Pubblichiamo la prima parte della relazione tenuta dal Delegato delle Mci p. Tobia Bassanelli al Convegno delle Comunità italiane in Germania e Scandinavia a Erfurt

Le nuove generazioni sono ancora una realtà nelle nostre Missioni. I genitori portano i figli per il battesimo, per i corsi di Prima Comunione e di Cresima (gestiti da noi o con le parrocchie tedesche), tante giovani coppie vengono ancora per sposarsi. Non più come nel passato, ma sono pur sempre una presenza significativa. Dipende da noi valorizzare al massimo ed al meglio questi contatti, per seminare i valori cristiani che accompagnano sempre, a prescindere dalla pratica religiosa o da un impegno diretto nella Chiesa. Un primo esame di coscienza riguarda quindi la gestione e la valorizzazione di queste presenze.

Certo, li vorremmo vedere anche dopo i suddetti momenti sacramentali o di formazione specifica. Questo vuoto, che quasi tutte le nostre realtà sperimentano, dà a volte la sensazione di una assenza percepita come rifiuto, a volte come valutazione negativa sul nostro lavoro, facendolo sentire superfluo, inefficace, retrogrado. In realtà in genere si tratta di un semplice fenomeno strutturale legato al passaggio dalla prima fase della vita – dello studio, della dipendenza dai genitori, dell’orientamento professionale – a quella successiva del mondo del lavoro e della scelta di vita, che non permette più quella disponibilità di tempo libero e di flessibilità nella sua gestione legata agli anni della gioventù. Od anche di un fenomeno culturale, anagrafico, legato alla difficoltà delle nuove generazioni di operare all’interno di realtà associative gestite da altre generazioni, più anziane.

È proprio così? Con un secondo esame di coscienza ci dobbiamo chiedere fino a che punto questo distacco, questo allontanamento, fa parte di una normale stagione della vita – e lo stesso fenomeno in tante realtà della vita sociale orienta in questa direzione – oppure è legato ad una negativa o insoddisfacente esperienza di vita ecclesiale, ad una carente e credibile trasmissione dei valori cristiani. Gli scandali che accompagnano regolarmente la Chiesa, dalla pedofilia allo scorretto uso del denaro, alle scappatelle extraministeriali del clero, spesso addotti dai giovani per giustificare la loro lontananza dalla Chiesa, sembrano più delle scuse che delle autentiche motivazioni. Dietro c’è l’aria inquinata di una società che pare abbia scaricato o voglia emarginare Dio, perché pensa di poterne fare ameno, ritenendolo un retaggio di un passato che non esiste più. Una opinione pubblica, sempre più secolare e laicista, respirata a scuola e sul posto di lavoro, che ha inquinato anche loro. E se rimane almeno una nebulosa fede in Dio, è però saltata la fiducia nella Chiesa e nei suoi rappresentanti, si è optato per una religione “fai da te”, del tutto privata.

Ed allora la riflessione si amplia al nostro modo di essere chiesa, di essere credenti. Fino a che punto la nostra visione di Dio è corretta, incide nella nostra vita, orientandola e migliorandola? Fino a che punto il nostro essere Chiesa, cioè quella famiglia resa tale dalla sequela di Gesù e dalla scuola del Vangelo, crea rapporti segnati non dall’egoismo e dalle note logiche mondane, ma da criteri di altruismo, di amore, di solidarietà? Allora un terzo esame di coscienza porta a chiederci: come Comunità, come parrocchie, siamo una patria, una casa per i giovani, un ambiente appetibile per le nuove generazioni? Oppure un supermercato del religioso, che soddisfa il bisogno del momento? Da noi trovano in primo luogo delle persone, un calore umano, una gioiosa accoglienza, prima che degli insegnamenti, una morale, dei dogmi, o semplicemente degli obiettivi da raggiungere? Tramite noi riescono a realizzarsi come persone, ad incontrare il fascino di Gesù?

Sappiamo che le distanze, la dispersione delle famiglie sul territorio, come ostacolano la presenza degli adulti per esempio alla messa domenicale e ad altri momenti religiosi della Comunità, altrettanto non agevolano la partecipazione dei più giovani. Eppure, se motivati, nessuna distanza ci separa dal centro commerciale per la spesa, dall’amico che vogliamo visitare, dalla festa e dalla manifestazione che interessa. È questione di motivazione. Perché non riusciamo a motivare i giovani ad una appartenenza più ravvicinata alla Comunità, ad una vita cristiana più impegnata, più convinta?

Non necessariamente per indifferenza, o sottovalutazione del problema. Spesso per mancanza di tempo, perché sequestrati da troppi impegni o dalla struttura. Spesso per la lontananza generazionale, l’incapacità di entrare in un vero dialogo con le nuove generazioni. L’invito di Giovanni Paolo II a diventare giovani, frequentandoli, lo troviamo giusto. Ma dove è il tempo? E quali giovani? Evidentemente quelli di oggi. Non basta rispolverare la propria gioventù. Non è un semplice tornare indietro negli anni, ma un entrare in un mondo nuovo, segnato da altri valori, da nuovi comportamenti, in particolare dal virtuale, dalla connessione permanente.

In una società che diventa sempre più digitalizzata, il reale, la vita quotidiana, per positiva che sia – ed a questo livello devono essere investiti i nostri maggiori sforzi – non basta più. Nel mondo digitale, visitato in particolare dalle nuove generazioni, dove investono gran parte del loro tempo, esse devono trovare un accompagnamento spirituale, luoghi di fede e di preghiera. Soprattutto di dialogo. Di connessioni col mondo vicino a Dio. Ma non può e non deve diventare una fuga dalla vita quotidiana, pur nella sua povertà spesso di relazioni, di emozioni, di amore.

Alla indicazione precedente di valorizzare al massimo la presenza dei giovani funzionale ai sacramenti o alla formazione, aggiungerei come ultimo spunto pratico di fare leva sugli adulti dei Consigli Pastorali, dei Movimenti, dei vari Gruppi parrocchiali, della Messa domenicale, perché partecipino con i figli, i nipoti, cercando di motivarli a vivere l’esperienza di una famiglia più ampia, quella segnata dalla fede, fatta di famiglie complete, dagli anziani alle nuove generazioni. Queste, evidentemente, si devono sentire prese sul serio, trovare specifici ambiti di impegno, diventare soggetti attivi nella vita della comunità.

Tra il materiale messo nella cartella trovate un articolo di Civiltà Cattolica del 7/21 luglio di quest’anno, del biblista Vincenzo Anselmo, dal titolo “Io sono solo un ragazzo”, sulla chiamata da parte di Dio di due giovani, Davide e Salomone. Per il vaticanista Sandro Magister, sempre critico con l’attuale pontificato e molto puntuale nel dare spazio sul suo blog agli oppositori di Papa Francesco, lo ritiene più significativo e importante di tutto il materiale prodotto dal Vaticano in preparazione al Sinodo. È un giudizio molto semplicistico e sbrigativo, ingiusto nei confronti di tutto il lavoro messo in atto, in particolare da Francesco, per incontrare e dialogare con i giovani. Richiama comunque all’importanza ed alla insostituibilità del riferimento biblico, da cui emerge con chiarezza che Dio si fida dei giovani e li ama. Senza questa fondamentale premessa, fiducia e amore per i giovani, tutte le nostre iniziative per le nuove generazioni sono condannate al fallimento.

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