Foto di Miguel Á. Padriñán Pixabay

Il Coronavirus dilaga prepotende in Europa e nel resto del mondo continuando a mietere vittime tra la popolazione infetta

Quella che sembrava a luglio una graduale resa si è trasformata nei mesi autunnali, dopo la osannata estate brava dei „cittadini del mondo“, in un crescendo di preoccupazione ed ansia che ha costretto la politica europea e mondiale ad intervenire nuovamente con la proclamazione di nuovi lockdown che hanno reso la già profonda crisi un disastro di dimensioni spropositate. A preoccupare non è solo la gestione delle complicanze che il covid genera durante il periodo di sintomatologia, nei pazienti infetti, la scelta di protocolli terapeutici da adottare, l’aspetto economico che ne è derivato dall’espletamento delle restrizione per contenere i contagi ma, le conseguenze che questa dannata pandemia lascerà sui pazienti che l’hanno conosciuta da vicino superandola. Questa preoccupazione porta con sé diversi dubbi; una preoccupazione che può colpire in particolare i soggetti più fragili, come i pazienti cronici: parliamo di pazienti diabetici, infartuati, reumatici. Un esempio e maggiore chiarezza è stato per esempio fornito dalla Società Italiana di Reumatologia, che ha provato a dare risposta ad alcune domande comuni nei pazienti reumatici. Le patologie reumatologiche conosciute sono oltre 150 e sono molto diverse tra loro sia per quanto riguarda la loro manifestazione – e dunque i sintomi – sia rispetto alle cause. Distinguiamo malattie degenerative (come l’artrosi), malattie infiammatorie (come le artriti) e malattie legate al metabolismo (come la gotta). Si tratta di disturbi gravi, dolorosi, spesso invalidanti e che sono in forte crescita anche nell’eurozona, soprattutto a causa dell’aumento dell’età media della popolazione; Ciò nonostante sono patologie spesso sottovalutate, perché sintomi come dolore, rigidità e difficoltà di movimento vengono erroneamente ricondotti all’avanzare dell’età o al clima. Anche se non sono patologie legate solo all’età avanzata, gli anziani ne sono particolarmente esposti.

Ma che legame c’è tra le malattie reumatiche e nuovo coronavirus?

Dalle ultime indiscrezioni scientifiche è emerso che i malati reumatici hanno un esito relativamente più severo rispetto alla popolazione generale, specie in presenza di comorbidità e di una patologia non completamente controllata dai trattamenti. Per questo è importante che i malati seguano scrupolosamente le terapie prescritte e facciano del loro meglio per proteggersi dal nuovo coronavirus con mascherine, distanziamento sociale e lavaggio frequente delle mani. Esistono più di centocinquanta malattie reumatiche diverse, molto differenti fra loro per frequenza e gravità: sono caratterizzate da infiammazione a carico delle articolazioni con coinvolgimento di tutte le strutture che compongono l’apparato locomotore e spesso colpiscono anche gli organi interni. «Riconoscere i sintomi e cercare di scoprire la diagnosi precocemente è essenziale per limitare i danni e curare al meglio i malati. In questa pandemia il problema diventa ancora più complicato, è quanto emerge dall’ultimo congresso di Reumatologia. Esplicitamente viene chiesto di non interrompere le terapie o modificarle senza parlare con lo specialista reumatologo.

La situazione è per questi pazienti estremamente delicata. Il Covid-19 in circa la metà dei malati che ha contratto l’infezione rende necessario un ricovero ospedaliero. Su oltre 500 casi il 10% ha avuto necessità di ventilazione invasiva. Il sesso femminile (pazienti con artrite reumatoide, spondiloartrite, connettiviti, vasculiti) sarebbe colpito con maggiore frequenza rispetto a quello maschile. “Dalle prime analisi risulta che se un paziente reumatologico viene colpito da Covid-19 presenta un esito relativamente più severo rispetto alla popolazione generale e ciò vale anche per la mortalità con un eccesso di rischio pari al 50% in particolare nella popolazione femminile giovane (dati riferiti al campione studiato). I dati al momento invece non consentono di stabilire se una patologia reumatologica sia in grado di favorire o meno l’infezione. L’isolamento preventivo dei pazienti, resta l’unica arma per limitare i contagi. I pazienti, soprattutto quelli interessati da patologie infiammatorie croniche in fase di attività e non completamente controllate dalla terapia, devono limitare il più possibile gli spostamenti e i contatti sociali. Anche durante le imminenti festività natalizie e di fine anno”.

I vaccini restano l’unica arma per combattere questo andamento. È auspicabile che siano quanto prima disponibili per tutta la popolazione e soprattutto per i pazienti fragili come quelli reumatologici. La scarsa o non corretta aderenza terapeutica è però un problema che interessa solitamente ben quattro pazienti su dieci colpiti da artrite reumatoide. Le innumerevoli difficoltà ed emergenze sanitarie legate alla pandemia rischiano di amplificare ulteriormente il fenomeno della mancata aderenza con gravi conseguenze. Interrompere le cure determina possibili riacutizzazioni della patologia. Basti pensare che oggi è possibile ridurre ai minimi termini le conseguenze di alcune gravi patologie reumatologiche come l’artrite reumatoide se l’intervento terapeutico è precoce; grazie a cure estremamente efficaci e a una strategia terapeutica ottimale, è possibile ottenere la remissione nel 50% dei pazienti. Se un malato viene trattato troppo tardi è difficile, e a volte addirittura impossibile conseguire un risultato ambizioso come la remissione, che può però essere raggiunto anche nei pazienti che hanno già fallito alcune terapie con biologici (purché la diagnosi venga posta precocemente e la strategia applicata correttamente fin dagli esordi).

