Veduta dall'alto del Cremlino. Von Kremlin.ru, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org

“Lo sviluppo della Russia dal 2022 può essere interpretato come una rivoluzione dall’alto. Nella visione della guerra totale, anche la società diventa un fronte interno. Putin porta avanti una profonda trasformazione del rapporto tra Stato, società e individuo, al cui centro sta la lealtà incondizionata verso il capo dello Stato. La logica della guerra permanente diventa il principio organizzativo dell’ordine interno: il putinismo rivendica eternità. La guerra diventa uno stato permanente, la lealtà un comandamento quotidiano” (AT).

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore* l’articolo che segue, pubblicato su FAZ il 5 settembre 2026 e online con il titolo: Wer Russland verlässt, verliert seine Rechte.

La Russia sta creando una nuova categoria di cittadini privati dei diritti. Una legge firmata il 4 agosto 2026 dal presidente Putin rende possibile sottrarre diritti civili fondamentali e impedire azioni nella vita civile quotidiana a persone che hanno lasciato il Paese e che in Russia sono perseguite penalmente o condannate in contumacia.

Il nuovo strumento incide su quegli emigrati politici che hanno lasciato il Paese dall’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina. Possono perdere l’accesso ai loro conti bancari, non possono vendere immobili o veicoli, ottenere crediti né usufruire di servizi statali o consolari. I loro introiti possono essere dirottati su conti speciali e in larga misura congelati.

Gli interessati non perdono la cittadinanza russa. Rimangono cittadini – ma lo Stato decide quali diritti vengono loro concessi. Nello stesso tempo cresce il margine di discrezionalità degli organi di sicurezza e di persecuzione penale.

Quando la classificazione politica determina l’accesso alla proprietà e alle risorse, il rischio è che la repressione si saldi con il controllo delle condizioni materiali. La vita quotidiana viene bloccata, la capacità di agire viene limitata. Nel vuoto di esistenza generato dalle norme cresce la dipendenza dallo Stato: la privazione dei diritti diventa uno strumento di sorveglianza e una scuola di sottomissione.

Il filosofo francese Étienne Balibar ha analizzato una tensione fondamentale della cittadinanza moderna: essa si fonda sulla promessa di uguaglianza e libertà, mentre le istituzioni, le procedure e il diritto continuano a riprodurre differenze sociali e gerarchie.

Le pratiche della privazione dei diritti rendono questo contrasto particolarmente visibile. Esse sono un’azione concreta più che una repressione sanzionatoria. La privazione dei diritti modifica lo status di una persona all’interno della comunità politica: la trasforma in un cittadino di seconda classe, persino in un capro espiatorio che può essere pubblicamente umiliato, deriso e ritenuto responsabile di ogni problema.

Il diritto diventa così un palcoscenico dell’esclusione – performativo e disciplinante, intimidatorio e allo stesso tempo partecipativo. I privati dei diritti diventano, per la società maggioritaria, bersaglio dell’aggressione sociale e causa presunta di problemi complessi.

La loro esclusione apre allo Stato possibilità di sorvegliare, correggere e sanzionare i propri cittadini – fino alla cancellazione della loro esistenza sociale. L’esclusione sociale tocca una paura umana elementare: il timore della morte sociale.

Dopo la presa del potere nel 1917, i bolscevichi fecero presto uso della privazione dei diritti. La Costituzione della Russia sovietica del 1918 escluse interi gruppi sociali dal diritto di voto: commercianti privati e mediatori d’affari, percettori di “redditi non guadagnati”, persone che impiegavano lavoro salariato per ottenere profitto, membri del clero, nonché ex appartenenti alla polizia e alla gendarmeria dell’impero zarista.

Il nuovo potere li classificò come “elementi socialmente estranei” da rieducare e trasformare oppure da espellere dalla nuova società. Nessuno doveva ostacolare il cammino verso il comunismo. Ben presto queste persone vennero chiamate lišency: “coloro che sono stati privati dei diritti”.

