
Il Corriere d’Italia ricorda il disastro di Marcinelle, che avvenne la mattina dell’8 agosto 1956 nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio, con un’opera letteraria di Pasquale Marino. Si tratta di un monologo tratto dalla commedia di Marino del 1984 dal titolo “La Conferenza dei defunti emigranti”, con il quale l’autore elabora in forma letteraria la morte di 262 minatori, di cui 136 immigrati italiani
Marcinelle 1956
Monologo Tratto dalla commedia:
LA CONFERENZA
DEI DEFUNTI EMIGRANTI
di Pasquale MARINO
Dedicata a Gennaro Marino,
nato a Napoli l’11 settembre 1920,
morto a Homburg/Saar il 4 febbraio 1979.
Collasso cardiaco.
PERSONAGGI
Don Antonio ‘O Mericano. Emigrante morto, vecchio stile.
La scena è relativamente spoglia. Sedie, panchine e sgabelli sono sparsi senza un preciso ordine. Stoffe, tendaggi e illuminazione creano un’atmosfera da sala di manicomio fine Ottocento.
SIPARIO
Entra in scena Antonio Cuomo, anziano, vestito di chiaro, cappello, fazzoletto nel taschino e tutti i requisiti che lo collocano nella fantasia di un italo-americano stile anni Sessanta. Il personaggio si sta preparando per un discorso. Prova le „pose “. Cerca una pedana, prova a parlare prima seduto, poi in piedi… don Antonio è solo, si schiarisce la voce, si guarda intorno come per misurare lo spazio a disposizione poi, tra sé stesso:
Eh, sì…forse aveva ragione quell’anziano che ho visto nel reparto “Scienza Defunta”, quello coi capelli bianchi arruffati, coi baffetti che fa le linguacce a tutti quelli che passano…
Tutto è relativo… il tempo… lo spazio…,
sì, ma stu scienziato con la lingua fuori, la canosce quella cosa li?
Quella cosa, l’ARIE… l’AREIE…, insomma L’Anagrafe degli Italiani all’Estero…?
È venuto uno che me l’ha spiegata bene. Lavorava al consolato.
A questo registro ARIE…AIRE… insomma, all’anagrafa ci stanno scritti sette milioni di paesani nostri, italiani come a noi che campano all’estero…
Campano… per il momento… ma poi pure questi, prima o poi, vengono da questa parte,
defuniscono, trapassano…
e io mi domando: ma addò maronna e mittimmo…?
Dice ‘o scienziato che il tempo è relativo e ave ragione.
Qua non contano gli anni, i mesi… i giorni. Le ore…
Ma ‘o spazio? Oh, ‘o spazio no!
Lo spazio è poco e ca già stammo astritte…
Boh…
Comunque sia, quando buon buon, more blek then midnait can not comin…
Chiù nera da mezanotte nun po veni…
ma ‘o spazio è poco e si deve allargare…
E, mo, jamme annanze, camon, ora mi preparo alla mia parlata ufficiale…
Giacchetta e cappiello sono a posto… (si schiarisce la voce)
Spettabili defunti, signore e signori morti, buona sera!
Voi tutti mi conoscete, voi tutti sapete già chi sono… (si corregge)
Signore e Signori morti, mi presento a voi tutti che normalmente già mi canoscete, ma però qualcuno forse si è scordato e allora…
(si corregge ancora)
Il mio nome è Cuomo Antonio, detto O’Mericano, nato a Napoli nel 1896, morto a Napoli nel 1964: collasso cardiaco!
Signore e Signori Emigranti, morti e defunti, Welcome to the meeting, Gud ivining, benvenuti nel nostro reparto…
NEL REPARTO DEFUNTI EMIGRANTI!
Come voi tutti già sapete anche io appartengo alla popolazione migrante.
Attenzione: qua parliamo di emigrazione originale, autentica, nazionale… italiana!
Niente barchetelle in mezzo al mare, rifugiati, perseguitati, vittime di guerre civili e vittime di guerre dichiarate,
disgraziati di varia natura politica e disgraziati di varia natura economica…
No, no…qua parliamo di emigrazione stile “pezze in culo, e vai all’estero a faticare, per guadagnarti il pane…”
E io, nel 1926 me ne andai in America.
L’America… come nella famosa canzone (canta) „e nce ne costa lacrime sta America… a nuje napulitane“…
Eh, sì quanta lacrime, quanta sacrifici… E non solo lacrime all’estero ma anche lacrime al ritorno.
Io, quando ritornai a Napoli nel 1956, non ci capivo più niente…
mi chiamavano O‘Mericano, anche perché nella mia parlata si sentiva sempre un poco di americano, You now?…
e non ho mai capito se a gente mi sfotteva…
Sì, se la gente mi sfotteva… fino al momento trionfale del mio funerale: un carro funebre maestoso, una marea di gente…
E poi lampi, tuoni, un acquazzone che mi sembrava il diluvio universale…
Si scatenarono gli elementi!