Il Covid-19 è una brutta bestia, che lascia il segno anche in diverse altre parti del corpo purtroppo. Il covid resta e continua il suo rovinoso lavoro, questo si sente dire ultimamente dagli esperti. Si parla della cosiddetta Sindrome post Covid, sulla quale medici e ricercatori stanno cercando di fare chiarezza analizzando in particolare i possibili effetti a lungo termine. Non solo dunque danni ai polmoni ed all’apparato respiratorio. Si va infatti da problematiche che interessano il cervello a possibili danni a cuore, e intestino.

Il Covid-19 è un virus subdolo, capace di intaccare diversi organi ormai è molto chiaro a tutti. Ciò su cui la scienza sta cercando di indagare ora è quanto e in che misura questi danni possono permanere nel tempo.

Fra le conseguenze post Covid a lungo termine riscontrate finora c’è quella che è stata chiamata “nebbia cognitiva”. Il Covid può influire sulle nostre capacità mentali a medio e lungo termine. Non parliamo di casi isolati, bensì di una persona su 20. E si tratta di individui giovani, tra i 18 e i 49 anni. Fra i sintomi descritti figurano: perdita di memoria (di solito a breve termine), confusione, difficoltà di concentrazione. Sintomi che compromettono la capacità di lavorare normalmente. Sono colpite anche persone che si sono ammalate solo leggermente e non avevano precedenti patologie.

Ma quali effetti sul cuore e sull’intestino ?

Il coronavirus SARS-CoV-2 può attaccare il muscolo cardiaco, e nei sopravvissuti a questo aspetto della malattia sembra poter causare danni cardiaci a lungo termine, oltre a inasprire i disturbi al cuore preesistenti. L’infezione da Covid è stata collegata alla miocardite, una condizione che comporta un’infiammazione che indebolisce il cuore creando tessuto cicatriziale, ostacolando la corretta circolazione del sangue ossigenato. I pazienti che hanno subito danni al cuore dalla COViD-19 potrebbero essere più a rischio di eventi acuti come infarti e ictus, e dovrebbero pertanto limitare fumo e alcol preventivamente.

Molta attenzione deve essere fatta per i postumi generati a livello dell’apparato gastro intestinale. “Fino a 10-12 settimane dopo un’infezione da Covid, l’intestino continua ad eliminare dei frammenti virali. Si tratta infatti dell’ultimo organo ad eliminare il virus dopo la guarigione. L’intestino è un grande serbatoio dove il Coronavirus è in grado di crescere e replicarsi”.

E i …. polmoni

Infine, ed è chiaro a molti , le compromissioni polmonari legate al Covid-19 sembrano essere il punto maggiormente dolente anche a lungo termine; anche malattie comuni come la polmonite possono necessitare di un periodo di recupero di circa un mese. Nei casi molto gravi di Covid si sono verificate una sindromi da distress respiratorio acuto (ARDS). Si può cautamente affermare che nei casi particolarmente complicati ci potrebbero essere dei problemi che durano tutta la vita in quanto le sezioni di polmone che sono state danneggiate non guariscono mai completamente. Ci si riserva, però, di effettuare studi più duraturi nel tempo per avere risposte definite e incontroverbili.

Bisogna infatti sempre tenere a mente che al momento i postumi di questo virus si possono verificare soltanto a distanza di un anno, trattandosi di una novità per la scienza. Nessuno degli esperti al momento può prevedere con assoluta certezza quale sarà la percentuale di pazienti che si riprenderanno e quanti invece avranno danni cronici.

Per quanto riguarda poi i cambiamenti cognitivi nei pazienti con Covid-19, non si può dire ancora con certezza se avranno un effetto duraturo sulla funzione cerebrale. Basandosi su precedenti esperienze in campo di gravi infezioni virali pare ci vorranno mesi, ma poi i sintomi dovrebbero sparire da soli. Così dovrebbe valere per le altre spiacevoli conseguenze a lungo termine del Covid che fanno parte della sindrome post-Covid, che si pensa colpisca fino al 10 per cento di chi è stato contagiato. Siamo dunque tutti più consapevoli da oggi sulle potenziali conseguenze che questa severa infezione può generare e non lasciamoci influenzare da comportamenti poco corretti da parte di chi sfida la scienza per un infondato gusto di remare contro ad ogni costo. Seguiamo sempre norme e consigli dei nostri curanti per affrontare al meglio la vita di tutti i giorni e buone Feste a tutti, con la speranza che presto una soluzione concreta e definitiva ci farà dimenticare di questo periodo infernale.

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