Nella foto: Dino Buzzati. Foto presa da Wikipedia

In questo Corriere (vd. il Nostro Franz Kafka e Dino Buzzati: Alla ricerca dell’Assoluto, 21 ottobre 2022) avevamo tracciato un breve quadro del pensiero dei due campioni massimi di una condizione umana esistenziale precaria, fragile e rivolta alla morte, ineluttabile, chiusa alla speranza, distrutta nella vita quotidiana da minacce incomprensibili e disfatti da uno spaesamento progressivo dalla nascita alla fine della vita. Dicevamo che l’agricensore K. (protagonista del Castello), arriva in un borgo coperto di neve alle pendici di un monte invisibile coperto di nebbia; un parente stretto di Bàrnabo delle Montagne del giovane Buzzati pubblicato nel 1933, (non per caso secondo alcuni la B di Bàrnabo è quella del cognome Buzzati come lo era K. quella dello scrittore praghese).

Due romanzi, due parabole, due messaggi di disperazione individuale, ribadito per l’uno nel famoso Il processo del 1915, e per l’altro nel Deserto dei tartari del 1940. Chi volesse mettere a confronto questi 4 romanzi, non potrebbe non concordare con la verosimile equiparazione critica che un acuto commentatore – Giorgio Barberi Squarotti, sulle due voci dell’Enciclopedia UTET nel 1967 e del 1978 – non mancò di esasperare lo stesso Buzzati, che la giudicava impietosa e non corretta, perché la vita interiore e la reazione al mondo divergeva sensibilmente. Certamente, la famiglia ebraica del praghese e quella cattolicissima del giornalista di S. Pellegrino avevano avuto un differente influsso nella loro formazione, oltre al fatto che la realtà conservatrice di inizio secolo nella società austriaca era ben più asfissiante di quella più progressista nel Veneto giolittiano, più positivista ed attenta al lavoro che non l’altra, dove l’attività creatrice non contava se non poco più nella gerarchia cristallizzata asburgica.

Comunque, ambedue lottarono contri i padri, si laurearono in legge più per obbedienza che per provocazione, sempre alla ricerca di una sicurezza e di un Assoluto che Kafka mai raggiunse e che Dino piccatamente cercava dietro metafore narrative ed una sempre più aperta enunciazione di una metafisica positiva che lo acquietasse. Noi la ritroviamo nel racconto Il disco si posò del 1958, la stazione di arrivo del complesso percorso di Buzzati. Mentre il viaggio di Kafka ha come ultima stazione nella parabola Davanti alla legge, inserita nel processo come premessa, solo nel 1915 e poi ribadita nel 1917, nel lungo racconto Una relazione per un’accademia (oggi introduzione di Micaela Latini, per le edizioni la vita felice, Milano,1922). Mai un testamento di significato e di significanza diversissime fu qui esplicito, tanto da scardinare l’apparente analogia fra i due scrittori, malgrado la sensibile adesione di entrambi ad un destino ineluttabile ed invincibile. Scriveva infatti il praghese: La vostra natura di scimmie, Signori miei… non può esservi più distante di quanto non sia la mia per me… E per quanto mi riguarda, non desideravo da uomo la libertà allora quando ero scimmia come non la desidero oggi. Sulla libertà fra uomini ci si inganna fin troppo spesso. E così come la libertà è fra i sentimenti più sublimi, così è tale tra le più sublimi l’illusione corrispondente (tratto dal racconto Una relazione per un’accademia, di Franz Kafka, traduzione di Ginevra Quadro Curzio, cit.).

Del pari, Buzzati, nell’opera che tutti i critici considerano il suo capolavoro – Il deserto dei tartari – affermava: Eppure il tempo soffiava, senza curarsi degli uomini passava su e giù per il mondo mortificando le cose belle, e nessuno riusciva a sfuggirli, nemmeno i bimbi appena nati, ancora sprovvisti di nome (vd. Ed. 2012, Mondadori a cura di Lorenzo Viganò, cap. 26). Si è detto che proprio nel 1958, l’opera che lo consacra anche fra il pubblico è però i Sessanta racconti, premiato con lo Strega, quando anche la sua penna di giornalista è al culmine come narratore degli eventi più eroici e scabrosi degli anni del secondo dopoguerra, dal giro d’Italia di Coppi e Bartoli, alla sciagura aerea di Superga fino alla morte suicida di Marilyn Monroe. Ed all’interno di quel florilegio emerge un carattere divisivo da Kafka sia nella forma che nella sostanza. Prendiamo infatti Il disco si posò: proprio nel momento in cui in televisione compariva la serie fantascientifica Ai confini della realtà – in America già apparsa con il suggestivo titolo The twilight zone – cioè una narrazione su contatti fra uomini ed extraterrestri. La fiaba di Buzzati, vede un parroco di campagna spiegare a due Marziani la storia ed il significato della Croce di Cristo, da loro intesa solo come uno strumento di comunicazione e non il regno della presenza eterna di un Dio incarnato e morto per salvarci. Scelta che conferirà alle sue opere future un punto dirimente dalla influenza kafkiana:  se  il  praghese  viveva  con  l’incubo  di  una  vita  serva  della  sorte,  maligna,  onirica e ineluttabile; la speranza di una vita futura positiva e cristiana offriva al bellunese uno stigma originale.

