Garantire a ogni bambino il medesimo diritto alla protezione, indipendentemente dal Comune o dalla Regione in cui nasce, rappresenta una delle sfide più urgenti e complesse del welfare italiano. Sebbene le recenti evoluzioni normative – come la Riforma Cartabia – abbiano segnato passi in avanti verso l’integrazione tra apparato giudiziario e servizi territoriali, il sistema sconta ancora profonde disomogeneità strutturali. La tutela minorile rischia così di trasformarsi in una sequenza di interventi isolati anziché in un’architettura solida di responsabilità condivisa.
Per analizzare i nodi di questa frammentazione, la necessità di una cura comunitaria e l’evoluzione della figura dell’Educatore Professionale (EP), abbiamo intervistato Mattea Caccamo, autrice del volume Abitare la tutela. Architettura e responsabilità nel welfare minorile (Armando Editore).
Alla luce delle recenti evoluzioni normative e della sensibilità politica attorno alla tutela dei minori, quali sono i nodi strutturali che ancora impediscono un’omogeneità dei servizi a livello nazionale, evitando che la tutela dipenda dalle risorse del singolo Comune?
La prima domanda che dovremmo porci non è perché i servizi siano diversi da un territorio a un altro, ma è se possiamo accettare che il diritto di un bambino alla protezione dipenda dal luogo in cui è nato o in cui vive.
Negli ultimi anni il sistema italiano della tutela minorile ha compiuto passi importanti. La Riforma Cartabia, il crescente investimento sull’integrazione tra giustizia e servizi territoriali e il dibattito sempre più attento ai diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, testimoniano una volontà di evoluzione. Tuttavia, accanto a questi cambiamenti, permane un nodo strutturale che il mio lavoro di ricerca ha incontrato continuamente: l’Italia possiede una cornice normativa significativa, ma la sua attuazione continua a essere profondamente condizionata dalle risorse, dall’organizzazione e dalla cultura professionale dei singoli territori. Questo significa che due bambini con bisogni molto simili possono ricevere risposte profondamente diverse. Non perché cambino i loro diritti, ma perché cambiano i servizi disponibili, la presenza di educatori professionali, le reti territoriali, il dialogo tra Comune, Azienda Sanitaria, Terzo Settore e Autorità Giudiziaria.
Nel libro ho cercato di dimostrare come la tutela non può essere ridotta a una successione di provvedimenti o di prestazioni. È un’architettura nella quale ogni elemento acquista significato solo se dialoga con gli altri. Quando questa architettura è solida, il bambino percepisce continuità, la famiglia trova interlocutori coerenti e i professionisti condividono una direzione. Quando invece ogni servizio procede secondo logiche differenti, il rischio è che sia proprio la persona più fragile a dover ricomporre una frammentazione che non ha creato.
Per questo credo che oggi la sfida non sia semplicemente uniformare le procedure, perché omogeneità non significa rendere i servizi tutti uguali. I territori sono diversi e devono poter valorizzare le proprie risorse. Ciò che invece dovrebbe essere comune è la qualità dei diritti garantiti, dei criteri di valutazione, delle competenze professionali e delle opportunità offerte ai bambini e alle loro famiglie.
La mia ricerca mi porta a pensare che il passaggio decisivo sia un altro ancora: trasformare la tutela da insieme di servizi a sistema pubblico di responsabilità condivisa.
Questo significa investire nella formazione interprofessionale, nella documentazione educativa, nella supervisione, nella valutazione degli esiti e nella costruzione di linguaggi comuni. le norme sono indispensabili, ma non bastano. Sono le persone che, ogni giorno, traducono quelle norme in relazioni, decisioni di progetti di vita. forse allora la domanda che dovremmo continuare a farci è: quando parliamo di uguaglianza tra bambini, stiamo parlando davvero di pari opportunità di tutela oppure soltanto di uguali principi scritti nelle leggi?
