“Julien Benda e il valore assoluto della democrazia” è il titolo dell’articolo di Raffaele Simone – linguista, filosofo del linguaggio ed ex professore ordinario all’Università Roma Tre – apparso su Avvenire il 23 giugno, che potete leggere integralmente qui: https://www.avvenire.it/agora/cultura/julien-benda-e-il-valore-assoluto-della-democrazia_110008
Lo segnaliamo perché, in un periodo storico in cui le democrazie liberali e i loro principi fondamentali – l’uguaglianza fra gli esseri umani e la parità dei diritti – sono in forte pericolo, Simone invita a tornare ai testi fondativi che hanno contribuito a costruire le nostre democrazie dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale.
Scrive Simone: «Nell’epoca dell’Illuminismo Nero, cioè di dottrine che considerano la democrazia una macchina lenta e abusivamente egalitaria e la violenza una componente insopprimibile della società (ne ho discusso in “Avvenire” del 7 marzo), è bene, come misura di salvaguardia, tornare a misurarsi coi testi su cui la democrazia si è costruita nel Dopoguerra. Tra questi, uno dei più luminosi e meno noti è Le democrazie alla prova (in originale La Grande épreuve des démocraties, 1945) di Julien Benda».
La tesi di fondo di Julien Benda, intellettuale ebreo francese, il cui saggio fu pubblicato da Einaudi nel 1945 – e che, nota Simone, «è spesso menzionato negli scritti coevi di Giorgio Colli, Piero Calamandrei e Norberto Bobbio» – è che la democrazia non è un mero accidente storico né un pragmatico contratto sociale, ma la massima espressione morale della civiltà umana e del suo desiderio di libertà. La democrazia è un sistema “contro natura” perché rappresenta «lo sforzo cosciente dell’umanità di sottrarsi alla forza bruta per assoggettarsi all’imperio della legge e della giustizia».
Per Benda la democrazia è ancorata alla ragione e alla coscienza. Scrive Simone: «la democrazia è l’unico regime politico strutturalmente ancorato a ‚valori assoluti‘ come la giustizia, la verità e la ragione: è ‚il regno delle coscienze’». Mentre fascismi e nazionalismi fondano la propria legittimità sul culto dell’irrazionale – la terra, il sangue, la mistica del capo, la fede cieca delle masse – la democrazia postula l’esistenza di principi accessibili a chiunque, in quanto essere dotato di ragione e coscienza. Per questo Benda vede nel modello democratico «un’emanazione dell’idea cristiana applicata alla politica».
Questi valori assoluti, pur essendo accessibili e comprensibili a tutti, non mettono la democrazia al riparo dalle sue fragilità interne. Una di queste è l’abuso dei principi democratici, quando cioè si cerca nella democrazia il proprio interesse personale: il sistema diventa un luogo di imperialismo individuale, un prendere senza più un dare, senza alcun impegno per la collettività.
Conclude Simone, nel suo articolo dedicato al saggio di Benda: «la vulnerabilità della democrazia è intrinseca, poiché concede anche a chi vorrebbe distruggerla il diritto di esprimere il proprio dissenso. La democrazia, ci dice questo saggio profetico, non si ottiene per eredità biologica: si sceglie, si coltiva e, soprattutto, si difende dalle sue stesse derive. Se l’edificio trema sotto i colpi dei nuovi autoritarismi, la soluzione non è demolirlo per regredire alla legge della giungla, ma tornare a studiarne le fondamenta».
Chi desidera approfondire l’Illuminismo Nero – la corrente reazionaria nata sul web negli anni Duemila e oggi influente sulle destre estreme, sui sovranismi e su segmenti della destra americana – può leggere l’altro articolo di Raffaele Simone uscito su Avvenire il 7 marzo:
https://www.avvenire.it/agora/cultura/illuminismo-nero-cose-la-neoreazione-digitale-che-sta-riplasmando-lamerica_105510



