Volavano gli ombrelli…
che avvilimento, strilli, bestemmie…
ma però, io nella cassa stavo fermo, rigido, superiore a tutto… e devo dire che…
Ah, no, no…, aspetta, ma io questa cosa qua l’ho già raccontata l’anno passato…
Ah… ma che dico “L’anno passato”.
E già qua gli anni non esistono più… lo ha stabilito quel morto che caccia la lingua a tutti quanti…
Esistono però le abitudini, proprio tale e quale come fanno i vivi…
E allora tutti gli anni a stessa cosa…
e l’anno passato, proprio mentre stavo nella preparazione della mia parlata ufficiale, proprio al momento fulminante del mio funerale, arrivò quello scassambrella di Santino Furisti, tutto cerimonioso…, in soggezione e mi dicette, proprio a questo punto:
“Don Antonio ‘O Mericano? Scusate se v’interrompo, passavo di qua, vi ho visto.
Datemi l’onore di stringere la mano a un emigrato defunto, importante come voi…”
Poi dicette:
“Sapete, io sono un morto giovane, emigrazione tardo dopoguerra. Belgio… minatore… guadagnavo bene… sposato… due bambini… due polmoni… che hanno ceduto: Silicosi!
Dieci giorni per la diagnosi… dieci mesi di sofferenza… ed eccomi qua!
Ma però, mia moglie ha una buona pensione… eh sì, la miniera ti uccide ma la pensione è buona: questo bisogna ammetterlo”,
diceva Santino…
“Così mia moglie sta bene… certo è giovane… i figli hanno bisogno di un padre… Un mio paesano, che è venuto qua, mi ha raccontato che si vuole sposare un’altra volta… e allora questa cosa mi ha fatto un poco male…”
e parlava, parlava… Mi ricordo come se fosse ieri.
Io dicette: Eh, amico mio, amico mio!
Il passato è passato e il presente per noi non esiste. Guardate a me… ho girato il mondo… ho visto l’America, gente di tutte le razze… sacrifici sì, ma anche soddisfazioni!
Altri tempi, tempi duri, tempi durissimi… la miniera, dite voi, vi ha ucciso con la cosa lì … quella malattia… Si… sì… la cosa, la silicosa… ma a me, caro mio, mi ha ucciso la malattia più peggiore che esiste:
la nostalgia!
E che sapete voi? La lontananza, l’oceano… Quanta lacrime su una lettera, su una cartolina di Napoli (canta) „e nce ne costa lacrime sta America…“ e poi, al mio ritorno?
Gesù che amarezza! Mi chiamavano O‘Mericano e tale mi sentivo… un forestiero al paese mio.
Tutto cambiato, una gioventù senza rispetto, amici che non ti conoscono più, parenti che ti accarezzano perché si pensano che tieni i dollari nascosti sotto o‘ cuscino…
Io gli dicette a Santino, fermamente convinto:
Santino, io a Napoli avevo nostalgia dell’America! Almeno in America avevo nostalgia di Napoli…
Di Napoli e non di quella schifezza che trovai al mio ritorno … e …
E in quel momento, embè mi emoziono ancora…
Mi emoziono ancora perché proprio in quel momento… in quel medesimo istante… chi venette? Eh? Chi venette?
Venette O Consolo della Repubblica Italiana!
Aahh…nu piezzo d’ommo, doppiopetto gessato blu marè, occhiali d’oro, carte sotto il braccio…
e mi dicette nfaccio a me medesimo, proprio a me, queste testuali parole:
“Napoli… Napoli… parla sempre della sua Napoli il nostro caro Cuomo…”
Eh sì! Era proprio ‘o Console italiano…
Proprio quello che per colpa sua, poco dopo, scuppiaio nu parapiglio storico e memorabile.
Ma io a quel momento non lo potevo sapere …
Uh, signor Consolo! Quale onore, non sieto ancora ripartito? Quel vostro meeting, della Diplomazia Morta è ormai finito e voi stato ancora qua… in mezzo agli emigranti defunti poco illustri?
“Cosa le devo dire caro Cuomo… lei sa con quanto piacere m’intrattenga tra di voi… si direbbe quasi una… malattia professionale.
Al reparto Diplomazia Defunta si sta sì benissimo… per carità, ma quando nasce l’occasione di stare tra i cari connazionali emigrati, estinti, ebbene non me la lascio sfuggire…
E non mi presenta il caro defunto?”
E che dovevo fare. Ci presentai a quella cosa moscia di Santino Furisti.