La responsabilità collettiva verso l’infanzia: Riprendendo la raccomandazione dell’Autorità Garante per l’infanzia citata nel libro, „il grado di civiltà di una società si misura sulla capacità di proteggere i più indifesi“. La sensazione è che la società deleghi la tutela ai soli specialisti: come possiamo ricostruire una responsabilità diffusa e comunitaria?
“La tutela non appartiene ai servizi. Appartiene alla società. La tutela è questione di cittadinanza”.
Quando parliamo di responsabilità collettiva rischiamo, a volte, di utilizzare un’espressione molto bella, ma poco concreta. In realtà significa una cosa molto semplice: riconoscere che la crescita di un bambino riguarda tutti, anche quando non siamo direttamente coinvolti nella sua storia.
Per molti anni abbiamo pensato alla tutela come a un ambito riservato ai servizi sociali, all’Autorità Giudiziaria o agli specialisti. Certamente queste istituzioni svolgono un ruolo fondamentale, ma il mio lavoro di ricerca mi ha portato a comprendere che la protezione dell’infanzia e dell’adolescenza comincia molto prima dell’intervento dei servizi e continua molto oltre la conclusione di un procedimento. Comincia nelle relazioni quotidiane, in una scuola che riesce a cogliere un cambiamento nel comportamento di un bambino, in un vicino che non si limita a osservare, ma si interroga, in un’associazione che crea occasioni di appartenenza, in un’amministrazione che investe nella prevenzione. In una comunità che non delega completamente la cura delle fragilità alle istituzioni. Per questo nel libro affermo che la tutela è una responsabilità collettiva, non perché tutti debbano fare il lavoro degli operatori, ma perché ogni persona, ogni professione e ogni istituzione contribuiscono a costruire il contesto nel quale un bambino cresca. La tutela non coincide con un provvedimento, ma con la qualità delle relazioni che una società è capace di generare intorno ai propri bambini.
Questo significa anche cambiare il modo di intendere la prevenzione, prevenire non significa soltanto individuare il rischio, ma costruire contesti nei quali le famiglie possano chiedere aiuto senza sentirsi giudicate. Questa è una prospettiva che richiede un cambiamento culturale. Per molto tempo abbiamo immaginato il welfare come un sistema chiamato a intervenire come un sistema chiamato a intervenire quando qualcosa si rompe, oggi credo, invece, che la sfida sia diversa: costruire un welfare capace di coltivare le relazioni prima che la frattura diventi irreparabile.
Mi piace pensare che una società si riconosca non soltanto da come interviene quando un bambino è in pericolo, ma da quanto riesca a costruire, ogni giorno, le condizioni perché quel pericolo non diventi il suo destino. La tutela, dunque, come luogo dove la società non ripara i propri fallimenti, ama il luogo in cui una comunità decide quale futuro vuole costruire per i propri bambini, adolescenti e le proprie famiglie.
Una risposta alla frammentazione normativa: Il libro si muove dentro il perimetro del D.M. 520/1998, che definisce l’Educatore Professionale come operatore sociale e sanitario. Come si è evoluta questa figura negli ultimi anni di forte instabilità del welfare italiano e perché ha sentito l’urgenza di scriverne proprio adesso?
Per molti anni ci siamo chiesti chi fosse l’educatore professionale. Oggi credo che la domanda più urgenti sia: quale sapere produce il suo lavoro?
