La vita di molti immigranti ed anche di stranieri nati in Svizzera è spesso contrassegnata dal peso psicologico di avvenimenti difficili da assimilare. Solo pochi hanno la possibilità di parlare una volta di questo tema: o perché non trovano un interlocutore adatto o perché gli avvenimenti vissuti sono così gravi che queste persone preferiscono serbare la verità per loro stesse.
Quando gli avvenimenti vissuti dagli immigranti sono un tema nei mezzi di comunicazione, si trasmettono spesso immagini dicotomiche – da un lato gli immigranti cattivi e dall’altro lato gli svizzeri buoni. Questa schematizzazione emargina e sfavorisce le straniere che raramente hanno la possibilità di esprimersi, come ci dice per esempio uno studio dell’Università di Zurigo. Con un proposito d’integrazione e di una comunicazione interculturale la associazione Appartenere (www.dazugehören.org) ha motivato un gruppo di immigranti a raccontare la propria storia in una forma letteraria che offre varie possibilità di trasferire gli avvenimenti vissuti in un’altra realtà, conservando allo stesso tempo la verità. Giacché un racconto ha il potere di trasportarci in un posto dove non siamo mai stati.
Ci aiuta ad immaginare cose che non abbiamo mai visto e a capire quello che non abbiamo vissuto personalmente e che perciò non potremmo capire. Un racconto può descrivere la condizione umana e creare una vicinanza che impedisce le generalizzazioni. Per gli immigranti, scrivere storie significa che le proprie esperienze di vita hanno valore e dignità e farle conoscere è in generale un arricchimento.
Il progetto letterario d’integrazione
Con questo scopo l’associazione Appartenere ha motivato un gruppo di quindici donne di lingua spagnola, con esperienza migratoria, a raccontare la propria storia o una parte della propria vita, come un racconto, una novella o una fiaba.
A questo scopo sono stati organizzati due gruppi di lavoro nell’Ateneo Popolare Spagnolo di Zurigo. Per raggiungere la dimensione della fantasia necessaria per scrivere, come introduzione, si è organizzato un gruppo di lavoro centrato sul dialogo. Qui sono stati centrali i fattori sentimentali ed emozionali: Che cosa significa emigrazione? Chi emigra? Come si sente un immigrante nel nuovo paese? Che aspettative ha? Lo scrittore di origine guatemalteca, Manuel Girón ha parlato della tecnica della scrittura letteraria – i principi tipici di struttura e organizzazione – con esempi concreti e consigli.
In seguito Marianna Alonso (consigliera in psicologia centrata sul corpo, IKP) ha fatto con i partecipanti esercizi di rilassamento e meditazione come preparazione alla scrittura di un primo canovaccio. Per terminare ogni partecipante ha letto in pubblico la propria bozza. Il secondo gruppo di lavoro è stato dedicato alla lettura e alla discussione delle tredici storie e di una poesia, in cui queste donne hanno potuto ricordare e trasformare le loro esperienze di vita. In alcuni racconti ci sono temi ricorrenti come quello del sentirsi strano, così differente, quello di non poter capire quello che succede intorno a noi. Asciany Ambriz Pizá per esempio scrive: "Non è successo anche a voi in qualche momento della vostra vita in questo nuovo Paese di sentirvi come un extraterrestre? Ebbene a me sì.
Ed è successo già fin dalla mia prima visita o chissà proprio per questo! Mi ricordo che ho notato che non sapevo (o non potevo) fare nessuna delle cose che per gli svizzeri sono importanti". A volte questo sentimento è accompagnato dalla nostalgia come se una parte della propria identità non potesse vivere. "A volte tutto le sembrava molto diverso: il non poter scoppiare a ridere, la maniera di parlare senza disturbare, il non potersi toccare, l’essere sempre tanto discreta.
La vita non è discreta. Qualsiasi manifestazione di vita è movimento, baccano, colore e forza. Il giorno della nostalgia non si fece attendere e lei provò un desiderio immenso di correre attraverso i prati verdi del suo Paese, di parlare a voce alta, di gridare, di ridere a gola spiegata e raccogliere manghi e avocadi già molto maturi pieni dei piccoli vermi che la facevano divertire tanto nella sua infanzia" (Diana Díaz Hess). Un altro tema ricorrente è l’immigrazione per amore.
Una buona parte degli immigranti non europei che sono arrivati in Svizzera nell’ultima decade sono donne sposate con svizzeri. Molte di esse hanno fatto studi universitari. L’immigrazione ha un suo prezzo, come ci raccontano Alba Ladesma e Joanna Salas: "Alcuni anni fa ero una donna che lavorava, una donna indipendente e libera, forte e sicura che aveva i migliori amici del mondo proprio all’angolo del proprio appartamento. Oggi sono qui, in casa, ad occuparmi di un paio di bebé che sono il riflesso dell’amore più appassionato della mia vita, questo amore che mi ha portato a cambiar di Paese, di scenario, di amici, di cibi. Questi bambini vivranno qui, in questa terra svizzera e la ameranno perché essi stessi sono questo, una manifestazione dell’amore" (Alba Ladesma).
"Arrivò il giorno in cui si sposarono. Questo significò che Luisa dovette emigrare in Svizzera. Il suo cuore era diviso, poiché sull’isola aveva i suoi figli, la sua famiglia, tante esperienze di vita… Doveva decidersi ad emigrare, a cambiare completamente la sua vita o continuare con la sua vita quotidiana. Lasciare il mare che le aveva dato sempre tanta gioia. Scelse l’amore. Pensò: il vero amore non arriva spesso" (Joana Salas). Nei racconti di alcune c’è un certo risentimento per essere state obbligate a partire, perché nel loro Paese non avevano nessuna o poche possibilità: "Giovane com’ero, ho dovuto andare in altre terre per cercare quello che non c’era nel mio" (Merche Alvarez); "devo dire che fino ad oggi non sento nostalgia per la Spagna perché vedo la differenza di possibilità che ci sono in un Paese e nell’altro" (Linda Gubler).
L’esperienza dell’emigrazione ha permesso ad altre uno sviluppo personale anche se difficile e doloroso, come ci racconta Dey Zavala: "Vivo qui ormai da 23 anni ed è stata la migliore decisione della mia vita. Sì ho sofferto molto e ho pianto tanto, però ho anche imparato tantissimo e ora sono diversa, sicura di me stessa, ho imparato ad amarmi, ad apprezzarmi e a conoscermi e ho imparato anche ad amare questo Paese". Poiché l’essere diverso comporta un difficile processo di sviluppo interiore, di riflessione e di apprendimento: "Sono orgogliosa di essere una immigrante, disse a se stessa con un sorriso che rivelava tutto il suo stupore. Proprio così! Non ci avevo mai pensato prima, però è vero, pensò" (Cloe Santi). L’associazione Appartenere ha organizzato eventi durante i quali si leggerà e si discuterà del libro "E allora un bel giorno mi ritrovai qui".
Per partecipare consultare il sito http://www.dazugehoeren. org/