Il Console canosceva il Belgio:
“Ah, il Belgio! Paese di grande flusso migratorio… integrazione discreta… pessima cucina… clima umido, poco consono alla costituzione fisica mediterranea…”
Io invece a San Francisco della California mi trovavo bene con il clima. Estate lunga, inverno corto.
Solo, come dicevo prima, la nostalgia.… La nostalgia che ti afferra… Dovete sapere che la nostalgia…
E mentre raccontavo, quello scassambrello di Santino mi interrompette nata vota e mi domandò: Ma voi con chi stavate parlando?
Io gli spiegai che prima stavo preparando, come si dice, con me medesimo, una parlata e che periticamendo… periotocamento… insomma, a “scadenza fissa”, con gli altri morti defunti ci incontriamo per la preparazione della Conferenza degli Emigranti Defunti.
Uno scambio di parole, qualche pensiero… i ricordi della vita…
E come sempre, fui pregato di fare una parlata.
Io sono alfabeto sì… ma però, ho girato il mondo, ho visto l’America e parlo l’americano perfetto! Iou anderstend?
Una volta al porto di San Francisco della California arrivò un bastimento italiano, ci voleva l’interpreto, subito chiamarono a me, ed io…
E Sua Eccellenza illustrissima, il Console D’Italia, non mi interrompette nata vota…?
Chisto subito incominciai cu nu discorso ca pareva ‘o Presidente della Repubblica:
“Lei ha ragione caro Cuomo, non la scuola ma la vita insegna! Fui Console della Repubblica, eppure a cosa è mai servito il mio latino, il greco antico, che pur conosco alla perfezione? il mio Dante, Petrarca e Machiavelli?
Solo le esperienze accumulate nei lunghi anni trascorsi all’estero, il mio spirito di osservazione, il mio coraggio e la mia intraprendenza hanno formato i pilastri sui quali poggia il peso della responsabilità della tanto delicata attività diplomatico-consolare, cui dedicai i migliori anni della mia terrena vita…
E adesso, se permettete, con vivo piacere -si fa per dire- volentieri vi farò partecipi della mia trentennale esperienza con il contributo della mia presenza, a questa vostra conferenza, a questo vostro incontro che ha luogo periodicamente.”
Ah…! Periodicamente… così si dice…
“Bene. Io ora vado e mandatemi pure a chiamare quando sarete pronti.
Volentieri sarò con voi.”
E proprio così, fu proprio così che ‘o diplomatico se ne andò prima di infilarsi, si infilarsi, e non lo avesse mai fatto, nei fatti nostri.
A questo punto, proprio come adesso …io preparai il meetig.
E cominciai con la platea: (Si rivolge al pubblico in sala. Con la mano fa ombra agli occhi per scrutare sino all’ultima fila)
da questo lato siamo a posto. Tutti sistemati… bravi!
E come siete eleganti… e che silenzio… Azzo! Se uno si vuole dimenticare di essere morto… basta guardare le facce vostre!
Non ve ne andate mi raccomando!
Poi, mi guardai intorno in mezzo ai defunti, i quali, come sempre parevano tutti stunati, rimbambiti, vaneggianti.
Sistemai i morti che stavano intorno, proprio come si fa con i pupi nelle vetrine…
e mandai a Santino a prender il consolo.
Accumminciammo così con le presentazioni.
Cioè, si fa per dire… all’anima dei muorti e chi ll’è muorto!
I morti, infatti, non si scetavano, e io ci davo e strilli in capo:
Ohé`! Scetatevi! Questo è un meeting eccezionale!
Camon! Jamm’annanza…
Avete capito, o no? Adesso viene un Console originale della Repubblica Italiana. E che cosa gli presentiamo … questo mortorio?
Niente da fare. E proprio in quel momento tornai Santino Furisti tutto cacato sotto… Oh… Y am Sorry… tutto “trapelato”:
“don Antonio, scusatemi tanto, vi interrompo un’altra volta, ma stavo cercando il console, quando mi hanno detto di chiamarvi urgentemente.
Si tratta di un nuovo arrivato.
Un rimpatriato dalla Germania.
Morto, sparato… affari di mafia.
Il defunto sparato ora protesta. Dice di essere nel reparto sbagliato. Lui è stato sì in Germania due anni, ma per latitanza!
Non si sente appartenente alla categoria emigranti defunti…
Ora il problema è che quel signor defunto usa la parola emigrante… diciamo così… con un poco di puzza sotto il naso.
La cosa si sta mettendo male.
Mi pare, mi pare, che il mafioso è ancora armato.”
Eravamo ai soliti imbrogli.
Io volevo sapere ma chi la manda a certa gente.
Come l’altra volta che è arrivato quel ferroviere solo perché faceva servizio sui treni per la Svizzera e passava la notte all’estero…
Comunque io non esitai…
Pigliai a Santino…camon Boy… piglio e parto!