Negli ultimi anni la professione ha attraversato un periodo di trasformazione intenso. Il riconoscimento normativo dei profili professionali, l’istituzione degli Ordini, il dibattito tra area socio-sanitaria e socio-pedagogica e le profonde trasformazioni del welfare hanno contribuito a definire con maggiore chiarezza identità, competenze e responsabilità. È stato un passaggio importante, perché ogni professionista ha bisogno di una cornice normativa che la riconosca e tuteli. Tuttavia, osservando il lavoro quotidiano nei servizi, mi sono resa conto che il dibattito rischiava di fermarsi proprio lì. Parlavamo molto di confini professionali, e molto meno di ciò che accadeva dentro le pratiche educative. Mi sembrava che mancasse uno spazio dedicato a comprendere come l’educatore osserva, documenta, progetta e costruisce conoscenza a partire dall’esperienza. È da questa domanda che nasce Abitare la tutela. Non dall’esigenza di aggiungere un’altra definizione alla professione, ma dal desiderio di rendere visibile il metodo che sostiene l’agire educativo nei contesti ad alta complessità. Credo che oggi una delle rivoluzioni più significative non sia soltanto un ampliamento delle competenze, quanto una diversa consapevolezza del proprio ruolo. L’educatore professionale non occupa uno spazio intermedio tra altre professioni, occupa uno spazio generativo, nel quale differenti competenze possono incontrarsi e trasformarsi in un progetto condiviso. Per questo ho sentito l’urgenza di scrivere il libro proprio adesso. Viviamo un tempo nel quale il welfare è chiamato a confrontarsi con fragilità sempre più complesse: famiglie multiculturali, nuove povertà educative, salute mentale, conflitti famigliari, crescente mobilità sociale. in questo scenario non basta avere professioni sempre più specializzate, abbiamo bisogno di professionisti capaci di saper leggere quelle complessità dentro un processo di costruzione integrato e interprofessionale. Mancava quindi una narrazione capace di raccontare il welfare non come somma di professioni diverse, ma come spazio nel quale dimensione educativa, sociale e giuridica si incontrano continuamente. Ed è qui che, a mio avviso, il D.M. 520/1998 conserva ancora una straordinaria attualità. Nel definire l’educatore professionale come operatore sociale e sanitaria, non descrive semplicemente un ambito di appartenenza, anticipa una visione integrata della persona e del lavoro di équipe che oggi appare più necessaria che mai. La sfida contemporanea non è superare quella intuizione, ma svilupparla dentro un welfare che sappia dialogare con la pedagogia, la giustizia, la scuola e la comunità. Non scritto questo libro perché pensavo che alla professione mancasse una definizione, l’ho scritto nel tentativo di costruire una narrazione capace di tenere insieme e ciò che troppo spesso, continuiamo a descrivere come separatamente. Questo libro contribuisce a una nuova narrazione dei servizi, nella quale l’integrazione tra dimensione educativa, sociale e giuridica, non rappresenti un’eccezione, ma il modo naturale di leggere e accompagnare la vita delle persone.
Ricerca | Il dialogo tra diagnosi clinica e progetto educativo: La sua ricerca evidenzia che l’EP non assume un ruolo sanitario in senso stretto, ma funge da traduttore metodologico in grado di dialogare con gli specialisti e tramutare le diagnosi in percorsi di vita. Quali sono i cortocircuiti più frequenti che ha rilevato quando manca questa integrazione sociosanitaria?
“Una diagnosi può nominare una condizione, ma non può raccontare da sola come quella persona vive, apprende, si relaziona e cambia.”
È proprio in questo spazio che riconosco una funzione specifica dell’educatore professionale sociosanitario. La sua formazione gli consente di comprendere il linguaggio clinico, dialogare con gli specialisti e, nello stesso tempo, mantenere uno sguardo sulla persona nei suoi contesti di vita. non assume un ruolo sanitario in senso stretto e non sostituisce chi formula la diagnosi, possiede però gli strumenti per interrogarsi su ciò che quella diagnosi comporta nella quotidianità e per tradurla in obiettivi educativi, esperienze, relazioni e possibilità concrete di partecipazione.