La privazione dei diritti si estese presto anche oltre i confini dello Stato: un decreto del dicembre 1921 revocò, tra gli altri, la cittadinanza russa a quegli emigrati che avevano lasciato il Paese dopo la Rivoluzione d’Ottobre senza il permesso del potere sovietico. Allora come oggi, lo Stato puniva l’infedeltà politica.

Alla fine degli anni Venti, nell’Unione Sovietica più di due milioni di persone erano direttamente escluse dal diritto di voto; nel 1932 erano già quasi sette milioni. L’esclusione non si limitava all’urna elettorale. Essa rendeva più difficile l’accesso all’impiego statale, alle prestazioni sociali e ai generi alimentari in un’economia della scarsità. Gli svantaggi nell’istruzione, nell’alloggio e nel lavoro spesso colpivano anche i familiari.

La privazione dei diritti significava dunque la perdita della normalità quotidiana: degradava le persone, le rendeva dipendenti dallo Stato costringendole a lottare per essere riammesse nella comunità politica dei cittadini a pieno titolo.

Solo la Costituzione staliniana del 5 dicembre 1936 eliminò i lišency come categoria giuridica e concesse il diritto di voto indipendentemente dall’origine sociale, dalla situazione patrimoniale e dalla professione. Gli esclusi fino ad allora vennero formalmente integrati nella categoria del “popolo sovietico”.

Mentre lo Stato prometteva uguaglianza, la persecuzione politica dei presunti nemici entrava in una fase nuova e micidiale. Terminò la privazione dei diritti ma rimase la logica dell’esclusione: al posto dei lišency subentrarono i “nemici del popolo”, categoria che si presta a un’applicazione più ampia. La persecuzione dei “nemici del popolo” durante il Grande Terrore del 1937/38 arrivò all’eliminazione fisica. All’epoca furono arrestati circa 1,5 milioni di persone e quasi 700.000 vennero fucilate.

La storia non si ripete in modo automatico ma mette in guardia contro una dinamica di esclusione e violenza.

Il caso sovietico è istruttivo perché mostra come la privazione dei diritti funzioni nella vita quotidiana. I lišencyvenivano privati dei loro diritti, ma non espulsi dalla comunità politica. Rimanevano cittadini sovietici ma segnati, come una macchia della società.

Centinaia di migliaia si rivolgevano a quelle istituzioni e autorità che avevano prodotto la loro esclusione, descrivevano la loro miseria, tacevano o correggevano elementi biografici compromettenti, sottolineavano la loro utilità sociale e assicuravano la loro lealtà politica. Spesso adottavano il linguaggio del regime per dimostrare il proprio essere sovietici.

In ciò risiedeva il paradosso: lo Stato creava la situazione di bisogno e rimaneva al tempo stesso l’istanza cui gli interessati dovevano rivolgersi nella speranza di porre fine alla loro esclusione. Lo Stato non solo stabiliva chi veniva escluso dalla società, ma anche come una persona dovesse diventare per poter appartenerne di nuovo.

La privazione dei diritti generava così una forma paradossale di fiducia forzata: chi voleva riottenere i propri diritti doveva legarsi di nuovo allo Stato che glieli aveva tolti.

Più di cento anni dopo, in Russia non sta nascendo una nuova edizione dei lišency sovietici. Tuttavia, in una guerra messa in scena come esistenziale, il dispositivo di potere che fa leva sulla fiducia forzata torna ad acquistare attualità. Quanto più il Cremlino costringe la società a una guerra permanente, tanto più si restringe lo spazio per il distacco critico. E viene richiesta una lealtà illimitata: alla fiducia assoluta nel capo dello Stato deve corrispondere un’assoluta diffidenza verso i “nemici” interni ed esterni. In questa “matrix” politica, la critica appare tradimento, la deviazione debolezza. La privazione dei diritti diventa il procedimento per rendere visibili i dissidenti e definire il prezzo della non lealtà.

