Nella foto: Thomas Raiser, referente pastorale

Il futuro delle nostre comunità – Il rinnovamento della pastorale nella diocesi di Rottenburg-Stuttgart

Appassionato della Calabria che ha scoperto grazie all’amicizia con le famiglie italiane della comunità di Fellbach, Thomas Raiser è altresì molto vicino alla spiritualità di Gioacchino da Fiore, abate e teologo calabrese del XII sec., che ha ispirato il suo lavoro ventennale come collaboratore pastorale nella Comunità cattolica italiana di Fellbach. Nel numero di dicembre lo avevamo intervistato (“Per una Communio più vera e attuale non servono solo direttive”) perché Thomas Raiser è impegnato nel processo di revisione della pastorale per le comunità di altra madrelingua (KGAM) in atto nella diocesi di Rottenburg-Stuttgart. Insieme ad altri rappresentanti delle KGAM avevano presentato alla fine dello scorso anno un documento che sottolineava la necessità di una maggiore attenzione alla pastorale e non solo alle strutture organizzative. L’impulso del documento è stato recepito molto positivamente dalla direzione diocesana e sta portando frutti, come ci dice Raiser in questa intervista.

Va ricordato inoltre che la diocesi di Rottenburg-Stuttgart ha realizzato uno studio valutativo, “Evaluation der Richtlinien Katholischer Gemeinden Anderer Muttersprache (KGAM)” scaricabile dal sito https://www.kh-freiburg.de/kgam), di cui abbiamo reso conto nel numero di aprile con “Quale pastorale per le comunità di altra madre lingua”. Lo studio è un punto di riferimento per comprendere la realtà e le esigenze pastorali delle KGAM. Thomas Raiser andrà in pensione il prossimo 31 agosto ma seguirà come volontario questo processo di revisione della pastorale fino alla sua stesura finale entro la fine del 2022. Un impegno che gli sta molto a cuore “perché questo è il momento di dialogare”, ha detto. L’Udep (Ufficio documentazione e pastorale) sta seguendo nelle varie diocesi il processo di revisione della pastorale delle comunità di altra madrelingua.

Thomas quali sono gli obiettivi da raggiungere e quali quelli sin qui raggiunti?

I risultati dell’Evaluation non sono stati una sorpresa. Gli intervistati hanno evidenziato che sono più importanti una liturgia e le preghiere nella madrelingua che non le strutture e l’organizzazione. Nel contempo tedeschi e italiani auspicano di intensificare un rapporto di conoscenza e stima reciproca, di rafforzare gli incontri e la collaborazione nonché i rapporti personali e ufficiali. Un risultato venuto alla luce è quello di creare degli spazi di narrazione e di incontro (Erzählungsräume) dove raccontare e condividere le proprie esperienze di vita e di fede.

In primavera c’è stata una giornata di studi con la diocesi. Che cosa ne è emerso?

La diocesi sta mostrando lo sforzo di trovare una communio con le comunità, non solo per le KGAM già strutturate ma anche per gestire la sfida migratoria delle parrocchie. La migrazione è un tema emerso in primo piano nella diocesi. La migrazione diventa un discorso portante della diocesi a fronte di una società multiculturale complessa che ha una domanda di religiosità e spiritualità. È un processo di revisione molto ampio e un notevole cambiamento di prospettiva: allargare lo sguardo verso il fenomeno della migrazione in genere e di cui fa parte la domanda delle comunità come una soluzione possibile per una pastorale di migrazione.

Nella grande diocesi di Rottenburg-Stuttgart ci sono le cosiddette zone bianche, dove cioè cattolici italiani non fanno parte di nessuna comunità. Si potrà risolvere questo problema?

Sì c’è l’intenzione di risolvere questo problema dell’Einzugsgebiet. Vent’anni fa c’era l’idea di integrare pienamente nella Seelensorgeeinheit (Unità pastorali) le comunità di altra madre lingua ora abbiamo superato questa ideologia di costringere la gente in una struttura, anche i tedeschi d’altro canto non si lasciano più costringere ad andare nella loro parrocchia, ma cercano personalmente una chiesa dove si sentono accolti. C’è poi la questione della cittadinanza: se uno prende la cittadinanza tedesca può partecipare alla comunità italiana con gli stessi diritti? Su questi temi come pure sul superamento del Gaststatus (la condizione di ospite) o del rapporto alla pari (Augenhöhe) c’è un cambiamento di prospettiva in diocesi. Abbiamo trovato porte aperte su questo, per noi è stato meraviglioso perché per 15 anni la diocesi ha bloccato e ora troviamo persone nella direzione diocesana che sono molto disponibili che vogliono conoscere la realtà di vita delle famiglie.