Nel mio percorso questa competenza è diventata decisiva. Le conoscenze clinico-sanitarie non servono all’educatore per medicalizzare il proprio intervento, ma per evitare che la diagnosi rimanga separata dalla vita della persona. La competenza educativa permette di trasformare quelle informazioni in una progettazione personalizzata: comprende, valutare e sostenere il livello di recuperabilità delle autonomie, quali contesti facilitare, quali relazioni accompagnare e attraverso quali indicatori osservare il cambiamento. È in questo punto di contatto, tra lettura clinica e progettazione educativa, che prende forma l’integrazione reale tra educazione e salute.
Il primo cortocircuito emerge quando la diagnosi finisce per coincidere con l’identità della persona. Un bambino non è il suo disturbo, così come un genitore non è la propria fragilità psichica. Se il linguaggio clinico diventa l’unica chiave di lettura, ogni comportamento rischia di essere ricondotto alla patologia e si smette di interrogare il contesto: le relazioni, gli eventi di vita, l’ambiente scolastico, le condizioni abitative, la storia famigliare e le risorse ancora presenti.
Un secondo cortocircuito si produce quando la diagnosi non viene trasformata in un progetto. Sapere che un adolescente presenta in determinato quadro clinico non dice ancora come sostenerne, ad esempio, la frequenza scolastica, la relazione con i genitori, con i pari e come favorirne l’autonomia. La progettazione educativa interviene e precisamente in questo spazio: non nega il limite, ma si domanda che cosa quel limite significhi nella vita concreta e quali condizioni possano rendere possibile un’esperienza di crescita.
Il terzo cortocircuito riguarda la frammentazione dei linguaggi professionali: il clinico può descrivere sintomi e funzionamenti, il servizio sociale rileva condizioni di rischio e protezione, la scuola osserva l’apprendimento e la partecipazione, l’educatore professionale incontra la persona nei contesti di vita. quando questi sguardi non dialogano, la famiglia riceve rappresentazioni diverse e talvolta contradditorie: può sentirsi curata in un luogo, valutata in un altro, responsabilizzata in un altro ancora. Nessuna lettura è necessariamente sbagliata, ma ciascuna rimane incompleta se non entra in relazione con le altre.
È in questo passaggio che considero l’EP un traduttore metodologico e un mediatore di senso. Non traduce termini tecnici in parole più semplici soltanto per renderli più comprensibili, ma mette in relazione differenti livelli di realtà. Si domanda: che cosa comporta questa indicazione clinica nella quotidianità? Quali indicazioni educative possono sostenerla? Come possiamo osservare se il percorso sta producendo benessere, partecipazione o maggiore autonomia? E come possiamo restituire agli specialisti ciò che emerge dalla vita reale, affinché anche la lettura clinica possa essere riconsiderata nel tempo?
Un ulteriore rischio è quello di costruire interventi correttivi o contenitivi, concentrati esclusivamente sulla riduzione del comportamento problematico, se l’obiettivo diventa soltanto far cessare un sintomo, possiamo perdere la domanda sul significato che quel comportamento assume per la persona. Un ragazzo che si ritira socialmente, una bambina che diventa oppositiva o un genitore che non aderisce al percorso, non stanno soltanto “funzionando male”: stanno esprimendo, con gli strumenti che possiedono, una posizione dentro un sistema di relazioni. L’educazione professionale non assolve né idealizza, ma cerca di comprendere quale esperienza sia necessaria costruire perché possano emergere modalità differenti.
L’integrazione sociosanitaira, quindi, non consiste nell’aggiungere un educatore a un’équipe clinica o nel moltiplicare le riunioni. È una postura condivisa: riconoscere che le storie famigliari non sono mai soltanto sanitarie, educative m sociali o giuridiche, ma sono l’intreccio di condizioni cloniche, relazioni interrotte, sofferenze psichiche, risorse e contesti di vita. nel libro scrivo che ripensare l’agire educativo in chiave sociosanitaria significa considerare il bambino e la famiglia nella loro totalità e pensare l’educazione stessa come pratica di salute.