La privazione dei diritti è stata preceduta dall’esclusione linguistica. Poche settimane dopo l’attacco all’Ucraina, Putin, il 16 marzo 2022, formulò una visione drastica di coesione sociale: il popolo russo avrebbe distinto i “veri patrioti” dalla “feccia e dai traditori” e avrebbe sputato questi ultimi come una mosca finita in bocca per caso. Una siffatta “autopurificazione necessaria della società” avrebbe rafforzato la Russia. Il dissenso politico è tradotto in un linguaggio di igiene sociale.

Qui si vede quella che il sociologo Zygmunt Bauman descrive come logica dello “Stato giardiniere”, nel quale l’ordine politico definisce non solo la società desiderata, ma anche i suoi “parassiti” e le sue “erbacce” da eliminare. Il presidente della Duma, Vjatscheslav Volodin, parlava di “traditori” e minacciava gli emigrati che tornavano, prima con la deportazione a “Magadan”, poi con il lavoro nelle “terre dove non c’è estate”. L’ex presidente e attuale vicepresidente del Consiglio di Sicurezza, Dmitrij Medvedev, ha dichiarato gli oppositori all’estero come hostis publicus, nemici della comunità, e il loro possibile ritorno solo a condizione di una pubblica penitenza. Ora la presidente della Commissione Elettorale Centrale, Ella Pamfilowa, mette apertamente in discussione persino il diritto di voto degli emigrati. La sua formula è concisa: “Lasciare il Paese, tradire il Paese – fuori!”. Lo slittamento semantico è decisivo: da sleale si passa a traditore, da traditore a nemico e, come tale, soggetto a trattamento giuridico speciale.

Il criterio decisivo diventa sempre più la mancanza di lealtà politica. Lo mostra il caso di Ilja Remeslo, per anni blogger fedele al Cremlino e denunciatore di oppositori del regime. Nel marzo 2026 ruppe pubblicamente con Putin. Pochi giorni dopo fu portato in una clinica psichiatrica; in luglio venne posto in custodia cautelare per presunte “false informazioni” sull’esercito e successivamente sottoposto a perizia psichiatrica. Remeslo trasse una lezione notevole: la critica ai massimi rappresentanti dello Stato ha “il suo prezzo”. Nessuno status protegge, se si devia dalla lealtà richiesta.

Il politico di Jabloko, Lev Schlossberg, rimase in Russia e insistette nella sua posizione contro la guerra nella semplice convinzione che solo la pace possa garantire una vita dignitosa. Ne seguirono multe, l’etichetta di “agente straniero”, gli arresti domiciliari e procedimenti penali. Il 17 agosto 2026 fu condannato a una pena di portata staliniana: undici anni e un mese di carcere. Persino il moderato Boris Nadeždin, che nel 2024 era candidato alla presidenza e aveva una posizione contro la guerra, finì sotto pressione e valutò di fuggire in Francia. Con le imminenti elezioni parlamentari i confini del dicibile si restringono ulteriormente: la legittimità di Putin e della sua guerra non può essere messa in discussione.

Privando dei diritti, lo Stato può intervenire molto più profondamente nella vita dei cittadini politicamente indesiderati. La privazione dei diritti incide infatti nell’ambito più intimo degli interessati: la famiglia. Per le russe e i russi emigrati, il rapporto con il Paese d’origine non termina con la partenza. Appartamenti, conti e documenti rimangono indietro, così come genitori, figli e altri familiari. L’emigrazione sottrae fisicamente al controllo diretto dello Stato, ma non la proprietà e i legami sociali di chi lascia il Paese. Un viaggio privato può così trasformarsi in una trappola esistenziale. L’informatico Michail Loschtschinin, che lavora in Lussemburgo, andò a trovare il padre malato a San Pietroburgo, fu arrestato al confine, accusato di “tradimento” per un trasferimento di denaro alla sua ex fidanzata ucraina, risalente ad anni prima, e infine condannato a sedici anni di carcere. Il ritorno in Russia diventa sempre più una roulette russa: alla frontiera si decide quale traccia del passato possa venire interpretata come prova di un crimine contro lo Stato.

