Nella foto: Alfredo Ceraso. Foto di ©Joerg Putz

Nell’ambito delle conferenze del Centro di Studi Italiani dell’Università del Saarland, la testimonianza di Alfredo Ceraso riapre la riflessione sui misteri degli Anni di Piombo, l’iter kafkiano dei processi e il ruolo insostituibile della documentazione storica nella tutela dello Stato democratico.

C’è un filo invisibile, ma d’acciaio, che lega le piazze insanguinate d’Italia durante la strategia della tensione alle aule universitarie del cuore d’Europa. Questo filo è la memoria documentale, l’ostinata ricerca di una verità storica e giudiziaria che per decenni è parsa un miraggio. Presso l’Italienzentrum dell’Università del Saarland, la figura di Alfredo Ceraso, giurista e autorevole esponente del Comitato Scientifico della Casa della Memoria di Brescia, ha offerto lo scorso 28 maggio una magistrale lezione di storia istituzionale. Davanti a una folta platea di connazionali, studenti e accademici, l’incontro ha assunto i contorni di una disamina rigorosa su uno dei capitoli più bui e complessi della nostra storia repubblicana: la strage di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974.

Ceraso, testimone oculare e sopravvissuto per una manciata di minuti a quell’inferno di tritolo, ha guidato l’uditorio attraverso i meandri di una vicenda che rappresenta l’archetipo delle contraddizioni patite dalle istituzioni italiane. Erano gli anni in cui la Repubblica si trovava stretta nella morsa geopolitica della Guerra Fredda, un territorio di frontiera ideologica in cui la stabilità democratica veniva costantemente minacciata da pulsioni eversive. Quella mattina a Brescia, la bomba non colpì nel mucchio in modo generico – come avvenuto per Piazza Fontana nel 1969 o alla Stazione di Bologna nel 1980 – ma mirò deliberatamente al cuore di una mobilitazione sindacale e civile, a una piazza gremita di operai, studenti e insegnanti uniti in una solenne manifestazione antifascista. Un attacco diretto e frontale alla sovranità popolare.

L’iter processuale kafkiano e le ferite della giustizia

Il valore cruciale dell’intervento di Ceraso risiede nella rigorosa analisi dell’apparato giudiziario che ha contrassegnato il post-strage. Un cammino che il relatore non ha esitato a definire „kafkiano“, specchio di un’epoca caratterizzata da depistaggi, archiviazioni frettolose e gravissimi ritardi istituzionali. Le indagini iniziali, come drammaticamente consueto in quegli anni, imboccarono immediatamente piste errate, guardando all’area anarchica e all’estremismo di sinistra, ignorando la palese matrice ordinovista. Ci sono voluti ben cinque complessi procedimenti giudiziari per giungere, soltanto nel 2017, a una sentenza definitiva e inappellabile di condanna per i mandanti storici della strage: Carlo Maria Maggi, capo della cellula veneta di Ordine Nuovo, e Maurizio Tramonte.

Ma la cronaca giudiziaria, come ha evidenziato Ceraso, non si è fermata, dimostrando come le ferite degli Anni di Piombo siano tuttora aperte. Il 3 aprile 2025, il Tribunale dei Minori – competente poiché l’imputato era sedicenne all’epoca dei fatti – ha condannato in primo grado a trent’anni di reclusione Marco Toffaloni, individuato grazie a sofisticate perizie tecniche come uno degli esecutori materiali presenti in piazza. Il successivo appello è stato dichiarato inammissibile poche settimane fa, nel maggio 2026, a causa del rifiuto dello stesso Toffaloni di sottoscrivere la procura al proprio legale, scegliendo la via della contumacia e del disprezzo per il confronto processuale. Attualmente protetto dalla cittadinanza svizzera e dall’intervenuta prescrizione per l’ordinamento d’oltreconfine, il caso Toffaloni incarna il persistente dramma di una giustizia parziale.

L’Archivio Digitale: Presidio di Democrazia contro l’Oblio

Di fronte alle lungaggini e alle parzialità della giustizia penale, lo Stato e la società civile hanno l’obbligo di rifugiarsi nella solidità della documentazione. La Casa della Memoria di Brescia, di cui Ceraso fa parte, rappresenta un unicum nel panorama istituzionale italiano. Fondata nel 2000, essa unisce l’Associazione dei Familiari dei Caduti al Comune e alla Provincia di Brescia, nobilitando il dolore privato in una funzione pubblica permanente. L’attività scientifica dell’istituto si sostanzia nella gestione di un archivio imponente, composto da milioni di pagine contenenti la totalità degli atti processuali, delle inchieste e dei documenti d’indagine relativi al terrorismo in Italia, dal 1962 fino all’ultimo sussulto della violenza politica nel 2003.

Ceraso ha spiegato l’immenso sforzo attualmente in corso per la digitalizzazione di questo patrimonio documentale. Rendere fruibili questi dati ai ricercatori di tutto il mondo significa impedire che il revisionismo storico o l’indifferenza collettiva cancellino le responsabilità politiche e morali di quella stagione.

I Funerali del 31 Maggio: L’Inizio del Riscatto Istituzionale

In un passaggio di profonda intensità storiografica, l’attenzione è stata posta sui tre giorni successivi alla strage, culminati nei funerali del 31 maggio 1974. Davanti a mezzo milione di persone giunte da ogni angolo della Penisola, la città di Brescia diede prova di un’altissima maturità civile. La piazza venne autogestita dal servizio d’ordine sindacale, che sostituì temporaneamente le forze di polizia per evitare provocazioni e garantire l’incolumità dei partecipanti. Quella sfilata interminabile di delegazioni – tra cui spiccava la rappresentanza dei lavoratori della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, già colpita nel 1969 – segnò il fallimento strategico del terrorismo neofascista.

„Il terrorismo stragista cercava la reazione autoritaria dello Stato, la sospensione delle garanzie democratiche. Ha trovato, invece, una muraglia invalicabile di coscienza civile e fedeltà costituzionale.“

La democrazia non è un bene acquisito per sempre; essa si difende giorno dopo giorno, attraverso la trasparenza degli archivi, il rigore della ricerca scientifica e il rifiuto categorico di ogni forma di violenza e intolleranza politica.