Il „Patto Educativo“ come strumento di trasparenza: Tra gli output operativi descritti nel testo figura il „Patto educativo e alleanza con il nucleo“. In un contesto normativo rigido, in che modo questo strumento formalizzato riesce a garantire contemporaneamente la trasparenza giuridica e la flessibilità relazionale necessaria a valutare le competenze genitoriali in autonomia?
«Il Patto educativo non attenua il mandato giuridico: lo rende comprensibile, condivisibile e quindi realmente praticabile.»
Nei percorsi di tutela la famiglia entra spesso in una relazione asimmetrica con i servizi. Esiste un decreto, prescrizioni, tempi, vincoli e responsabilità che non possono essere negoziati liberamente. Proprio per questo la trasparenza non è un elemento accessorio: è la prima condizione dell’alleanza.
Il Patto educativo serve innanzitutto a chiarire la cornice. Esplicita da dove nasce l’intervento, quali aspetti sono prescritti dall’Autorità giudiziaria, quali obiettivi vengono perseguiti, quali sono i ruoli dei professionisti e che cosa ci si attende dagli adulti coinvolti. Nel libro lo inserisco all’interno della cartella educativa insieme al decreto, all’osservazione iniziale, alla progettazione, agli indicatori di monitoraggio e ai momenti di co-valutazione. Non è quindi un foglio isolato, ma parte di un processo documentato, verificabile e leggibile nel tempo.
La sua funzione, tuttavia, non si esaurisce nella formalizzazione. Un patto che si limitasse a raccogliere firme rischierebbe di trasformarsi in un ulteriore adempimento. La sua forza educativa sta nel passaggio dalla comunicazione unilaterale alla costruzione di un significato condiviso. L’educatore non impone il decreto, ma lo traduce: aiuta la famiglia a comprendere che cosa accadrà, quali margini di partecipazione esistono e in quale modo le osservazioni verranno utilizzate. È così che un obbligo può cominciare a essere abitato come percorso.
“l’obiettivo del Patto educativo non è ottenere una semplice adesione formale alle prescrizioni, ma favorire una progressiva appropriazione del progetto da parte della famiglia, affinché gli obiettivi non siamo percepiti come richieste esterne, ma diventino parte di un percorso di cambiamento condiviso.”
La rigidità normativa e la flessibilità relazionale non sono due poli incompatibili. La cornice deve essere stabile; ciò che può e deve restare flessibile è il modo in cui il percorso viene costruito dentro quella cornice. Il Patto educativo non serve a mettere il genitore “sotto esame”, ma a creare condizioni sufficientemente chiare e sicure perché le competenze genitoriali possano manifestarsi nella relazione quotidiana. L’autonomia non coincide con l’assenza dell’educatore: è la capacità del genitore di esercitare responsabilmente la propria funzione anche quando l’educatore arretra.
La valutazione diventa così un processo di co-valutazione: la famiglia conosce gli obiettivi, comprende gli indicatori, riceve restituzioni in itinere e partecipa alla revisione del progetto.
Per questo non considero il Patto educativo un semplice contratto. È un dispositivo di corresponsabilità. Chiede ai professionisti di dichiarare il proprio mandato e assumersi la responsabilità delle proprie valutazioni; chiede ai genitori una partecipazione attiva e garantisce al minore che le decisioni vengano costruite a partire dal suo diritto alla protezione.
Forse la domanda più importante è questa: come possiamo chiedere a una famiglia di fidarsi di un percorso che non comprende? E come possiamo valutare autenticamente le competenze di un genitore se prima non gli abbiamo reso chiari il contesto, le aspettative e le possibilità di cambiamento? La trasparenza custodisce la giustizia del percorso; la flessibilità ne custodisce l’umanità, il Patto educativo tiene insieme entrambe, affinché la valutazione non si limiti a misurare ciò che una famiglia non sa ancora fare, ma possa osservare anche ciò che, dentro condizioni adeguate, può imparare a fare.


