In un secondo momento, mi hanno raccontato che, mentre io mi avviavo a risolvere questo problema, i morti che avevo lasciato, piano, piano cominciarono a presentarsi.
Noi morti, dovete sapere, al di qua di qua, non diamo grandi segni di vita… sembriamo tutti un poco fantasmizzati…, qualcuno dice pure scimuniti…
Solo, ogni tanto… i ricordi!
Per la Madonna del Carmine, solo i ricordi nemmeno qui finiscono…
I racconti di questi ricordi? Sempre a stessa cosa: sono emigrato da lì, ho vissuto la, sono morto così…
E le mortalità? sempre le stesse morti.
Ai tempi miei, in America circolava la tubercolosi… a gente partiva in buona salute e arrivava malata,
infettata sopra a quelle navi, ammapusciati uno sopra all’altro, immischiati maschi e femmine, gente malata e gente in salute…
E poi arrivavano mezzi cecati… la chiamavano TRACOMA…
Questo ai tempi miei. E ai tempi moderni…? L’ulcera!
Eh, sì, l’emigrante dopoguerra all’estero si rode lo stomaco, ingoia veleno, veleno e alla fine caca sangue…
Mortalità in Europa centrale, bacino industriale…?
Incidente sul lavoro!
In fabbrica, e li mandavano a fare i lavori più pericolosi sotto agli altiforni…
Nei cantieri, e li mandavano al sesto piano con due bottiglie di birra da mezzo litro, e facevano il volo degli angeli…
Morte invernale? Asfissia: mancamento d’aria.
‘Sti poveri maronna arrivavano nelle barracche in Belgio, in Germania, alla notte un freddo da morire… e accendevano o braciere.
tanto, il carbone non mancava.
Un freddo da… morire, appunto.
Porte e finestre chiuse bene, bene e alla mattina si svegliavano tutti morti, mammuzza, babbuzzo e figliuzzi…
Morte violenta? Coltellata tra la terza e la quarta costola sinistra. Polmone perforato.
Sai quanta morti ammazzati ho visto io nell’emigrazione degli anni Cinquanta e Sessanta?
Questi abitavano nelle baracche, uno azzeccato all’altro, e ogni tanto cominciavano a litigare.
‘o calabrese cu ‘o siciliano, ‘o sardo cu o pugliese e zac! Partiva la coltellata ….
Morte Stradale? E per forza. Questi arrivavano in Germania e dopo un anno di sacrificio tornavano al paese con la Mercedes.
Erano carrette fracite tutte mpupazzate ma con la stella sul cofano scintillante e poi si facevano duemila chilometri una tirata.
Colpo di sonno, i freni consumati e buonanotte all’emigrante:
tutto na matassa: a Mercedes, a cioccolata per i bambini a valigia cu e panni e ‘o paisano inturciuniato int’a machina di lusso…
Comunque sia, nel frattempo di queste chiacchiere mortali, io avevo risolto la situazione del mafioso capitato nel reparto Defunti Emigranti.
Lo avevo affrontato, faccia a faccia, face to face, a quella meza cazetta:
“Io tengo due omicidi sulle spalle, sette anni di latitanza… io sono compare di quello e figlioccio di quell’altro… Io in mezzo agli emigranti? “.
Lo afferrai per la cravatta: Vattenne, sciadapp iou face, omme e merda, salam a Bich!
Eh già, tanto onore di stare in mezzo a noi, fetente…
Chillu scassambrelli e Santino dicette: “Siete stato grande… avete detto poche cose… però…”
Come poche cose?
E allora a che servono le conoscenze? La signora dello smistamento lasciò perdere tutto al Parco Burocratico.
Subito, subito e senza domandina il caso fu stato dichiarato equivoco.
Trasferimento immediato.
Fino a lì non c’erano problemi… ma il relvolvero… eh quello no… quello non lo voleva consegnare l’amico delinquente organizzato…
O Mafiuso diceva:
“io senz’arma al reparto Malavita Organizzata Defunta non ci vado… che figura ci faccio, se mi presento disarmato?”
…ed è stato in quel momento che io gli ho detto…
o mi dai il revolvero… oppure… oppure ti faccio rimanere in mezzo agli emigranti per tutta l’eternità!
A quel punto il mafioso:
“no … no… in mezzo agli emigranti no… che schifo… prendetevi o revolvero, prendetevi tutto … in mezzo agli emigranti no!”
Subito gli ho tolto il revolvero… gli ho strappato il revolvero dalle mani…
Il mio intervento era stato ancora una volta utile, decisivo, detenerante… tedermante… insomma, scherziamo?
Io superai gli ostacoli burocratici!
Io disarmai con queste mani un criminale defunto armato! E qui ci sta la prova!
