Lo scisma della Fraternità sacerdotale San Pio X (FSSPX) che si è compiuto ieri a Ecône merita di essere visto da vicino per comprendere che cosa si intende per unità della Chiesa, come intendere la fedeltà alla tradizione e, infine, se il magistero del Concilio Vaticano II si possa ignorare.
Ieri alle ore nove a Ecône (Svizzera) sono stati ordinati quattro nuovi vescovi della Fraternità sacerdotale di San Pio X (FSSPX) senza il consenso del vescovo di Roma, ignorando così il suo appello dell’ultima ora di non strappare la „Tunica inconsuntile“ di Cristo. È stato compiuto un atto scismatico che ha come conseguenza la scomunica dei vescovi ordinandi e dei neo episcopi. E non si tratta solo di una questione giuridica.
Così ha scritto MichaelDavide Semeraro, monaco benedettino e teologo spirituale:
„(…)il ricorso continuo alla tradizione – uso volutamente la “t” minuscola – mi è sembrato così inadeguato perché privata della sua dinamica propria che è la crescita e l’incremento di intelligenza del Vangelo per annunciarlo al mondo amato e non castigato dal Padre rivelatosi nelle parole e nei gesti del Signore Gesù che proclamiamo Cristo“[1].
Durante l’ordinazione alla domanda „avete il mandato apostolico“, ovvero l’autorizzazione formale del Papa, gli ordinandi hanno risposto di sì anche se non è vero. La Fraternità ha ritenuto con l’ordinazione di nuovi vescovi di dover assicurare continuità alla loro comunità e di conseguenza: «crediamo che qualsiasi punizione o censura per questo atto sia del tutto inutile», ha detto il superiore generale della Fraternità Davide Pagliarani (Rimini, 1970) nel saluto introduttivo, come riportato da vatican news.[2]
Alla cerimonia erano presenti oltre un migliaio fra presbiteri, religiose e religiosi, e circa 15.000 fedeli secondo alcune fonti, 30.000 secondo altre. Migliaia di persone erano connesse via streaming. C’erano anche esponenti della destra (il vannacciano Mario Borghezio, ex Lega Nord) e della destra estrema (Roberto Fiore di Forza Nuova). Sull’attrazione fatale della destra e del cattolicesimo tradizionalista si rimanda all’intervista di Concetto Vecchio allo storico, docente alla Cattolica di Milano, Agostino Giovagnoli su repubblica.it del 2 luglio.[3]
Nei giorni precedenti c’era stato uno scambio intenso fra il pontefice Leone XIV e il superiore generale della Fraternità don Davide Pagliarani.
„Con questo spirito, e colmo di affetto cristiano, vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi!“ (Papa Leone)
Con queste parole papa Leone XIV nella sua lettera del 29 giugno, indirizzata al superiore generale don Pagliarani, faceva appello affinché la FSSPX tornasse sui suoi passi, in considerazione del bene dei fedeli perché con l’atto scismatico verrebbero privati della validità dei sacramenti che ricevono dalla FSSPX.
Un passaggio importante di questa lettera sta nella generosità pastorale del Papa: „La Chiesa riconosce l’attaccamento alla vita liturgica, l’impegno nella formazione sacerdotale, lo zelo apostolico e il desiderio di fedeltà alla Tradizione che caratterizzano molte persone e comunità legate a codesta Fraternità. Ciò ha motivato l’atteggiamento di attenzione e di benevolenza che i miei Predecessori vi hanno costantemente manifestato“[4].
Il giorno successivo, il sup. gen. Pagliarani esorta „filialmente“ il Santo Padre a prendere tempo per il discernimento, in quanto la Fraternità era già stata dichiarata scismatica eppure il dialogo con Roma è pur sempre proseguito e che inoltre „molte anime hanno ritrovato la fede cattolica e la pratica religiosa grazie all’apostolato della Fraternità[5].
Ma decisamente inequivocabile per comprendere la posizione della FSSPX è la Professione di fede (24 giugno 2026) di ventotto pagine, nella quale viene respinto il Concilio Vaticano II. Non si tratta quindi solo di una disputa sulla liturgia ma di una teologia ed ecclesiologia preconciliare.[6]
Fin qui la cronaca degli ultimi giorni. Sorgono alcune domande:
- Il Concilio Vaticano II e i documenti post conciliari sono opzionabili?
- Che cosa si intende per tradizione? E come si deve intendere la fedeltà alla tradizione?
- Si può essere cattolici se si ignora o si rifiuta la riforma liturgica e dunque la riforma della Chiesa?