La tecnica di potere non consiste nel distruggere direttamente le famiglie. È sufficiente introdurre linee di conflitto politico nelle relazioni private. Abitazione, mobilità, reddito e parentela diventano criteri di verifica della lealtà politica. L’accesso alla normalità viene condizionato politicamente. Fino a che punto ciò possa spingersi lo ha mostrato il caso della dodicenne Maša Moskaleva: dopo aver disegnato a scuola un’immagine contro la guerra, suo padre Aleksej finì nel mirino delle autorità, venne condannato e temporaneamente separato dalla figlia. Dopo la sua liberazione, entrambi fuggirono dalla Russia e dal 2026 vivono come rifugiati politici in Francia.

In ciò si manifesta un’ulteriore analogia con l’esperienza sovietica: la privazione dei diritti dei lišency gravava anche sui familiari ponendo i legami personali sotto la riserva politica. Lo Stato indeboliva la solidarietà familiare offrendo al contempo la famiglia politica, con il presidente al vertice, quale fonte di protezione, ascesa e riconoscimento sociale. L’appartenenza politica doveva prevalere, in caso di conflitto, sul legame di sangue: il cittadino leale doveva sapere verso quale famiglia sentirsi innanzitutto obbligato.

Il controllo si fa ancor più pervasivo quando i familiari diventano ostaggio dello Stato. Quando Marina Egorova, moglie dell’oppositore Leonid Gosman, fu arrestata a Mosca nel 2024 e posta agli arresti domiciliari, lui ridusse la sua visibilità politica e mediatica tacendo quasi del tutto. Egorova poté lasciare la Russia solo tredici mesi dopo, Gosman dichiarò di non voler parlare pubblicamente delle circostanze. Già lo Stato sovietico usava i familiari come strumento di pressione: il KGB poteva impedire loro di uscire dal Paese, ostacolare l’accesso a percorsi di formazione e utilizzare il servizio militare come misura punitiva. Lo Stato sanzionava chi era assente disponendo della vita quotidiana dei familiari rimasti.La tarda Unione Sovietica ricorse, nei confronti dei dissidenti più noti, a un altro strumento punitivo: la revoca della cittadinanza, impedendone così il ritorno. Aleksandr Solženicyn, Mstislav Rostropovič, Galina Višnevskaja, Vladimir Voinovič e altri furono disonorati come cittadini “indegni” ed espulsi dimostrativamente dalla comunità dei sovietici.

La Russia di Putin finora segue un’altra via: i suoi oppositori restano cittadini russi – e, proprio per questo, lo Stato può metter mano alle loro proprietà e ai legami familiari. La privazione dei diritti diventa una leva per la conservazione del potere.

In questa prospettiva, lo sviluppo della Russia dal 2022 può essere interpretato come una rivoluzione dall’alto. Nella visione della guerra totale, anche la società diventa un fronte interno. Putin porta avanti una profonda trasformazione del rapporto tra Stato, società e individuo, al cui centro sta la lealtà incondizionata verso il capo dello Stato. La logica della guerra permanente diventa il principio organizzativo dell’ordine interno: il putinismo rivendica eternità. La guerra diventa uno stato permanente, la lealtà un comandamento quotidiano.

Sarebbe tuttavia errato parlare di una nuova categoria di massa, quella dei cittadini privati dei diritti. L’aspetto decisivo è invece che vengono create le condizioni giuridiche per una cittadinanza graduata. Lo spazio tra consenso e inimicizia si restringe. Sempre più chiaramente si delinea dietro di esso il principio manicheo: “Chi non è con noi è contro di noi.”

*Alexey Tikhomirov insegna storia dell’Europa orientale all’Università di Bielefeld.