E a questo punto, signore e signori morti o, perlomeno, vivi per il momento, cacciai o Revolvero americano Smith & Wesson, calibro trentotto special, sei colpi nel tamburo e…
e lo appoggiai sulla sedia.
Ingenuamente, lo appoggiai sulla sedia giacché, poco dopo, quel revolvero scomparì!
E io non me ne ero accorto e perché?
Perché fui distratto. All’improvviso…: E quello chi è, o‘ papa?
Vedetti uno che mi pareva il Vescovo a San Gennaro…
e Santino mi spiegai che, quando io stavo dalla signora dello smistamento, li aveva visti insieme, il console e il vescovo, e che quello non era un vescovo qualunque.
Quello era il vescovo di Caianiello, molto reverendo monsignore, eccellenza sua, già missionario in Africa e in Germania.
Molto vicino a Sua Santità, autore di autorevoli trattati sulla verità cristiana: il cattolicesimo, verità in esclusiva. Offerta spirituale, speciale e promozionale …
Io feci subito il mio dovere, belive me…
Mi avvicinai a Monsignore, mi inginocchiai. Cercai l’anello per baciarlo... Sia lodato Gesù Cristo!
Quello lì, ‘o monsignore, mi lasciai inginocchiato e disse al consolo:
“Vede caro console? Cerca l’anello per baciarlo. Defunto inesperto. Non lo sa che tutti gli oggetti di rilievo vengono trattenuti al ricevimento, al momento del trapasso…
Sia lodato Gesù Cristo … sente come lo dice bene? Come si fa ora a spiegare che in questo luogo il concetto del Cristo assume tutt’altro significato? Come si fa?”
E io stavo sempre addinocchiato.
‘O Console: “Ma è come per il concetto dello Stato, Reverendo Monsignore. La cosa sarebbe degna di ricerca, analisi e pubblicazione: Valori e concetti a trapasso inoltrato. Edizioni Paoline.
Ma non leggono…non leggono… bisognerebbe quasi costringerli alla lettura…
Caro Cuomo, cosa leggevamo in vita… Cosa leggevamo?”
Io ero ancora in ginocchio, e ‘o prelato mi accarezzava la testa:
“Quanto abbiamo fatto contro la piaga dell’analfabetismo, quanto… In Africa, America Latina, persino in Nuova Guinea, e non ci accorgemmo che il problema era alle nostre porte, ce lo avevamo in casa… Nemmeno la terza elementare?”
Nossignore… nemmeno la terza elementare nossignore… monsignore!
E nessuno se ne accorgette…
ma fu in quel medesimo istante che un certo Lino Marepasqua in tutta quella confusione si fottette o revolvero e se lo mise nella tasca.
Io stavo ancora inginocchiato e dissi a sua eccellenza: non tutti gli oggetti di rilievo vengo ritirati al ricevimento, Santissima santità, Eccellenza vostra…
A voi, vi hanno ritirato l’anello, ma io con grande rischio ho sequestrato poco fa un revolvero!
E lì, in quell’istante, il revolvero era scomparuto.
Il revolver non c‘ è più…. Guardate anche voi… Quant‘ è vero iddio, belive me, stava qua!
“… quant‘ è vero iddio…Ma lo sentite?”
E il vescovo subito cominciai a fare il Vescovo:
“Come si fa a spiegare in questo luogo il concetto della verità…, ma soprattutto il concetto di Dio? Come si fa…?”
A me o monsignore m’era già antipatico.
Il revolvero stava qua!
“Suvvia, suvvia ci stiamo perdendo in chiacchiere, in futili particolari”
dicette ‘o Console!
“Monsignore, come dicevo, il caro Cuomo è tuttavia un estinto che gode di una „certa„ stima nel reparto Emigranti Defunti ed è stato così gentile da organizzare questo incontro, anche per darci la possibilità di stare insieme con i nostri cari emigrati trapassati, i quali sono certamente desiderosi di poter accedere al nostro pensiero, ascoltandoci…
Allora, a questo punto, direi pur di cominciare.
Caro Cuomo, dove mi metto… come mi metto?”
Si pigliarono le segge più belle e io, finalmente accominciai con le presentazioni:
Amici, compagni di trapasso! Sono appena ritornato da un tormentato intervento causato da smistamento riuscito malamente, con sequestro di armamento, che fino a poco fa era qui presente e che qualche furbacchione tra voi presenti, facendo a mano morta, si è fottuto….
e adesso sono qua al posto che mi compete.
Io vi ringrazio moltissimo per la grandissima stima vostra, „grandissima“ stima vostra.
Ho approfittato di questa grandissima stima per portarvi questa sera due personaggi illustrissimi, eccellentissimi che parleranno a noi qui riuniti.