Di tale segno indelebile, il saggio di Enrico Inferrera, (Ho incontrato Dino Buzzati, ed. Guida, Napoli, 2026) è una prova significativa. Sebbene, Buzzati non dichiari mai la sua fede in Dio, tutte le sue opere – i racconti, i romanzi, i libretti d’opera, le poesie e la pittura – anelano all’Assoluto. Inferrera la ritrova proprio nei racconti, perché essi altro non sono che le sue cronache di vita reale con un pizzico di magia. Il citato Il Disco si posò, per esempio, è una stupenda professione di preghiera e di ricerca di perdono del protagonista, un povero prete di campagna pieno di grazia di Dio che spiega ai Marziani come la loro osservanza alla Legge è un che di formale, perché la fede nel Signore in Croce è ben cosa diversa del rispetto letterario dei Comandamenti …. E poi nel Deserto dei tartari, nel Bàrnabo e perfino nel racconto Settimo piano, dove la guarigione sperata è la chiara ricerca dell’ascesa a Dio.

Un percorso per scale faticose che la vita gli riservò nel duro lavoro di cronista. Editorialista? Opinionista? Lo fu certamente nei 40 anni di appartenenza al Corriere della sera. Una attività che però era stata preceduta da una ricerca instancabile, notte e giorno, della notizia, da ottimo inviato speciale. Chi non ricorda il giro d’Italia del 1949, una battaglia ideale e fisica ad un tempo, fra Bartoli e Coppi, vista dal Bellunese come un continuo sforzo trasfigurativo della Nazione dopo l’ubbriacatura fascista e la tragedia della sconfitta, con la faticosa ripresa del 1945? Ed il caso di Rina Forte, la Medea di Milano che in via San Gregorio, fa strage per gelosia di tre figli in una realtà di immigrazione dal sud che Buzzati ricostruisce proprio negli anni della ripresa? E poi, la tragedia di Superga; l’affondamento dell’imbarcazione Annamaria nel 1947 col suo carico di 82 bambini? Senza contare, il disastro del Vajont e la morte di Marilyn Monroe, nonché il famoso reportage dal Giappone, una terra devastata nel corpo e nello spirito dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

Ogni tragedia gli si pone dinanzi la domanda principale che lo assilla fin da quando scendeva nelle strade: in quei tristi episodi di vita nazionale e non solo, al di là del fatto, c’è un qualcosa che le potesse giustificare? C’è un Dio, giusto e misericordioso, che li potesse spiegare sia a chi ha fede e soprattutto a chi come lui, da ragazzo e da studente in legge, non riusciva ad accettare la presenza dal male dell’Uomo fatto da Dio?

In fondo, il povero prete di campagna, dopo l’immenso dolore per avere saputo dai Marziani che nel loro Paese era stato rispettato l’ordine di non mangiare la mela dell’albero, era caduto nella Depressione e nello Scoramento, perché quella sana obbedienza alla Parola di Dio, rendeva irredimibili al confronto gli uomini di questa terra. Epperò, malgrado l’attesa della Grazia che spesso non coglievano; il soffrire per l’angoscia esistenziale, l’imponderabile destino che ci colpiva, in atto pur straziandoci, in potenza ci salvava a condizione che elevassimo una preghiera al Signore di perdono, significando nei fatti la quotidiana conversione con l’amore per l’altro, cominciando dal dialogare e finendo con l’aiutare concretamente anche colui che abbiamo ferito ed abbandonato. Inferrera, riprende nel capitolo finale il messaggio che il vecchio Dino rivela Yves Panafieu, un giornalista francese che riesce ad intervistarlo poco tempo prima della morte: Sì, l’uomo ha avuto un’immensa intelligenza e la paga con l’infelicità. E’ capace di gesti generosissimi e altruisti che nelle bestie non esistono, ma è pure capace di cattiverie che nelle bestie non esistono (pagg. 152-153).

Ma la parabola profetica di Buzzati – ora evidenziata sulle orme di Camus, il filosofo cui Buzzati sembra aderire – non finì nella semplice riconoscenza dello stato di malinconia ed impotenza cui credeva di essere condannato. C’era anche un segnale di Speranza che lo vede ad un passo dall’Assoluto appena sfiorato. Glielo porge il nostro autore napoletano: benché la vita dei due sia all’opposto, come emerge con chiarezza a pag. 135; benché la proverbiale riservatezza di Dino, il classico professore fra le nuvole, si disperda in un realismo magico, dove l’imprevedibile irrompeva e l’immaginificità trasfigurava lo schema naturale di una situazione senza speranza di salvezza – per esempio, nel racconto del Crollo della Boliverna; benché Enrico Inferrera abbia lottato invece per salire la scala sociale ed abbia osato, sofferto e gioito, diversamente credendo nella capacità degli esseri umani di creare insieme, per esempio, una famiglia acquisita a 21 anni e tre figli; benché Dino non si sposerà che a dicembre del 1966 con una giovane segretaria di appena 25 anni; tuttavia, nel loro dialogo immaginario trovano un momento comune di libertà, il miracolo della scrittura e della fantasia. La semplicità della comunicazione spassionata, la splendida facoltà di farsi capire da tutti, nel bene e nel male che i lettori sentono nel quotidiano.

La cultura e la scrittura come antidoto,   per favorire l’amore fra gli uomini e la loro libertà ed autenticità nel mondo donata da Dio. E’ la metafora da cui il libro è aperto – l’incontro di fantasia in una serata magica a Napoli, in piazza S. Domenico Maggiore, un luogo pieno di storie belle e brutte – che permette al lettore – la terza parte in scena – di superare i confini tra la vita e la morte. Non è forse questa straordinaria finzione a metterci nudi dinanzi a Dio, peccatori che tanto abbiamo sbagliato perché forse altrettanto abbiamo amato? Non è questa la tappa finale verso l’Assoluto? Grazie, dunque ad Enrico, per questo dialogo di fantasia che ci restituisce un Buzzati finalmente sereno in un al di là a due passi da casa nostra.