- La partecipazione attiva dell’assemblea è una novità del Vaticano II o c’erano già dei prodromi in documenti precedenti?
- Infine, che cosa può fare la Chiesa nei confronti dei fedeli che ricevono la cura pastorale di FSSPX e non sono scismatici?
Per affrontare queste questioni, non di poco conto per i noi cattolici, facciamo riferimento alla solidità e lucidità argomentativa del teologo liturgista Andrea Grillo, il quale distingue fra tradizione e tradizionalismo, e afferma che la posizione della FSSPX segna un solco profondo, è uno scisma, perché rende il Vaticano II opzionabile. Quanto al tradizionalismo, esso non è un rafforzativo della tradizione ma un modo di negarla, perché manifesta la sfiducia nella ragione. La professione di fede della FSSPX, pubblicata il 24 giugno, ricostruisce una tradizione „cui è sottratta l’evidenza della storia e della ragione“.
Allora che cosa significa essere fedeli alla tradizione? Per Grillo non può essere una fede senza ragione che non sia incarnata nella Storia:
„la fedeltà alla tradizione si ottiene soltanto in una rigorosa acquisizione del processo di evoluzione, che media tra dogma e storia“. Quella dei lefebvriani non è una questione giuridica cui possano essere fatte concessioni ma si tratta del modo di intendere la Chiesa, la sua unità e verità nella storia.[7]
Sul suo blog come se non (Munera, casa editrice Cittadella) Grillo trova spazio un intervento di mons. Arthur Holquin (AQ, teologo, liturgista statunitense): Una sola casa, non una dépendence: Papa Leone XIV e i limiti dell’adattamento liturgico alla vigilia di Écône[8], molto chiaro ed esaustivo sull’Ordo vetus (il rito romano preconciliare con il Messale del 1962) e l’Ordo novus (il rito riformato del 1970 da papa Paolo VI), anche per chi non mastica questi temi. Mons. Holquin parte da una domanda a cui prova a una risposta: che cosa è dovuto ai credenti che hanno scelto il rito preriformato ma che non sono scismatici? Per far comprendere la questione e la posta in gioco AH ripercorre le tappe dallo scisma di Lefevbre e va ancora più indietro mostrando che già alcuni testi magisteriali prima del Concilio Vaticano II andavano verso una partecipazione attiva dell’assemblea, vista come necessaria e auspicabile.
Vediamo i punti salienti di questo testo di monsignor Arthur Holquin (AH):
Una sola casa, non una dépendence: Papa Leone XIV e i limiti dell’adattamento liturgico alla vigilia di Écône.
(Tutti i virgolettati sono presi dal testo di mons. Arthur Holquin, come pure i titoletti).
Il 13 maggio, il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, dichiara che l’ordinazione di nuovi vescovi è un atto scismatico e comporta la scomunica dei vescovi ordinandi e dei neo vescovi.
14 maggio la Fraternità risponde con una dichiarazione di fede cattolica, una sorta di istruzione sulla comunione nella Chiesa. Alla vigilia del concistoro a metà giugno la FSSPX invia all’intero collegio cardinalizio una Professione di fede cattolica in 28 pagine nelle quali si ripundia „apertamente l’autorevole insegnamento del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa, sull’ecumenismo, sulle religioni non cristiane e sull’autorità stessa del Magistero vivente“ (AH). Si tratta di una rottura dottrinale.
Poi AH distingue due „costellazioni“ di tradizionalisti, da una parte la Fraternità di San Pietro, l’Istituto di Cristo Re, le congregazioni diocesane che celebrano il culto secondo il Messale del 1962 e che sono pienamente dentro la Chiesa perché professano „senza riserve il pieno magistero del Concilio Vaticano II“. E poi c’è FSSPX „per la quale il rito più antico è la bandiera sotto la quale marcia tale rifiuto; non è la sostanza della disputa“. Si tratta di rifiuto dottrinale, di rifiuto dei documenti conciliari e postconciliari.
Considerare allora la Fraternità come un’entità liturgica da trattare con una concessione, scrive AH, significa non vedere che con la consacrazione dei vescovi sancisce la separazione dalla Chiesa di Roma con la giustificazione apparente della necessità.
„La diagnosi ha cinquant’anni“
Questa frattura dottrinale era già stata evidenziata da papa Paolo VI cinquant’anni fa, scrive AH in una sua lettera all‘arcivescovo Lefebvre dell’11 ottobre 1976, (da poco disponibile in inglese sul sito Where Peter Is[9], prima solo in lingua latina sul sito del Vaticano).
