A fronte di una notevole tradizione di storici italiani, solo pochi di essi sono conosciuti all’estero e al grande pubblico. Come mai?
Gli storici italiani, probabilmente, si sono occupati in modo troppo esclusivo dell’Italia, senza un sufficiente sguardo comparativo all’Occidente atlantico, all’Europa e al Mediterraneo. Ovviamente esistono molte eccezioni. Franco Venturi, per dire un nome, fu un grande studioso dell’Illuminismo e la sua visione non era certamente circoscritta all’Italia. Ma le eccezioni non tolgono il dato di fatto: gli storici italiani sono stati tradizionalmente storici dell’Italia. Di conseguenza, l’agenda storiografica è risultata poco attrattiva per un pubblico di stranieri. I temi sono rimasti troppo legati alla cultura e agli avvenimenti italiani. La formazione dello Stato nazionale ottocentesco non è stato analizzato, se non raramente, nella prospettiva complessiva del «secolo delle nazioni». E, solo recentemente, gli studi sul Risorgimento hanno un’apertura alle coeve problematiche europee e occidentali della nazione politica e culturale.
Forse non è un caso che Alberto Banti, lo studioso che ha svecchiato queste tematiche, abbia suscitato l’attenzione del «Times Literary Supplement». Inoltre, la storiografia italiana, specie quella dell’età contemporanea, appare legata al discorso politico. E questo accentua la sua scarsa appetibilità per un pubblico internazionale, il quale non è particolarmente interessato alla politica italiana. Chi ripensi alla storia della storiografia contemporanea italiana nel secondo dopoguerra non può che legarla alla storia dei partiti politici di quei decenni: Pci e Dc, gramscianesimo e cattolicesimo politico. Quella tra storia e politica è una dipendenza reciproca che rende ancor più «intraducibile» molta parte della storiografia italiana.
Quali strategie le università italiane, il Mae e il Miur potrebbero adottare per far conoscere meglio le eccellenze universitarie italiane all’estero?
Gli storici italiani che fanno esperienze didattiche e scientifiche fuori Italia sono decisamente meno rari che nel passato. E sono sempre più numerosi gli studiosi che dialogano con tematiche e scuole non italiane, che sono a conoscenza delle discussioni storiografiche più rilevanti sul piano internazionale e finiscono per interessarsi ad argomenti e nodi storiografici europei e mondiali. Tanto più sarebbe necessario che questa nuova storiografia fosse veicolata oltre i confini nazionali. E gli strumenti non possono che essere le riviste scientifiche, le risorse telematiche e i forum online, gli scambi tra dottorati italiani e stranieri.
Cosa manca al sistema formativo italiano per eccellere e attrarre studenti da tutto il mondo?
In Italia rimane irrisolta la contemperanza tra un sistema formativo universitario di base e il livello della didattica specialistica e della formazione alla ricerca. Le università non hanno sempre il coraggio di tenere distinte la formazione di base e quella specialistica. Né esiste ancora in Italia un compiuto e moderno sistema valutativo che possa premiare le eccellenze e, al tempo stesso, proteggere la formazione di base da fenomeni di dequalificazione. Sotto questo aspetto, paradossalmente, l’Italia sconta ancor oggi una sorta di malriposto egualitarismo, che si può far risalire agli anni Sessanta. Un egualitarismo che ha finito per abbassare il livello della formazione di base e ha impedito di incentivare la ricerca e premiare i migliori studiosi e studenti. La legge Gelmini, recentemente approvata, cerca di rompere alcuni di questi vecchi tabù. Ma è soltanto un inizio. E c’è da sperare che la corporazione accademica colga l’occasione e interpreti la nuova normativa nel migliore dei modi.
Il Sud sconta un ritardo economico e civile rispetto al resto del Paese. Esso è imputabile a una cattiva classe dirigente o è frutto di un pregiudizio che si è tradotto in insufficienti interventi politici?
Ci sono motivi storici che spiegano la debolezza delle classi dirigenti meridionali, quelle politiche e amministrative, ma anche le élites sociali e culturali. Fin dai primissimi decenni di vita dello Stato nazionale italiano, il Paese è stato retto sulla base di una governance che, in cambio di consenso, tendeva a proteggere le aree meno dinamiche del Mezzogiorno e a tenere in vita i settori meno innovativi della sua società. In questo senso, gli interventi politici e strutturali sono stati fin troppo numerosi. Di certo queste policies non hanno modernizzato il Mezzogiorno. Al contrario lo hanno cristallizzato, permettendogli una dannosa lontananza dai fenomeni di competizione economica e politica.
Gli italiani residenti all’estero sono circa quattro milioni, che salgono ad oltre sessanta se si considerano le seconde e terze generazioni. Essi reclamano maggiore attenzione da parte del Governo e delle Regioni. Come attuare queste richieste?
Un rapporto più intenso e fattivo tra il Paese e le comunità italiane all’estero non è cosa facile da realizzare. Anche perché spesso quel rapporto è stato costruito politicamente e, da parte del ceto dirigente italiano, con finalità non sempre limpide e disinteressate. Ma il problema esiste e andrebbe affrontato. Sul piano culturale, si può pensare a una quantità innumerevole di iniziative che portino studiosi, studenti, opinion leaders e gente comune a scambiarsi esperienze e conoscenze.
La nazione, la sua storia e il patrimonio culturale sono ancora valori ai quali educare i giovani?
Certamente. La cultura italiana ha molti aspetti di grande interesse, che meriterebbero di essere sviscerati, interpretati e comunicati al di fuori dei confini del Paese. E tanto più questo sarebbe utile, se stimolasse processi di sprovincializzazione e aumentasse la capacità della cultura italiana di guardarsi attraverso un prisma europeo, atlantico e globale. Ma, sul versante italiano, il problema è sempre lo stesso: è necessario uscire dai propri confini e recuperare un’autonomia dalla politica, che non sempre la cultura italiana riesce a difendere.