Un bilancio positivo, quindi?

Sì pienamente, le nostre attese sono completamente soddisfatte. È stata una sorpresa aver trovato così tante porte aperte. Adesso andiamo avanti a trattare i punti che finora non abbiamo ancora discusso: la formazione in madrelingua, un responsabile nella direzione diocesana (Diözesanleitung) per le KGAM. C’è anche l’idea di un Firmspender, un presbitero che amministri la cresima, da scegliere fra i missionari italiani invece che far arrivare sempre un vescovo dall’Italia. Sarebbe anche un modo per attribuire maggiore responsabilità ai missionari, e di collaborare più da vicino con la vita della diocesi.

Volete arrivare ad avere maggior partecipazione delle comunità d’altra madrelingua nella diocesi. C’è apertura da parte della diocesi?

Importante è il dialogo perché penso ai polacchi e ai croati ma anche altre nazionalità rappresentano spesso una mentalità, una teologia e una spiritualità più tradizionale, talvolta più legata alla chiesa mondiale e così ci sono diversità. Faccio un esempio: da noi è cresciuta la discussione sulle bandiere arcobaleno. Quando i preti africani hanno dovuto oltrepassare su una bandiera arcobaleno dipinta davanti all’ingresso di una chiesa è stata per loro una sfida. Anche i croati si sono offesi e non significa che siano contro gli omosessuali ma si sentono come monopolizzati, assorbiti. E c’è secondo me una paura nascosta nell’amministrazione della chiesa tedesca, che se le comunità partecipano di più alla vita della diocesi, ci sia il rischio di una chiesa più tradizionale. Allora creare un consiglio delle comunità di altra madre lingua sarebbe un inizio per imparare a dialogare, trovare temi e pian piano entrare in discussione coi tedeschi. Secondo me la Delegazione ha fatto bene in questi anni a prendere i temi dei tedeschi nella pastorale annuale e così avete dato una mano a far capire come funziona questa chiesa in Germania e quali sono i temi attuali, quello è un servizio molto importante ma la gente non è ancora pronta. Questo non significa dire che tutto quello che la chiesa tedesca stia facendo ci porta alla salvezza o che non debba essere anche criticabile. Ma se vogliamo vivere il communio dobbiamo anche condividere un po’ la gioia e la sofferenza dell’altro.

Quali sono le differenze più marcanti fra una comunità cattolica italiana e tedesca?

Il numero dei partecipanti alle messe non è molto maggiore che nelle parrocchie tedesche. Significa che la secolarizzazione continua. Facciamo parte di una realtà storica che non si può rallentare. I tedeschi hanno una spiritualità moderna e contemporanea e già nella mia generazione avevano perso un po’ il senso cattolico della pietas e, visto dalla prospettiva di una chiesa di altra madrelingua, alla chiesa tedesca manca un po’ di pietas e anche di preghiera. A volte a livello di assemblea diocesana non viene in mente di cominciare con una preghiera, cosa che per le altre comunità è così importante. Ma io insisto perché la religione senza la preghiera a che cosa serve?

Come tenere insieme tutte queste differenze?

Dobbiamo riscoprire l’unione di spiritualità pastorale e vita. E questo vorrei metterlo anche nel documento, non soltanto avere riferimenti biblici sulla migrazione. Vorrei che il documento aiutasse a riflettere, a meditare e a scoprire che siamo tutti fratelli e sorelle, che tutti abbiamo una vocazione comune ma che ognuno ha il diritto di mantenere la propria identità. È interessante che l’allora Domkapitular Adam, capo delle missioni nella diocesi, aveva espresso più di vent’anni fa che il motivo principale della collaborazione e dell’integrazione nella diocesi è un motivo spirituale. E quando realizzarono le Richtlinien non hanno accolto l’impulso spirituale. Ma già quindici anni fa sentivo la mancanza di qualcosa che ci porta avanti che ci spinge. Ora proviamo a riparare a questa mancanza.

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