Scriveva ivi Paolo VI: “nel vostro caso, il rito antico è infatti espressione di un’ecclesiologia distorta e motivo di disputa con il Concilio e le sue riforme” — e di conseguenza: “Non possiamo tollerare che l’Eucaristia del Signore, sacramento dell’unità, sia oggetto di tali divisioni e che sia addirittura usata come strumento e segno di ribellione”. Parole forti e inequivocabili.
Quindi il motu proprio di papa Francesco Traditionis Custodes (2021, che ha ristretto l’uso del messale del 1962, rispetto alla pazienza liturgica di Benedetto XVI di Summorum Pontificum, 2007, e alla revoca della scomunica ai vescovi ordinati da Lefebvre nel 2009, n.d.r.) non va visto come un’imposizione ma un’applicazione di ciò che era già formalmente stabilito: „Traditionis Custodes nomina un fenomeno che Paolo VI aveva già diagnosticato con precisione chirurgica. Francesco non ha innovato. Ha applicato“.
(In Traditionis Custodes si dichiara che l’unica forma del Rito romano è quella riformata dopo il Concilio, l’uso del messale del 1962 può essere autorizzato solo dal vescovo diocesano, inoltre ci sono limitazioni dei luoghi ove celebrare il rito antico; infine, il vescovo può verificare che i gruppi legati al messale del 1962 non neghino la validità del Concilio Vaticano II e dei documenti postconciliari, n.d.r).
„Cosa ha realmente segnalato il Santo Padre“
Fatte queste premesse, torniamo ai nostri giorni. Prosegue AH: Papa Leone XIV aveva chiaramente segnalato che non avrebbe abrogato Traditionis Custodes e ha chiesto „soluzioni concrete“ per garantire una „inclusione generosa“ dei fedeli legati alla messa tradizionale: „L’atteggiamento (di Leone XIV, n.d.r.) è coerente e pastoralmente ammirevole: continuità nel principio, generosità nell’applicazione. L’accoglienza è incondizionata, ma si apre all’unica casa, non a una dépendence con fondamenta proprie.“
A questo punto AH affronta la questione di partenza circa i fedeli che ricevono la cura pastorale dal FSSPX: „Quattro proposte sono ora in fase di seria valutazione. Due proposte sono di natura strutturale: si interrogano su come i fedeli legati al rito più antico debbano essere inquadrati all’interno del tessuto giuridico della Chiesa. Due proposte sono di natura testuale: si interrogano su cosa fare del messale stesso“.
Queste sono: l’ordinariato personale; la parrocchia personale; la cosiddetta proposta di Solesmes e il ritorno a Summorum Pontificum. Senza entrare nel merito, e si rimanda per questo al testo integrale di AH, si può sintetizzare così la sua valutazione: le prime tre presentano forti problematicità, la quarta, il ritorno a Summorum Pontificum, è stata già esclusa da papa Leone.
Qui AH arriva al cuore della questione: il rito pre-riformato era già orientato alla partecipazione dei fedeli. Le quattro proposte sopra indicate, prosegue AH, trascurano completamente lo stato effettivo del rito pre-riformato prima del Concilio Vaticano II: „Nel 1958, il rito che sarebbe stato presto codificato nel Messale del 1962 era già in atto. E questo rito era orientato verso la ‚participatio actuosa‘, ovvero la partecipazione attiva dei fedeli“.
Si parla del Messale del 1962 come se fosse l’espressione di un rito antico, immutato, che il Concilio avrebbe improvvisamente interrotto ma non è così perché i documenti fra il 1903 e il 1958 mostrano che il Concilio non ha inventato la partecipazione attiva „ma ha consolidato una traiettoria magisteriale che si era sviluppata all’interno del rito pre-riformato stesso per sessant’anni.“
E dunque „la posizione attualmente occupata dalla maggior parte delle comunità che celebrano la Messa tridentina non rappresenta quindi lo status quo pre-conciliare“.
Ecco il passaggio decisivo:
„Il percorso era iniziato sotto Pio X. Tra le solecitudini (1903) invitava i fedeli, per la prima volta in un documento papale, alla “partecipazione attiva ai santissimi misteri”. Ricevette la sua prima forma canonica formale nel novembre del 1922, quando la Sacra Congregazione del Concilio approvò la Messa dialogica, dichiarando tale pratica lodevole “per infondere negli animi dei fedeli un vero spirito cristiano e collettivo e prepararli alla partecipazione attiva”. La Sacra Congregazione dei Riti confermò la sua approvazione nel 1935. Nel 1943, in risposta alle petizioni della gerarchia tedesca, Pio XII autorizzò il Deutsches Hochamt – un’autorizzazione la cui autorità appartiene proprio al Papa le cui riforme liturgiche (la Settimana Santa ripristinata del 1955, il De Musica Sacra del 1958) precedettero immediatamente il Messale del 1962 promulgato sotto il suo successore, Papa San Giovanni XXIII“.