Signore morte, signori morti, sua eccellenza illustrissima il Console d’Italia e sua santità reverendissima, il monsignore,
vescovo di Caianiello e dintorni!
E non vi dico gli applausi… a faccia vostra. Guardate qua, guardate, una „certa „ stima, sentite… e passai la parola all’eccellenza consolare:
“Grazie, caro Cuomo, grazie! Monsignore, gentili defunte, egregi defunti, connazionali miei!
La mia attività diplomatico-consolare mi ha permesso di essere oltre trent’anni a contatto diretto con l’emigrazione italiana.
Anche quando ebbi ad accedere ai più alti incarichi della diplomazia, mai dimenticai i figli migliori della nostra madre patria.
La piaga dell’emigrazione, si profonda nelle carni dell‘ Italia nostra, ha costretto a lasciare le terre di Sicilia, di Sardegna, delle Calabrie, delle Puglie i figli più cari, per mandarli verso mondi lontani, verso Paesi di diversa lingua, di diversa cultura,
come ambasciatori dell’italica laboriosità, dell’italico spirito di abnegazione, dell’italico coraggio intriso di forza mediterranea e di latino ingegno!”
A questo punto, e voi non ci credete, ma quei fetenti di morti non sbatterono le mani!
Guardavano ’o console cu na faccia strafuttente e ‘a cosa mi pareva strana e ‘o Console si stata pure cuntrariando…:
“Beh, sì, chi meglio di me può capire e interpretare la vostra amarezza!
Io, che fui con voi per decenni!
Io, che seppi dare impulsi indelebili a soluzioni durature dei vostri problemi!
Quei problemi che bruciavano sulla mia allora viva carne e che vi lasciarono cicatrici profonde, dolorose”.
I muorti lo guardavano strafuttentemente…
“Ma voi lo sapete che io in Germania mi presi un bell‘esaurimento nervoso?
E il colesterolo in Belgio?
E non vi voglio raccontare degli attacchi di asma psicosomatica che mi beccai nel Canton Ticino a furia di avere a che fare con lavoratori stagionali, espulsioni, contrabbandieri e rogne simili!
Voi questo non lo sapete cari miei… cosa significa fare il console!
La responsabilità, giorno e notte reperibile, presente ad ogni festa e festicciola…
venerdì il folclore siciliano, sabato la processione alla Missione Cattolica, giovedì la riunione del Comites.
Voi questo non lo sapete!
E poi…Signor Console, il passaporto a mia moglie mi raccomando… Eccellenza, mio figlio il militare non lo deve fare…
Dottore, ci onora al battesimo della bambina… che sapete voi?
Quante scocciature!
Questi sono sacrifici!
Non vi interessano i sacrifici di un Console?”
Quei grandi fetenti dei morti, all’improvviso mi parevano resuscitati:
“NO! Non ci interessano i sacrifici tuoi!”
Finalmente avevano aperto la bocca. E l‘avevano aperta per fare gli scostumati!
Uhè! scostumati! Qua ci sta anche il vescovo, il console… Qua ci sto pure io!
E propriamente in quel momento una confusione totale:
Patapum patapà … entrarono tre poveri disgraziati tutti abbruciacchiati, stracciati, morti, ma morti proprio malamente…
Madonna del Carmine… e che vi è successo? Da dove venite?
“Dal Belgio… dalla miniera…, siamo i minatori del Buà du cazie`…
“Vergine santissima… mamma mia.. aiutatemi…”
diceva nu povero disgraziato…
“E‘ successo stamattina. Il turno di mattina… Una botta terribile, il fumo, il fuoco… Ce ne siamo scappati… abbiamo scansato il fuoco… ci stava il tunnel di salvataggio… ma poi…
madonna mia… madonna…
L’aria, fateci respirare un poco d’aria…
Siamo scesi con la squadra di sempre… appresso a noi ne stanno arrivando altri 133… 133 bruciati, soffocati vivi sotto il carbone…”
E quell’altro si turciniava per terra, e quello raccontava …:
“quintali di carbone, ci è caduto tutto addosso… è volato tutto in aria…
A lui una fiammata lo ha preso in faccia…
‘Sto povero cristiano non tiene più gli occhi… due buchi neri… due buchi neri madonna mia, madonna…”
O cecato strillava:
“Madonna del Carmine, aiutatemi”
e si cunturceva.
A quel momento io li fermai a tutti e tre.
Che disgrazia! Però non capisco perché vi lamentate. Guardate, togliete le mani, non avete paura, guardate, voi non avete più niente!
“Uh, Madonna santa… Santissima vergine … io ci vedo, io non tengo più niente … un miracolo… è passato… è passato…”
Eh… appunto, gli dissi. È passato. Tutto è passato. Signore, voi siete…
“Sono guarito sì… sono guarito…miracolo… Santa Barbara, protettrice delle miniere…”
Santa Barbara?
