di scala, per effetto dell’accelerazione tecnologica e della globalizzazione. E quando cambia scala, una cosa cambia anche natura. L’umanità si è unificata su scala planetaria ed è entrata in un tempo nuovo che la pone di fronte al dilemma: cambiare il modo di pensare, cambiare il modo di vedere se stessa e il mondo stesso, o perire. Con il ritorno tragico delle divisioni, delle guerre e della barbarie, che pensavamo di aver consegnato definitivamente al passato della storia, possiamo constatare, giorno dopo giorno, come cresca il coro dei predicatori che invitano a un falso e fuorviante realismo. Ovvero, a prendere atto dell’inevitabilità delle guerre, del ruolo inaggirabile della logica della forza nei rapporti internazionali, della necessità di fondare la strategia di sicurezza sulla deterrenza militare o sulle regole del “gioco a somma zero” (vinco io, perdi tu; perdo io, vinci tu), dell’irriducibile inclinazione al male della natura umana. Quel che è peggio, tale realismo, elevato a criterio di analisi e giudizio sul nostro tempo, diventa anche la maschera ideologica di una politica cieca e irresponsabile, in particolare della politica dei leader populisti, nazionalisti, autocrati, o aspiranti tali, che la esprimono, da diverse latitudini del mondo, da Occidente a Oriente. In questo cortocircuito, la vittima principale è proprio la “realtà”, che viene oscurata o distorta, e le verità che essa contiene e ci comunica. La verità che, dopo Hiroshima e con l’ingresso nell’Antropocene, noi siamo obbligati a passare dall’età della guerra, delle “tribù” contrapposte, all’età della pace, per la sopravvivenza dell’umanità stessa. Si tratta di inaugurare una nuova età, un salto di civiltà: la civiltà della Terra fondata su protezione della biosfera, cooperazione permanente, disarmo nucleare, solidarietà nel gestire la nostra convivenza planetaria complessa, che garantisce più opportunità evolutive, più prosperità, più comprensione reciproca, ma che non è certo esente da rischi e vulnerabilità. Non è più il sogno di utopisti, è la visione più realistica che si possa avere. E l’idea centrale di questa nuova età era lampeggiata nei principi della “Carta Atlantica”, firmata da Roosevelt e Churchill e a cui aderirà anche Stalin: finita la guerra, le nazioni avrebbero dovuto rinunciare per sempre all’uso della forza. Solo la prospettiva di una civiltà della Terra ci può salvare dallo spettro di una “tanatocrazia” imperiale d’un Trump, di un Putin o altri potenziali demagoghi o autocrati, fondata su industria militare, sviluppo di tecnologie di distruzione di massa, uso e minaccia della forza, asservimento economico, e soprattutto energetico, di altri Paesi. Disegni non solo miopi, ma folli, che ci fanno precipitare nell’abisso.

Proponete di sostituire la crescita quantitativa illimitata con uno sviluppo „integrale“ dell’uomo. Cosa significa concretamente „crescere meglio“ invece di „crescere di più“?

Ammettere che non siamo noi a produrre totalmente i mezzi e le condizioni generali per la nostra sussistenza e coesistenza sulla Terra e che partecipiamo a una regolazione geoecologica fatta di cicli da preservare, è il primo gesto per elaborare una economia politica che risponda finalmente ai buoni usi della Terra. Nell’età della crisi climatica e nell’era dell’Antropocene dobbiamo reinventare la nostra libertà e i nostri stili di vita, rendendoli compatibili con i “limiti planetari” e con un’altra visione dell’abbondanza.

Termini come „Grande-Essere“, „policrisi“ e „civiltà della Terra“ sono molto densi. Quanto è stato difficile trovare un linguaggio che fosse scientificamente rigoroso ma anche capace di parlare alla coscienza dei cittadini?

È una difficoltà che si può superare facendo affidamento all’intuizione filosofica e all’immaginazione sociologica.