Lasciamo ora il testo illuminante di AH e concludiamo.
Papa Leone XIV è fermo nel principio quando dice „Andiamo avanti“, non si torna a una sorta di accondiscendenza nei confronti della liturgia del Messale del 1962, ed è caritatevole verso quei cattolici che vogliono la messa in latino ma che si sono illusi per vent’anni di poter restare cattolici senza accettare il Vaticano II. Che fare? Quali sono le proposte concrete? Per Andrea Grillo: „Mi pare che non resti altro che riconoscere il valore di mediazione della riforma liturgica, che offre una liturgia accogliente per tutti: per chi vuole una forma più classica e per chi vuole una forma più dinamica“. Le condizioni sono che „chi vuole il latino e le forme classiche, le trova nei riti di Paolo VI e Giovanni Paolo II, non altrove„; e che non si permetta un doppio calendario e un doppio lezionario né tantomeno „che, sotto la liturgia tridentina, possa covare una ostilità alla libertà di coscienza, al dialogo interreligioso, al riconoscimento della dignità delle persone e alla integrazione delle forme irregolari di vita e di famiglia.“
Che fare? Per mons. Arthur Holquin: „Il Santo Padre non ha bisogno di inventare una nuova via. Deve esigere, da coloro che hanno scelto il rito più antico, che lo celebrino all’interno delle normali strutture diocesane, secondo il calendario universale della Chiesa romana e nel quadro di una graduale partecipazione attiva – alla Messa bassa e alla Messa cantata – che il magistero preconciliare aveva già previsto. La via è stata tracciata da Pio XII prima del Concilio. Attende il suo ripristino“.
La riflessione di fr. MichaelDavide Semeraro è che „impareremo la lezione dopo questa terribile bastonata per passare da un’ingenua ‚pazienza liturgica‘ per riprendere la via del ‚rigore liturgico‘, nemico di ogni rigidità e garanzia ineludibile perché il rito non diventi una messinscena e la celebrazione dei misteri un’autocelebrazione.[10]
[1] Da Il rito e la messinscena: su Econe ieri, di fr. MichaelDavide Semeraro):https://www.cittadellaeditrice.com/munera/il-rito-e-la-messinscena-su-econe-ieri-di-michaeldavide-semeraro/
[2] https://www.vaticannews.va/de/welt/news/2026-07/schweiz-piusbrueder-weihen-vier-bischofe-ohne-papstliches-mandat.html
[3]https://www.repubblica.it/cronaca/2026/07/02/news/scisma_lefebvriani_agostino_giovagnoli_commento-425445581/
[4] https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2026/06/30/0563/01062.html
[5] https://fsspx.news/it/news/lettera-del-superiore-generale-risposta-sua-santita-papa-leone-xiv-59914
[6] Il documento della professione di fede della Fraternità https://fsspx.news/sites/default/files/documents/professione_di_fede_cattolica_it.pdf?fbclid=IwY2xjawSscJZleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEef2HrRHm1dGby7Dt-IiiNGCP1L_F3WG1zifAREDlhq6XL-9TUq6X1HgAjqVw_aem_qlPW-WKWmGAlH1aZLUDIBA
[7] Per questi aspetti, tradizione e tradizionalismo e fedeltà alla tradizione di rimanda all’articolo di Andrea Grillo: https://www.cittadellaeditrice.com/munera/il-tradizionalismo-errore-tardo-moderno-e-postmoderno-professioni-di-fede-e-lettere-di-raccomandazione-intorno-ai-lefebvriani/
[8] Arthur Holquin: https://www.cittadellaeditrice.com/munera/la-casa-comune-dei-cattolici-una-proposta-di-soluzione-del-conflitto-liturgico-un-testo-di-mons-arthur-holquin/ oppure si rimanda alla piattaforma digitale substack, dove si può anche ascoltare in formato podcast.
[9] https://wherepeteris.com/st-paul-vis-letter-to-sspx-founder-lefebvre/
[10] ibid. fr. MichaelDavide Semeraro:https://www.cittadellaeditrice.com/munera/il-rito-e-la-messinscena-su-econe-ieri-di-michaeldavide-semeraro/

