Ma quale santa Barbara…
Si. In un certo senso siete guarito. Siete guarito da tutti i mali…
Amico… voi siete morti!
Non l’avessi mai detto.
Facettero i pazzi: “Ma tu che dici? Che dici …”
piangevano, si guardavano lentamente intorno.
“Io tengo trentasette anni hai capito? Io tengo tre figli da crescere hai capito o no?”
Cercai di calmarli.
Calmatevi… calmatevi. Ogni tanto succede che il trapasso, diciamo così… improvviso, ci spaventa un poco, ci prende di sorpresa…
Ma poi vi abituate, credetemi, col tempo vi abituate. E qui di tempo ne avete assai… infinitamente assai!
Non ci credevano.
“Siamo morti… proprio ora che volevo tornare per sempre al paese mio…”
“Siamo morti… ma proprio il giorno 8 agosto… io il 15 dovevo andare in ferie…”
“Siamo morti… io avevo finito di pagare la casa, proprio questo mese…. l’ultima rata…”
E che potevo dire?
Su fatevi coraggio. Ma poi, dico io, cosa vi aspettate? Una cartolina di preavviso? „ Caro vivo, preparati giacché il giorno otto agosto 1956, a causa di terribile tragedia nella miniera belga Bois du Cazier, località Marcinelle, Belgio, causa incendio, a mille metri di profondità, alle ore sette e cinquantasei minuti, sarai morto.
Tanti saluti e buon augurio di felice trapasso “.
Cosa credete, succede così, quasi sempre, all’improvviso…
E ‘o secondo morto facette pure lo spiritoso:
“Allora siamo morti. Ma Se tutto va bene qua siamo al purgatorio. A me pare che non abbiate proprio la faccia dell’angelo…”
Eh si… inferno, purgatorio e paradiso. È arrivato Dante Alighiero con la buon’anima di Vircillio.
Signori siete morti. Punto e basta!
Però siete nel reparto giusto: REPARTO DEFUNTI EMIGRANTI.
E a quel punto, manco fatto apposta, si immischiò nuovamente ‘o Consolo:
“E questo è un caso da inchiesta… questa è una chiara violazione dei diritti dei lavoratori dipendenti, delle norme contro gli infortuni… qui bisogna mettere sotto processo soprattutto il consiglio di fabbrica della miniera.
È loro il compito di vigilare, di tutelare la salvaguardia dell’incolumità del minatore, sorvegliare le condizioni di lavoro… anche dei nostri connazionali… per i quali, Signori Cari, l’Italia ha stipulato già nel 1946 chiari accordi: Un minatore italiano, un sacco di carbone all’Italia!”
Si ledono così gli interessi nazionali.
Se viene meno un minatore, viene meno un sacco di carbone in donazione alla Nazione, viene meno l’energia vitale, il carbone per la nascente potenza industriale italiana… ma che scherziamo?”
O Vescovo ci inzuppava il pane:
“L’internazionale socialista… Ecco i risultati. Ha ragione Console. Il fatto va denunciato! Bisogna metterli sotto processo!”
E a questo punto, miei cari morti e quelli che, spero più tardi che mai, sicuramente lo diventerete… indovinate che successe?
Lino Marepasqua si alzò:
“E invece il processo lo facciamo noi a te!
Il processo lo facciamo a te qui e subito!
Questi tre disgraziati e altri 133 che stanno alla porta sono la prova che ancora vengono bruciate le esistenze della brava gente!
Anche se dite che siamo noi i veri ambasciatori dell‘Italia, anche se dite che siamo noi i figli migliori della nostra Italia, la vostra colpa rimane.
L‘accusa è: tradimento! Tradimento e abbandono.
Nel nome dei morti di Marcinelle, io ti accuso!
E poi tutti i morti, uno dopo l’altro:
“Io ti accuso nel nome di tutti i cuochi, lavapiatti e camerieri!”
Io ti accuso nel nome dei morti nelle Mercedes con i freni scassati!”
Io ti accuso nel nome dei bambini bocciati e mandati alla scuola differenziale dei deficienti!
E io ti accuso nel nome di…. Nel nome di… di tutti i morti a coltellate nelle baracche degli emigranti!”
Poi tutti insieme:
NOI TI ACCUSIAMO!
NOI TI ACCUSIAMO a riscatto della misera esistenza, con la quale è stata ripagata la nostra volontà di essere onesti!
NOI TI ACCUSIAMO!
O Console, diplomatico:
“Ma finiamola, cosa devo dire… io adesso me ne vado. Monsignore su andiamo, questa farsa comincia a crearmi un certo senso di fastidio…”
E a questo punto spuntai o rivolvero do mafiuso:
“Voi di qua non vi muovete! Ti chiedo per la seconda volta: cosa hai da dire in tua discolpa?
