Il tema della rappresentanza politica degli italiani residenti all’estero continua a suscitare riflessioni e posizioni diverse. Dopo l’intervento di Aniello Passaro, pubblicato recentemente sul Corriere d’Italia, si inserisce nel dibattito anche Fucsia Nissoli Fitzgerald, già deputata di Forza Italia nelle legislature XVII e XVIII.
Nissoli, che ha seguito da vicino le questioni legate al voto degli italiani all’estero e alla loro rappresentanza parlamentare, propone una riflessione sulla riforma dell’attuale sistema, mettendone in evidenza alcune criticità ma anche possibili alternative. Al centro del suo intervento c’è una convinzione: il diritto degli italiani residenti fuori dai confini nazionali a partecipare alla vita politica italiana non dovrebbe essere messo in discussione, ma occorre ripensare profondamente le modalità attraverso cui questo diritto viene esercitato e tradotto in rappresentanza.
Di seguito pubblichiamo integralmente il suo contributo, che proponiamo ai nostri lettori come ulteriore elemento di confronto su un tema importante per le comunità italiane nel mondo.
Il punto, secondo me, è che questa riforma non risolve davvero i problemi del voto degli italiani all’estero. Non mette in sicurezza il procedimento elettorale, non affronta seriamente il tema dei brogli e crea collegi enormi, nei quali finiranno inevitabilmente per pesare soprattutto le aree con più elettori.
Però non credo che la soluzione sia togliere agli italiani all’estero il diritto di votare per il Parlamento italiano. Quel diritto è previsto dalla Costituzione, che oggi riconosce anche una specifica Circoscrizione Estero con deputati e senatori eletti all’estero.
Una strada diversa potrebbe essere quella di modificare la Costituzione, mantenendo il diritto di voto ma eliminando gli eletti della Circoscrizione Estero e facendo votare gli italiani residenti all’estero secondo la propria regione italiana di provenienza.
È una proposta che avevo già avanzato nella scorsa legislatura, anche con diversi interventi nell’Aula di Montecitorio, dopo il taglio del numero dei parlamentari.
In questo modo gli italiani all’estero continuerebbero a partecipare alla vita politica nazionale, mantenendo un legame diretto con il proprio territorio di origine, invece di essere inseriti in collegi mondiali enormi e difficilmente rappresentabili.
Non credo invece che trasformare i Comites o il CGIE in una sorta di Parlamento degli italiani all’estero possa risolvere il problema. Senza veri poteri legislativi, rischierebbe di essere soltanto un altro organismo consultivo, magari autorevole, ma comunque senza la possibilità di decidere.
E poi c’è una domanda molto semplice: se venisse eliminato il voto degli italiani all’estero per il Parlamento italiano, per quale motivo i partiti nazionali dovrebbero occuparsi di più delle comunità italiane nel mondo? Temo che accadrebbe esattamente il contrario. Senza voti da conquistare, senza rappresentanza e senza un peso politico diretto, gli italiani all’estero rischierebbero di essere dimenticati ancora più facilmente.
Se invece si decidesse di eliminare soltanto gli eletti della Circoscrizione Estero, allora avrebbe senso rafforzare davvero i Comites e il CGIE.
Sarebbe bello se i Comites funzionassero come realtà vicine ai territori, capaci di raccogliere i problemi e le esigenze delle singole comunità e di portarli al CGIE.
Si creerebbe così una vera catena di collaborazione: i Comites vicini ai territori, il CGIE come luogo di sintesi e i parlamentari eletti nelle regioni di provenienza come tramite con il Parlamento e il Governo. Ognuno con il proprio ruolo, ma tutti insieme nell’interesse delle comunità italiane nel mondo.
La rappresentanza attuale va sicuramente riformata e resa più sicura, più trasparente, più equilibrata e più vicina ai territori.
Le strade serie, secondo me, sono due: migliorare profondamente la Circoscrizione Estero oppure mantenere il voto degli italiani all’estero collegandolo alle regioni italiane di provenienza.
Quello che non si può fare è togliere il voto o la rappresentanza senza garantire agli italiani nel mondo un altro modo concreto per partecipare alle decisioni politiche nazionali.




