O Console con il revolvero puntato in mezzo alla faccia:
“Ma dico: siete impazziti? Cosa devo dire? Io non c’entro niente! Io sono capitato alla Direzione Generale dell’Emigrazione e degli Affari Sociali per puro caso… avete sbagliato persona… prendetevela con il ministro, con chi vi pare e piace, con chi emana direttive…
Io… io vi ho voluto sempre bene…
Ma poi, dico io: Io feci dapprima il concorso al Ministero dei Trasporti… Fu colpa mia se lo vinse il solito raccomandato? Che dovevo fare?”
E Lino: “Cosa hai da dire in tua discolpa!”
‘o Console, che si stava facendo addosso:
“ma ragioniamo… per carità… qualcosa sarà pur stata fatta…
Ma vi siete dimenticati i regali che il consolato dava ai bambini a Natale? Tanti bei libri, Moby Dick, L’ultimo dei Mohicani e.… e poi le leggi.
Tante belle leggi per l’emigrazione… non solo statali, ma anche regionali.
Le case popolari per gli emigranti…
I treni speciali a Pasqua e a Natale… per non farvi stancare troppo…
La prego… mi lasci andare…”
A quel punto o Monsignore non si fece i fatti suoi:
“Figliolo ricorda: chi di spada colpisce, di spada perisce! Con la violenza non si ottiene nulla.”
E Lino:
“Cosa hai da dire tu, in tua discolpa…Reverendissima Eccellenza”
e se la prese pure con il vescovo…
O Vescovo si arrabbiò:
“come ti permetti! Chi se tu? Chi ti dà il diritto di lanciare accuse e di formulare processi?
Brutto scostumato, fetente! Tu accusi me? Che ne sai tu della vita mia. Come ti permetti di mettermi sotto accusa? Tu che parli delle vostre esistenze.
Ma tu lo sai perché diventai prete io… lo sai? Mi mandarono in seminario a dieci anni… Ero l’ultimo di sette figli… lavoravo nei campi quando un giorno mio padre mi guardò fisso negli occhi e mi disse: tu, te ne vai nel collegio dei preti. Io non ti posso dare da campare…
Avevo solo dieci anni e da allora ho dedicato la mia vita sempre e solo agli altri… E se oggi vesto questo abito… embè? E‘ scritto: non si vive di solo pane.
E adesso finiscila figliolo, il processo fallo al tuo destino… e il destino tuo non l’ho fatto io!”
Non l’avesse mai detto:
“vedete! questa è la loro vera faccia. Questa è la faccia dello Stato e questa è la faccia della Chiesa…
Una maschera che copre il nulla.
Il nulla.
Ebbene, è per questa nullità che dovete pagare!”
E quello veramente alzò la pistola…
“Fermati! Povero illuso, credi… credi di poter riscattare così il misero destino tuo e di questa gente?”
E io, hai voglia che dicevo: Ma che fate, per carità…
Si scatenarono i morti:
“Spara! Per tutti i lavapiatti nei ristornati italiani!
Spara! Per i nostri figli morti asfissiati nelle baracche dei migranti!”
E i tre minatori tutti insieme:
“Spara! Per i centotrentasei morti di Marcinelle!”
Io continuavo a dire: ma che significa tutto questo… ma a che serve…
Ma che porti la serenata ai suonatori?
Tu qua dentro minacci di morte?
Finitela per carità, non serve a niente, non serve a niente…
Però o vescovo e ‘o console veramente tremavano di paura, si erano accovacciati per terra, e si riparavano uno addosso all’altro.
E poi… poi Lino…paaa, paaa… sparò due colpi addosso a quei due che a ogni botto sobbalzavano da terra.
Lino sparò ancora due volte e poi due volte ancora… paa, paaa, puumm, puummm…
L’arma ora era scarica e gli scivolò dalle mani.
Niente, non era successo niente…
Po il silenzio da oltretomba… appunto…
Poi il niente…
Tornò l’apatia, l’atmosfera da manicomio, la demenza, la dimenticanza…
Mestamente Vescovo e Console, nu poco abbattuti ripresero gradualmente il portamento altezzoso.
Mi salutarono pure, ma con distanza e freddezza.
Io mi presi il revolvero da terra, ai piedi di Lino.
Lino che era arrivato troppo tardi.
Lino che aveva condannato a morte dove già regna la morte…
e dissi a Santino: Ohé Santì, ricordatemi che più tardi devo fare una capatina al reparto Militari caduti, defunti.
Devo chiedere la bandiera e, eventualmente, pure la fanfara dei bersaglieri…
Se devo essere sincero… la banda musicale, questa volta, ci mancava proprio…
SIPARIO



























